Buon vento GM Fercioni, il marinaio che ha portato il tatuaggio in Italia

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Gian Maurizio Fercioni se n’è andato a 80 anni lasciando dietro di sé una scia lunga una vita intera fatta di inchiostro e storie di mare. Per il mondo del tatuaggio è stato un punto di riferimento assoluto: il “papà” del tattoo italiano, ma prima ancora è stato un marinaio che aveva il sale addosso e la barca nel cuore. Nato e cresciuto lontano dal mare, a Milano, aveva trovato nel porto di Viareggio la sua seconda casa: è lì che riceve il primo tatuaggio, un’ancora sull’avambraccio sinistro, e che capisce che quell’arte, così legata alla vita dei marinai, sarebbe diventata la sua strada.

Scenografo e costumista nei teatri d’Opera di mezza Europa, Fercioni nasce nel 1945 e inizia a tatuare già ai tempi del Liceo Artistico e dell’Accademia di Brera, fino ad aprire nel 1974 uno dei primissimi tattoo studio in Italia, il primo in assoluto a Milano: il Queequeg Tattoo Studio, battezzato così in omaggio al ramponiere polinesiano di Moby Dick, “completamente tatuato”, che lo aveva folgorato da ragazzo. Lo studio, negli anni, è diventato un vero e proprio museo del tatuaggio: macchinette, aghi, stampe, libri, cimeli raccolti tra i porti e i vicoli di Amburgo, Copenaghen, Amsterdam, Marsiglia, Giappone e Polinesia, America. Un luogo dove chiunque voglia avvicinarsi al mondo del tattoo passa, prima o poi.

La firma di Fercioni è una lisca di pesce stilizzata che fa una piccola pernacchia. ‘Testa e lisca’ è un modo di dire che significa ‘non ce n’è per nessuno’.

La tua passione per il mare è evidente anche nella tua firma, testa e lisca.

“La lisca è un difetto di pronuncia che avevo da piccolo, e ricordo che veniva a casa una donna inglese che mi metteva uno stecchino di vetro in fondo alla bocca e mi faceva dire alcune cose, avvertendomi che se non le avessi pronunciate bene mi si sarebbe rotto in gola. È un metodo che oggi non si usa più, però con me ha funzionato! Oltretutto a Viareggio ‘testa e lisca’ è un modo di dire molto usato che mi è sempre piaciuto, il significato è ‘non ce n’è per nessuno’. La testa della mia lisca poi ha una linguaccia come se facesse una pernacchia, perché quando tiri su il pesce dal fondo la vescica natatoria gli entra in bocca e fa un verso.

Leggi la nostra intervista a Gian Maurizio Fercioni realizzata nel 2021 al Queequeg Tattoo Studio

La sua professione, però, è nata davvero in banchina. Fercioni raccontava di come arrivasse nei porti, tirasse su le maniche per mostrare i tatuaggi e, attirata l’attenzione di marinai, barman e avventori, allestisse un banchetto nel retrobottega o addirittura nel pozzetto della barca per tatuare chi lo desiderava. Allora a farsi tatuare erano “prostitute, marinai…banditos”, come diceva lui, non certo gli impiegati in giacca e cravatta: gente ruvida ma rispettosa, che condivideva lo stesso codice non scritto del mare. In quell’ambiente Fercioni ha contribuito a trasformare il tatuaggio marinaresco da rito scaramantico – sirene, ancore, velieri col vento in poppa, cuori e fulmini (alcuni li vedete nelle gallery qui sotto) – a linguaggio personale, mantenendo però intatto il suo legame originario con il mare.

 

La sua passione per la vela era totale. “Io sono sempre andato a vela, non ho mai pensato al motore”, raccontava, ricordando il padre, presidente del Club Nautico di Viareggio, che “non avrebbe mai acceso il motore, manco morto”. Da giovanissimo skipper tra fiordi, Nord Europa e Mediterraneo, Fercioni aveva imparato a vivere nei porti, a conoscere le barche e chi le abitava. Si era costruito un gozzo a vela latina di poco più di sette metri, che considerava quasi un’estensione di sé, e non ha mai smesso di difendere il fascino delle barche di legno, della manutenzione fatta a mano, del tempo speso in cantiere come parte del divertimento.

 

Per lui mare e tatuaggi erano un’unica storia: il marinaio tatuato non era una posa, ma un’immagine vera, nata come portafortuna in un mondo in cui “da un momento all’altro può cambiare tutto” e dove rispettare il mare è l’unico modo per cavarsela, soprattutto quando si mette male. Nelle sue parole c’era sempre una lezione di umiltà: “per andare in barca servono testa e braccia che funzionano, altrimenti meglio fare altro”.

Con Gian Maurizio Fercioni se ne va un pezzo importante della cultura marinaresca italiana, un uomo capace di tenere insieme arte, vela e vita vissuta senza filtri. Ma restano le sue storie, e soprattutto i suoi disegni impressi sulla pelle di migliaia di persone e quel modo inconfondibile di guardare al mare, con rispetto e ironia. Buon vento GM, testa e lisca!

Federico Rossi

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