1989. Una tranquilla crociera in Antartico
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Benvenuti nella sezione speciale “GdV 5o Anni”. Vi stiamo presentando, giorno dopo giorno, un articolo tratto dall’archivio del Giornale della Vela, a partire dal 1975. Un consiglio, prendete l’abitudine di iniziare la giornata con le più emozionanti storie della vela: sarà come essere in barca anche se siete a terra.
Crociera in Antartico
Tratto dal Giornale della Vela del 1989, Anno 15, n. 02, marzo, pag. 42-47.
Con un 38 piedi in crociera tra i ghiacci dell’estremità sud del mondo. Un affascinante racconto di un’esperienza in un luogo dove il tempo non ha dimensione. Viene voglia di andarci, malgrado il freddo, i pericoli, la paura.
Con una barca d’acciaio di 11 metri alla scoperta della terra dei ghiacci. Un affascinante racconto di un’esperienza in un mondo dove il tempo non ha dimensione. Malgrado i pericoli, la paura, la fatica e Il freddo, tutti quelli che hanno visto l’Antartico non sognano che di ritornarci. Ecco come Matahiva è sceso a sud in un paesaggio lunare.
Due gennaio 1987, cinquantesimo parallelo. Sta per finire il mio quarto di guardia. Al conforto del timone interno oggi preferisco prendermi qualche spruzzo. Mi piace questo contatto con la mia barca. Timonare all’aperto, guardare il lavoro delle vele, dello scafo che scivola, della scia che si richiude dietro la carena. In piedi, con gli occhi che esplorano tutta la lunghezza del ponte, le mani ben strette sul grande timone, provo l’immenso piacere di vivere un progetto preparato a lungo. Matahiva, un Floreal 38 rinnovato nell’85-86, avrà presto 2 anni, e più di 20 mila miglia sono già passate sotto la sua carena d’acciaio. “Noi”, dove l’equipaggio si quantifica in 3 persone: Marc Laurent detto Marcos, sulla trentina, specialista in informatica, bravissimo bricoleur, non ha aspettato Matahiva per flirtare con i ghiacci della costa est della Groenlandia; Michel Houtanede, sulla trentina anche lui, di norma meteorologo, ora marinaio a bordo; Patrich Leclerch, un po’ meno di trent’anni, ideatore del progetto, padrone dopo Dio, in certi momenti. Una rondine non fa primavera, ma i primi tre mesi di navigazione non hanno alterato il nostro piacere di navigare insieme. L’intesa e l’atmosfera a bordo restano miracolosamente buone. Siamo diventati inseparabili. Il 24 gennaio, con la gola un po’ stretta, attraversiamo il Canale di Beagle, lasciando Ushuaia ancora addormentata. Imbocchiamo l’autostrada per l’Antartico. La pressione è stranamente bassa: 969 millibar, nessuna raffica di vento agita questo lago di montagna. Siamo con il genoa tangonato, randa e motore, quando improvvisamente una striscia bianca dietro a noi attira la nostra attenzione. Questo tempo non può durare, la raffica ci arriva sotto alla velocità di un treno. Il genoa si ritrova sul ponte in men che non si dica, sono date preventivamente 2 mani di terzaroli, aspettiamo la raffica. Ecco che arriva! La barca schiacciata dal vento schizza a 8 nodi. La costa fila via svelta. All’altezza dell’isola Picton, fermiamo il gioco ancorandoci. Saggia decisione – 48 ore più tardi, la pressione era tornata a dei valori anticiclonici, il vento brillava per la sua assenza – in rotta per il grande sud. Abbiamo lasciato Capo Horn a tribordo. Regalo o fortuna, il regno dei venti dell’Ovest ci offre un piccolo settore con venti moderati durante tutta la traversata. Fortunatamente, poiché lo strallo principale è caduto sul ponte a 50 miglia a sud di Horn.

Ecco l’Antartide
A forza di seguire il sud noi siamo a 59° 40′, e un primo gigante di ghiaccio sfila a babordo. È il battesimo per Michel, che l’immortala da tutte le parti. Aspettando un giorno di più, avrebbe avuto di che scegliere, l’orizzonte non sarebbe stato nemmeno più visibile: 23 iceberg conteggiati con il radar su un raggio di un miglio. Bella angoscia di notte, con il nevischio negli occhi per migliorare la visibilità. Per fortuna l’oscurità non dura che due ore, e gli strumenti scelti per questo viaggio si dimostrano buoni. Lo schermo “pieno giorno” del radar visibile nel quadrato permette di visualizzare i growlers (pezzi di iceberg che emergono per due o tre metri), per quelli non rilevati dall’elettronica e dall’occhio, c’è la possibilità di un “bang”! Non si viene qui senza pensare di fare a botte… Le tre ore di quarto sono molte lunghe e il freddo penetra malgrado i multipli strati di pelliccia polare, le salopettes e le giacche da alta montagna, per non scordare i moon boots che rimpiazzano vantaggiosamente gli stivali finché gli spruzzi non finiscono per bagnarli. E poiché si parla di spruzzi o meglio, di scherzi del mare, l’acqua è a meno di 2 gradi C. Per niente piacevole quando arriva sul collo.
Martedì 2 febbraio – immenso blu, freddo e secco. Curiosamente gli iceberg sono meno numerosi. L’atterraggio è perfetto. A 20 miglia a sud si staglia l’isola Smith, una catena montagnosa impressionante. La rotta è sull’isola Deception, l’unica parte vulcanica della “penisola” ancora in attività. L’ultima importante eruzione datata 1972, ha distrutto molte stazioni scientifiche. Non siamo soli sull’acqua. una goletta di una trentina di metri, attrezzata come una volta, è apparsa a tribordo. Senza dubbio sono inglesi, per navigare qui con una “‘cosa” simile! Fanno la stessa rotta, li ritroveremo all’ormeggio. Quella notte, la notte non è stata veramente notte. Il cielo senza nuvole è rimasto luminoso a Sud, a nord della “penisola” con finte rosate. Il ponte era gelato ma non avrei cambiato con nessuno quegli istanti che mi sarebbero piaciuti eterni, questa quasi simbiosi tra il cielo e il minerale. Il vento cade, sono intirizzito sul posto del timoniere, non mi muovo più…

Strani incontri ai confini del mondo
Matahiva è ormeggiata davanti alla vecchia stazione delle baleniere di Deception. Strano insieme di scorie vulcaniche, di neve, di fumarola e di pinguini. Paesaggio lunare, veramente spaesante. Appena arrivati il canotto è in acqua per soddisfare i nostri fantasmi da bambini. Non ci sono tesori in questi luoghi abbandonati da tanti anni, visitati da navi di passaggio. Ma quale piacere ficcare il naso in quei bastimenti per metà distrutti con il cuore che batteva più forte a ogni scricchiolio della lamiera! Non siamo i soli sul luogo. Tre scienziati cileni occupano una vecchia baracca rappezzata. Sono giovani. E la famosa goletta non è inglese, ma americana. Un equipaggio barocco, reclutato dai piccoli annunci affissi nei negozi d’alimenti macrobiotici in Nuova Zelanda. Lo skipper dice di essere un artista – pittore – scultore, è circondato da sette persone, e tra queste due ragazze giramondo, vestite con le cose più strane, che vanno da una giacca di visone a una duvet tagliata in due per farne un paltò. L’interno della barca non ha niente di tradizionale: l’attrezzatura direttamente uscita dai meandri del cervello tortuoso del suo ideatore e skipper, non assomiglia a niente di conosciuto. Paratie scolpite, scale complicate sulle quali si va a 4 zampe, cabine su differenti livelli decorate da pitture “home made”, tappezzerie, oblò che danno sotto lo scafo, un insieme barocco fuorviante nel quale è propinata in permanenza una musica che fa sognare e dove si ruma un tabacco con delle proprietà strane…… un vero folklore.

L’ammaliante fascino delle regioni polari
Noi volevamo approfittare del bel tempo per scendere verso la penisola antartica, nell’arcipelago Melchior, fra le isole Anvers et Brabant. È li che incomincia realmente l’Antartide. Provate ad immaginare i grandi massicci delle alpi senza alberi, case, pali, strade, uomini, con le valli inondate dal mare. Un mare che da solo è uno spettacolo con i suoi iceberg, i growlers e i floes (pezzi vaganti di ghiaccio). Diademi dai riflessi azzurrati risplendenti sotto il sole, imponenti sotto un cielo carico, inquietanti quando sorgono, e fantomatici. Se si è abbastanza sensibili, questo posto diventa ammaliatore. Non è per niente che, malgrado i pericoli oggettivi, la paura, la fatica e alle volte il freddo, tutte le persone che hanno visto i ghiacci non sognano che di ritornarci. Le regioni polari sono delle dighe pesanti, si diventa dipendenti fisicamente e psicologicamente. Di ritorno nella società tutto sembra opprimente, insipido e superficiale. L’Antartico non può essere raccontato giorno per giorno come una lettura del libro di bordo. Il tempo non ha dimensione, il paese è eterno e molto velocemente noi cadiamo sotto la sua influenza. A poco a poco ci stacchiamo dalla nostra epoca. L’arcipelago Melchior, dove tutte le isole sono state battezzate con i nomi delle lettere dell’alfabeto greco, perfettamente cartografato, è uno scalo piuttosto apprezzato sull’”autostrada”. Lo stile è grandioso: a Nord Brabant, massiccio che culmina a 2500 metri; a Sud l’isola Anvers, una fra le più belle, con il suo monte che arriva a 3.000 metri. Noi ci restiamo 3 giorni in coppia con la goletta Anne, il tempo per prepararci a dei nuovi giochi.

Un giorno senza fine
Matahiva si trasforma a poco a poco in rifugio. Ci sono più di 20 ore di luce al giorno, ma noi cerchiamo di mantenere i ritmi dei pasti per non destabilizzare i nostri organismi. Ma non sappiamo più quando dormire, per paura di perdere un effetto di luce, l’apparizione di una foca, di una balena, il sole che tramonta o il rovesciamento di un iceberg. Dopo aver navigato con un buon forza 6/7, vento nel sedere sotto randa di cappa miracolosamente ci troviamo in una calma, coperti dall’isola Anvers. Sessanta metri di catena per 4 metri di profondità, bisogna fare così a Palmer quando ci si ancora su delle rocce lisce come la testa di Yul Brinner. Tre barche vicino a noi, due navi da guerra cilene e la sagoma conosciuta della barca a vela che Mark ed io volevamo incontrare sopra ogni cosa: il mitico Damien. Dalla base ultra moderna dalle mura pesanti pitturate in blu e bianco illuminate da uno stuolo di proiettori, ci arriva il ronzio dei gruppi, ma nessuno si fa vivo. Festeggiamo l’avvenimento con una buona conserva fatta in casa, annaffiata da un piccolo S. Emilian 1978 e andiamo in cuccetta… Per poco tempo: un’ora più tardi il giro delle visite comincia. Dopo ciò, una serata memorabile sul Damien e la festa con il personale della base. Duro, duro l’Antartico! Don, il capo, ci offre, con il suo stile rilassato d’oltre Atlantico un “you are welcome” che vuole dire tutto, comprese delle buone docce calde e delle lavatrici. Per una giornata “Palmer Station Antartica” si trasformerà in Yacht Club. Solo Damien è già partito per la Baia Margherite. Per Kotick, è il terzo viaggio, con North, Angel, Anne e Matahiva, siamo più numerosi del personale della base. Gli skipper attendono tutti una bonaccia per proseguire la navigazione sempre più a sud, nel cuore dell’arcipelago antartico, questa volta ciascuno per proprio conto. È con piacere che vediamo allontanarsi la stazione di Palmer. Certo, la visibilità è nulla, la neve, il vento. Ma niente fermerà il nostro desiderio di essere finalmente soli. Matahiva, noi, l’acqua e i ghiacci.
di Patrick Leclercq
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