2012. Thomas Coville, l’uomo che ha passato otto volte Capo Horn

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Thomas Coville, il filosofo

Tratto dal Giornale della Vela del 2012, Anno 38, n. 10, novembre, pag. 78-85.

Ha circumnavigato il globo sette volte e otto volte ha passato Capo Horn, ha battuto il record del mondo di velocità. Si chiama Thomas Coville, riservatissimo al limite della timidezza, uno dei più grandi marinai della storia. Fabio Pozzo racconta la sua incredibile storia.

Chi è l’uomo che ha fatto sette giri del mondo. Thomas Coville nasce il 10 maggio 1964 a Rennes, in Francia. Poco portato per i classici sport di squadra, si avvicina alla vela dopo la classica crociera in famiglia, per poi iniziare sui classici Laser. L’amore per il mare diventa ben presto totalizzante, fino ad arrivare, a metà degli Anni ’90, alla Coppa America. Ma in quel momento scatta il colpo di fulmine per l’Oceano, prima insieme a quel grande maestro di Olivier De Kersauson a bordo di Sport Elec, poi su Aquitaine Innovations con Yves Parlier. Il momento di giocare da solo arriva ben presto (è il 1999), grazie allo sponsor Sodebo e al suo primo monoscafo di 60 piedi. Sesto alla Vendée Globe del 2000, nel 2002 ecco il grande salto nel mondo dei multiscafi, con il suo trimarano di 18 metri, con il quale riesce ad aggiudicarsi il record di distanza sulle 24 ore in solitario (628 miglia a una media di 26,2 nodi). L’anno scorso ha mancato di un soffio il record del giro del mondo in solitario senza scalo.

Il rimorso di aver offerto a Thomas Coville, appena sbarcato dalla Volvo Ocean Race e dal vincente Groupama 4, una improbabile pasta aglio-olio-peperoncino in un altrettanto improbabile ristorante italiano in Quay Street a Galway, Irlanda dell’Ovest, mi perseguita. Dopo quello che ha mangiato a bordo… “Ho perso 12 chili durante questo giro del mondo. A bordo mangiare è una disciplina: lo devi fare”, mi ha detto, tanto per aggravare il peso sulla mia coscienza. Il Leggendario è un uomo di 44 anni. Sorridente, pacato, profondo. Lo chiamano il “filosofo della vela”, ci sarà pure un motivo. Thomas nasce a Rennes, lassù dove la Francia è presto Finis terrae. Comincia ad andare a vela da ragazzo, anziché bambino. La prima crociera con i familiari su un Pen Duick 600, poi la scuola di Laser di Plèrin, circolo della Cotes-d’Armor al quale è ancora iscritto. “Non ero un colosso, mi sono sviluppato in ritardo. Negli altri sport, soprattutto di squadra, me la cavavo poco”. Ci prende gusto. Nel 1985 è skipper di Polytechnique al Tour de France à la voile, su cui resta sino al ’91. Poi arrivano l’Admiral’s Cup, la Coppa America, la Sidney-Hobart, l’Half Ton Cup… Nel frattempo, si diploma in Informatica ed è assunto dalla compagnia Bolloré-Dalmas per aprire nuove agenzie nel Pacifico. In quegli anni diventa un navigatore professionista, ma la vera svolta, quella in direzione della course au large, c’è nel ’97, quando Thomas arriva secondo alla Mini Transat e s’imbarca al suo primo Trofeo Jules Verne con Sport Elec di Olivier de Kersauson. Scende, vince la Routhe du Rhum con il monoscafo Aquitaine Innovations, chiude undicesimo alla Solitaire du Figaro. Nel ’99 s’impone anche nella Transat Jacques Vabre su Sodeb’O con Hervé Janen. Nel 2001 è sesto nella Vendée Globe e partecipa alla tratta Auckland-Rio della Volvo Ocean Race su D Juice. Finché, nel 2002, è folgorato dai trimarani: ne costruisce uno di 18,28 metri, indossa i colori del gruppo industriale Sodebo e comincia la sua stagione dei record.

Alcuni dei momenti più duri della regata intorno al mondo sono stati negli Oceani del Sud, con gli equipaggi messi a dura prova dalle condizioni meteorologiche.

Il lungo viaggio verso la Volvo

L’uomo che ho incontrato io, a Galway, ha dunque sulle spalle una Vendée Globe, tre tentativi del giro del mondo più veloce in solitaria (2007/2008 abbandonato, 2008/2009 e 2011), due partecipazioni allo Jules Verne, di cui l’ultima vittoriosa nel 2010 con Groupama 3 di Frank Cammas (48 giorni, 7 ore), e l’appena terminata Volvo Ocean Race con Groupama 4: sette circumnavigazioni del globo, otto passaggi di capo Horn. Un palmarès che mette soggezione. Così, abbiamo cominciato a parlare di Frank Cammas, il Leader. “Mi ha teso una mano dopo il flop del mio ultimo tentativo di record”. Flop, insomma… Thomas ha spinto il suo nuovo trimarano, un gigante di 32 metri sempre battezzato Sodeb’O, a 61 giorni 5 minuti avvicinandosi proprio d’un soffio al primato di Francis Joyon, di 57 giorni 13 ore e 34 minuti. “Frank voleva formare un team nuovo, costituito non solo da specialisti della Volvo, ma da velisti che provenissero anche dalle corse oceaniche con i multiscafi. E a me questa regata interessava sia dal punto di vista tecnico e sia da quello psicologico: volevo capire che cosa poteva significare inserirsi in una cellula chiusa di undici uomini costretti in dieci metri quadrati e rivolti ad un unico, comune obiettivo”.

In alto a sinistra: Groupama 4 è il Volvo 70 sul quale ha partecipato e vinto l’ultima edizione della Volvo ocean Race, sotto il comando di Franck Cammas. Il suo ruolo a bordo era quello di capo guardia. In basso a sinistra: La prima grande sfida oceanica che lo vede protagonista è su Aquitaine Innovations, a bordo del quale si aggiudica la Route du Rhum nel 1998. A destra: Thomas Coville alle scotte su Groupama 4. Dietro di lui è Franck Cammas, skipper e leader dell’equipaggio che si è aggiudicato l’ultima Volvo Ocean Race.

Il cuore e la mente

Ecco, la vela come introspezione. “Undici uomini compressi in uno spazio ridotto, che non dormono, non si lavano, mangiano male. Credo che sia la prova più estrema che si possa sopportare”. Thomas aveva un ruolo preciso a bordo: quello, oltre che di capo guardia e vice di Cammas, di mediatore. “Frank ha un approccio molto scientifico alla vela. Ha anzitutto una cura maniacale per il dettaglio, che non conosce una graduatoria: tutto conta. Ha preteso, ad esempio, un numero ridotto di sacchi a pelo, imponendoci di usarli a rotazione, per risparmiare sul peso. Stiamo parlando di grammi! Lui è così. Controlla tutto, dorme pochissimo. Ed è un capo. Chiede la tua opinione, ma poi decide lui, assumendosene la responsabilità”. Si, non c’è democrazia, sulle barche di Cammas. “Non ci può essere su un Volvo 70. A bordo prevale sempre il gruppo, l’obiettivo comune e la soluzione per il gruppo viene dal leader”. Parlando dei momenti chiave della regata, è stato Cammas che ha deciso alla partenza di portarsi fin sotto il Marocco, mossa che ha stupito gli avversari. “E’ stato un segnale della nostra diversità”. Lui che ha deciso di rifugiarsi a Punta del Este in Uruguay, dopo il disalberamento, per riparare all’avaria. Lui che ha fatto andare in crisi lo stesso Coville. “E’ successo quando Franck ha deciso di passare all’interno delle Bahamas, sulla via per Miami, anziché tenersi fuori come aveva fatto Telefonica. Ha deciso questa rotta da solo, senza consultarci. Per me è stato il momento più duro: non sono più riuscito a dialogare. Io avevo un’altra idea e però sono stato costretto ad abbozzare, a ingoiare il mio ego. Durante questa tappa e quella successiva, da Miami a Lisbona, mi sono sentito solo, sono stato male. Il cuore non è stato più tutt’uno con la testa”.

Soddisfazione e festeggiamenti al passaggio di Capo Horn.

Undici uomini in dieci metri quadrati

Ho ripensato al suo ruolo di mediatore. Come si media con se stessi. Come se ne esce, in casi come questo? “Sempre con il cuore. Mentre per Franck è la mente che deve prevalere. È questa, forse, la vera complessità della vela moderna: far convivere l’aspetto tecnico con quello mentale e con il cuore”. I rapporti di bordo sono al centro del pianeta Coville. “Sei in gabbia, la barca spinta a 30 nodi. i colpi delle onde che ti rimbombano nelle orecchie e ti fanno rimpiangere il silenzio che diventa un desiderio inappagabile. Sei schiacciato dalla pressione del gruppo. Ci sono tutte le condizioni per far scoppiare una guerra…”. Ci sono andati vicino più d’una volta, su Groupama 4. “Almeno due o tre. Ecco, in questo caso entravo in gioco io, che ascoltavo le ragioni dei miei compagni e che spiegavo loro che non esisteva alternativa, che c’era soltanto una soluzione: andare avanti”. Cammas ha lasciato a Thomas questo compito. “Lui non ammette la crisi umana. Non va mai in crisi, perché è molto determinato. Ritiene che sia poco professionale e non capisce come qualcuno possa lasciare spazio ai fattori umani durante una performance come quella. Franck ti dice che sbagli, e basta. È molto tranchant”. Coville è stato fondamentale su Groupama 4 anche per “tirare le corde” dell’equipaggio. “Su barche come queste l’equipaggio è come un ensemble di musica da camera in cui ad un certo punto ciascuno deve capire che è venuto il suo momento di fare qualcosa per il gruppo. Il mio lavoro è stato quello di capire le differenze di ciascuno e di portarle al valore più alto perché potessero esprimersi al massimo quando fosse arrivato il momento giusto. Brad Marsh, ad esempio, inizialmente forse non era preparato al meglio, ma ha saputo crescere ed è stato pronto quando si è trattato di suonare il suo assolo. È stato nella penultima tappa. Stavamo avvicinandoci a Lorient, c’era burrasca, 30 nodi di vento, noi lanciati a 25 e avevamo un problema all’albero. Rischiavamo di gettare via tutto in una notte per una drizza incattivata. Brad é salito in testa d’albero per tre volte e ci ha fatto vincere la regata”. Ho continuato a chiedere della pressione del gruppo. “E’ micidiale, è più forte del mare e del vento. Io navigo per fuggire alla pressione del mondo e l’assurdo è che a bordo mi ritrovo nello stesso giogo, quella stessa pressione si rinnova, si riproducono più o meno gli stessi schemi. Con una differenza fondamentale, però: a bordo il gruppo è teso a un obiettivo unico, c’è una motivazione comune che è più forte di tutto, di te. A terra tutto ciò è impossibile”. Va bene la pressione, il pericolo allora? Sei su un bolide lanciato a tutta velocità sulle onde… “E’ così tanto pericoloso correre con i trimarani che tutto il resto mi sembra lo sia meno. Comunque, anche su un Volvo 70 ti senti mentalmente sempre in pericolo. Ma il timore maggiore, lo ripeto, nel mio caso è stato quello di non essere più in grado di reggere la pressione del gruppo. E ciò comporta un lavoro enorme: devi essere sempre concentrato, non puoi mai mollare”.

Thomas Coville ha cercato, nel 2011, di battere il record del Trofeo Jules Verne con il maxi trimarano Sodebo, mancandolo di poco. Proprio alla partenza ha rischiato di scuffiare, ingavonando violentemente il suo gigante a poche miglia dalla Francia.

La regata si vince se cresci

Thomas mi ha parlato anche della crescita dell’equipaggio, il punto di forza, assieme alla pluralità e diversità, sulla quale a suo dire a fatto fulcro Groupama 4. “Alla partenza di Alicante eravamo sicuramente il migliore team con la migliore barca, ma ciò nonostante il nostro goal era crescere. E siamo riusciti a farlo, sotto la spinta di Cammas. Team Telefonica, che è stato leader nella prima parte della regata, credo che a un certo punto non sia stato più in grado di migliorarsi. E si è avvitato su se stesso. Si, credo proprio che la cosa più bella di quest’avventura sia stata la nostra spirale di crescita. Oltretutto la Volvo Ocean Race è una regata che ti dà il tempo per evolvere e per gustarti questa crescita”. Già, il tempo. Una regata lunghissima, 39 mila miglia, nove mesi. Tutto diverso rispetto ai record. “II tempo nella Volvo è un tuo alleato, nei record è il tuo nemico. Non si ferma mai. No, meglio correre contro gli avversari”.

Tra programmi futuri e un SMS

A questo punto, mi sono lasciato contagiare. Lui è il “filosofo della vela“, no? Una domanda marzulliana: è la storia, in questo caso la regata, che fa gli uomini, o viceversa? “Non saprei dirlo. Forse la natura è l’elemento, il fattore che può fare la storia e che può mettere gli uomini sull’altare o distruggerli”. Abbiamo continuato a chiacchierare. Lui era molto rilassato. Era in attesa di sua moglie, mi ha dedicato ancora tempo. Gli ho chiesto dei libri che si dice, si porta in regata. Dieci anni fa, al Vendée, era “L’esistenzialismo è un umanesimo” di Sartre. “Questa volta “Atlantica”, che è una raccolta di poesie di Kennet White, e “L’elogio della fuga” di Henri Laborit. Ma non sono riuscito a leggerli, avrei rubato troppo tempo al sonno”. Thomas mi ha raccontato ancora della sua indigestione di cioccolato, di una crèpe al miele che lo ha deliziato, dello stiramento al ginocchio nella tappa da Auckland al Brasile (“Mi sono messo un tutore adesivo, ma non mi sembrava una cosa così grave come è poi apparsa a terra”). Gli ho chiesto se rifarà la prossima Volvo (“Non credo, sono troppo vecchio”), e se la farà Cammas (“Credo che punti alle Olimpiadi, come il suo amico Iker Martinez”). Finché siamo arrivati a parlare della vittoria. “Per Franck è il momento più bello. Per me? È emozione, felicità, lo spirito per andare avanti”. A questo punto Thomas il Leggendario ha preso il cellulare, ha cercato un Sms, me lo ha fatto leggere. “Ciao papà, sono Jane (sua figlia di 12 anni; ha anche un bimbo di 7, ndr.). Bravo per la vittoria, sei il mio campione. Ti voglio bene. Sono Jane, la tua perla”. “Ecco, vedi, ho vinto la Volvo per questo” mi ha detto, guardandomi negli occhi. Ci siamo commossi insieme.

di Fabio Pozzo


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