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“Siamo affondati in due minuti, ma ci siamo salvati così”

Cosa è successo davvero al Salona 37 Le Pelican, affondato in pochi minuti a poche miglia da Ventotene a seguito di una collisione con una bettolina mentre stava partecipando alla Regata dei Tre Golfi (150 miglia di prova d’altura sul percorso Napoli – Ponza – Li Galli – Capri), poco prima delle tre del mattino di domenica 16 maggio?

Stefano Gnech, ingegnere torinese di 47 anni, skipper di Le Pelican

Lo abbiamo chiesto a chi ha vissuto l’esperienza sulla propria pelle (“e ne avrei fatto volentieri a meno”): lo skipper della barca Stefano Gnech.

Torinese, 47 anni, velista da una vita, ingegnere gestionale fondatore di una catena di “escape room” famosa in tutta Italia. Leggete con attenzione le sue parole, perché si tratta di un’esperienza che può accadere a tutti. Non solo in regata.

IL RACCONTO DEL NAUFRAGIO. AFFONDATI IN DUE MINUTI

Stavamo risalendo di bolina verso Ventotene, ed eravamo mure a sinistra. C’erano all’incirca 20 nodi di vento, con due metri d’onda. Era molto buio, con poca luce della luna e alcune nubi. A bordo eravamo in sette. Oltre a me, l’armatore Filippo Gazzerro, Simone Perino Fontana, Christian Morasso, Isabelle Ghislaine, Vincenzo Fusco e il medico ravennate Felice Lo Faso, alla sua prima esperienza in mare. Io ero in coperta (sul giardinetto di sinistra della barca), assieme ad altri tre membri del team. Altri tre stavano riposando sottocoperta.

L’equipaggio del Salona 37 Le Pelican prima della partenza della Tre Golfi, a Napoli

A un certo punto abbiamo avvistato le striminzite luci di via della bettolina (un’imbarcazione che effettua un servizio di trasporto di merci o liquidi verso navi più grandi in ambito portuale, dal fondo piatto, bassa e lunga, ndr), che ci è sembrata molto distante. Non era certo nostra intenzione avvicinarci così tanto, ma essendo la nave molto bassa, davvero non si vedeva, complice l’onda formata e il fatto che provenisse da dritta, quindi parzialmente coperta dalle nostre vele. In più, interpretando il movimento delle luci, sembrava che ‘sfilasse’.

“CI PASSIAMO? SI, NO, FORSE!”

Ci siamo resi conto di essere in rotta di collisione molto tardi: la bettolina era a circa 30-40 metri di distanza, era più grande del previsto (98 metri di lunghezza per 16 di baglio, abbiamo scoperto poi) e viaggiava a 20 nodi di velocità. A quel punto noi abbiamo provato a passare davanti alla prua della nave: ed effettivamente ci siamo riusciti. Con la barca siamo passati, ho guardato in alto per controllare che anche l’albero fosse passato (dato che Le Pelican stava navigando inclinato) e così era stato.

Ma è stato in quel preciso momento che la bettolina ha virato verso di noi, speronandoci e proseguendo per la sua rotta alcuni minuti. Abbiamo scoperto in seguito che, pur avendo l’AIS, a bordo della nave non sapevano della regata, e non avevano letto neanche l’Avviso ai Naviganti. In più in plancia non c’era il comandante, che stava riposando, ma il suo secondo, che ha proseguito con la rotta fino a quando non è riuscito ad avvertirlo.

Torniamo al momento dell’urto. Siamo stati sbalzati in acqua in quattro, io sono finito sott’acqua con la caviglia sinistra incastrata in una cima. Invece che provare a risalire subito, ho avuto la freddezza di andare ancora più sotto per allentarla: nel buio, al freddo, con il rumore dei motori della bettolina. E’ stato un momento che non vorrei rivivere, per fortuna me la sono cavata solo con una distorsione alla caviglia.

Una volta che sono riuscito a risalire, e recuperate le altre persone in acqua (a proposito: due sui quattro giubbotti autogonfiabili indossati dalle persone sbalzate in acqua non si sono aperti. Erano stati appena comprati!), ci siamo contati. Eravamo in sette, sani e salvi, per il momento. Abbiamo fatto giusto in tempo a gonfiare la zattera di salvataggio e salirci sopra, perché la barca è affondata in due minuti.

La zattera di Le Pelican appoggiata alla murata della bettolina che ha causato l’affondamento della barca

UN RECUPERO DIFFICOLTOSO

Stavamo pensando di lanciare i razzi di segnalazione, ma per fortuna la bettolina è ritornata sul posto e sono iniziate le operazioni di recupero. In primis hanno calato una scialuppa di salvataggio, ma non funzionava il motore.

Nel mentre, con la zattera, siamo scarrocciati fino alla murata della nave, il comandante si è poi posizionato in modo che la nostra zattera fosse sottovento alla murata della nave: anche in questo caso, non è stato facile abbandonare la zattera e salire sulla nave, c’era comunque mare e la biscaglina calata dall’equipaggio per consentirci la risalita era più a prua rispetto a dove fossimo con la zattera. Attimi concitati, ma ce l’abbiamo fatta.

La zattera di salvataggio di Le Pelican a bordo della bettolina

Siamo stati recuperati sulla bettolina tutti sani e salvi. Le Pelican (con tutti i nostri computer, telefoni, documenti, abbigliamento), giaceva già a 850 metri di fondo, irrimediabilmente devastato e irrecuperabile.

PER FORTUNA C’ERANO LORO

Il primo, grande, grazie, lo vorrei dire all’ORC (Offshore Racing Congress, sistema di stazza per le regate costiere e d’altura, ndr). Probabilmente senza di loro non sarei stato qui a raccontarvi la vicenda: alla Tre Golfi, pur trattandosi di una regata costiera, l’ORC ha imposto la presenza a bordo della zattera autogonfiabile. E vi dirò di più: lo stazzatore, il giorno prima della partenza, ha notato che la nostra zattera (custodita in un involucro morbido) era stivata sottocoperta. Ci ha imposto di alloggiarla in coperta: non smetteremo di ringraziarlo, stavamo per commettere un errore che ci sarebbe costato caro.

E poi c’è il Circolo Remo e Vela Italia di Napoli (tra gli organizzatori della regata, ndr), che ringrazio. Soprattutto il presidente Roberto Mottola di Amato. Non appena siamo arrivati al circolo, alcuni di noi erano senza scarpe, tutti con i vestiti fradici. Ci hanno fatto trovare accappatoi, nuovi vestiti, scarpe nuove, un telefono con SIM per chiamare i nostri cari, i biglietti del treno per tornare dalle nostre famiglie. E hanno personalmente chiamato in questura per farci avere il prima possibile le copie dei nostri documenti. Sono stati veramente super.

A bordo della bettolina, dopo il salvataggio

CHE COSA ABBIAMO IMPARATO

Pensare che abbiamo partecipato a questa regata per allenarci in vista del Fastnet (la “classica” di altura tra Inghilterra e Irlanda, 600 miglia in oceano, ndr): questa esperienza è stata più che formativa, e dopo lo “spaghetto” iniziale con i ragazzi del team ci siamo guardati e ci siamo detti, “si, faremo il Fastnet”. E saremo l’unico team italiano.

Che cosa ci ha insegnato questo naufragio? In primis, mai abbassare la guardia e cercare di tenersi il più possibile discosti da qualsiasi imbarcazione in navigazione, anche se sembra lontana. Poi, non lesinare sulle dotazioni di bordo. Probabilmente, se anche noi avessimo avuto l’AIS la bettolina avrebbe avuto uno strumento in più per individuarci: ora che questo strumento viene proposto sul mercato a prezzi più che abbordabili, sicuramente lo monteremo a bordo delle barche su cui andremo e consiglio di farlo a tutti, in modo tale da ridurre al massimo l’errore umano.

La bettolina, dopo il recupero dell’equipaggio di Le Pelican, si dirige verso Napoli. Si nota la zattera di Le Pelican sul ponte a sinistra

Poi, la preparazione in caso di emergenza è fondamentale. A gennaio avevamo partecipato a un corso sulla sicurezza in navigazione, a Genova con Paolo Vianson. Ci siamo resi conto come esserci buttati in acqua vestiti in inverno imparando movimenti e meccanismi, ci ha aiutato non poco. Lì per lì non te ne rendi conto e ti senti un cretino a fare le prove di galleggiamento con il giubbotto autogonfiabile in pieno inverno, ma in realtà il tuo cervello memorizza i movimenti e quando ci siamo trovati veramente in emergenza, sapevamo cosa fare”.

Chiudiamo scherzando con Stefano, ricordandogli che lui, ideatore di escape room, è uno che se ne intende quando si tratta di liberarsi da situazioni difficili: “Ma i mostri e le insidie delle escape room sono tutti finti (ride, ndr). Qui  purtroppo era tutto vero, ed era in gioco la nostra vita!”.

Eugenio Ruocco

LEGGI QUI LA DICHIARAZIONE DELL’ARMATORE

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