1975. Fogar: sì ho copiato, ma la mia impresa è tutta vera

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Benvenuti nella sezione speciale “GdV 5o Anni”. Vi stiamo presentando, giorno dopo giorno, un articolo tratto dall’archivio del Giornale della Vela, a partire dal 1975. Un consiglio, prendete l’abitudine di iniziare la giornata con le più emozionanti storie della vela: sarà come essere in barca anche se siete a terra.


Fogar: “È proprio tutto vero”

Tratto dal Giornale della Vela del 1975, Anno 1, n. 05, novembre, pag. 42-43.

Ambrogio Fogar arriva nella redazione del Giornale della Vela come un imputato ma, domanda dopo domanda, il suo interrogatorio svela il lato umano di un vero navigatore.

Ambrogio Fogar risponde alla rivelazione de Il Giornale della Vela (vedi articolo) sul clamoroso plagio di un capitolo del libro del navigatore anglo-canadese John Guzzwell. Lo ammette, ovviamente, e ne dà una spiegazione candida e disarmante. Dice di essere stato uno «sciocco ragazzo» e di non aver mai nemmeno lontanamente pensato alle possibili conseguenze, anche legali, di questa sua ingenuità: anzi «stupidità», la chiama. Però respinge con vigore, dichiarandosene offeso, ogni e qualsiasi dubbio sul fatto di aver compiuto il giro del mondo in solitario, esattamente come l’ha descritto nel suo libro. È vero, ammette, che da dubbio può nascere dubbio: ma aggiunge che, se c’è qualcuno che ne nutre sulla sua impresa, deve farsi avanti chiaramente e portare le prove che lui ha mentito o esagerato nel raccontare le sue avventure. Parla del «mito Fogar», che è nato, dice, «malgrado Fogar», e si dichiara sicuro che esso non è stato minimamente incrinato dal caso Guzzwell. Ha il sospetto che attorno allas ua impresa sia stato creato troppo clamore retorico e che essa sia stata strumentalizzata anche commercialmente: ma «io ho resistito per otto mesi», dice, «a un’escalation di proposte pubblicitarie che avrebbero fatto girare la testa a molte persone». Poi parla di se stesso, delle sue titubanze e delle sue sicurezze, e spiega qual è la molla che lo spinge a imprese che, di fatto, sembrano ideate per alimentare proprio quel mito che lui non vuole essere: «È la ricerca del mio limite».

È diventato un «caso». Per alcuni, un caso d’onore. Per altri, una semplice querelle letteraria. (Per Tuttolibri, il nuovo settimanale d’informazione libraria, nemmeno tanto semplice: l’ha definito, in prima pagina, «Il plagio dell’anno»). Per i più spensierati, una fonte giochi di parole (uno e questo: «I libri bisogna scriverli con calma, non con fogar »). Per tutti, compreso il diretto interessato, un’incredibile prova di ingenuità. Il diretto Interessato è Ambrogio Fogar, che qui, in redazione, è venuto a parlarci di quanto Il Giornale della Vela ha pubblicato sul plagio letterario: un intero capitolo di «400 giorni attorno al mondo», il libro che narra dell’impresa di Fogar con lo sloop Surprise, copiato da «Trekka around the World» del navigatore anglo-canadese John Guzzwell. Tutta una furiosa tempesta nel mar di Tasmania, capitata a Guzzwell una quindicina di anni la, ripresa tale e quale da Fogar. C’è solo qualche modifica insignificante, e un’aggiunta finale su un’avventura accessoria (un rovesciamento con caduta in acqua) che Guzzwell aveva avuto la buona sorte di non sperimentare. La versione italiana del libro era uscita, edita da Mursia, nel 1971, tradotta da Giuseppe Pannacciulli. Il libro di Fogar, edito da Rizzoli, è della tarda primavera di quest’ anno. È stato proprio Pannacciulli, leggendo 400 giorni attorno al mondo, ad accorgersi per primo che qualche pagina di Fogar gli suonava troppo familiare. Ora Fogar è qui. L’incontro non è, da principio, calorosissimo. Ma alla fine si chiariscono alcune cose, soprattutto questa, che è la più importante: Il Giornale della vela non ha sollevato altri dubbi che letterari. È un tasto che tornerà spesso in questo e in successivi incontri con Fogar (gli incontri e le telefonate che daranno vita a quest’intervista), ed è un tasto che molti hanno battuto. Poiché Fogar ammette candidamente il plagio, e ne dà una spiegazione disarmante, Il Giornale della Vela ne prende atto; e Fogar prende atto che non esistono altre sotterranee riserve da parte de Il Giornale della Vela. L’appuntamento finisce a tavola, in un’atmosfera molto cordiale. A Genova (salone) ci si rivede brevemente. Fogar fa una visita allo stand de Il Giornale della Vela. Ci si mette d’accordo sul secondo appuntamento in redazione per l’intervista. Nel frattempo la stampa italiana si è dilungata sul «caso», e in termini non sempre benevoli per Fogar. Tutti hanno ripreso un lancio del agenzia Ansa e molti vi hanno aggiunto commenti e illazioni. Alcuni dei commenti raggiungono, secondo Fogar, i limiti di quella che lui chiamerà «lapidazione morale». II secondo appuntamento in redazione è rimandato due volte. Fogar ha molto da fare, è impegnatissimo a Roma con la radio, deve registrare la trasmissione «L’uomo della notte». Fogar si scusa politamente dell’intralcio, mentre noi, francamente, cominciamo a pensare al possibile «bidone». Questo continua a rimandare perchè non vuole l’intervista, pensiamo, e non si riesce a capire il perché. Invece Fogar viene: sia pure in fretta perchè c’è un aereo che l’aspetta, anzi che non aspetta affatto se è in ritardo. Sia pure, dunque, in fretta, viene al giornale e si lascia interrogare e parla, parla molto, fin quando guarda l’orologio e dice: «Adesso proprio non ce la faccio più, chiamatemi un taxi, devo correre all’aeroporto».

Ambrogio Fogar in un’immagine del 1972 (Photo: Wikipedia).

L’intervista la finiamo due giorni dopo al telefono, è a Roma e non può muoversi. Siccome parla, parla molto, e a telefono e anche più difficile che di persona interromperlo per fargli le domande, così non è il migliore dei modi possibili per intervistarlo. Ma l’essenziale c’è. C’è forse soprattutto lui, Fogar, con la sua irruenza verbale controllata in un linguaggio molto coltivato, con le sue ingenuità e I suoi calcoli, con le sue titubanze e le sue sicurezze, con la sua tranquillità esteriore e le sue apprensioni intime. A volte sono vaghe tonalità, che l’interlocutore (Furio Lettich, il capo della redazione de Il Giornale della Vela) crede di cogliere. Cosi come crede di riuscire almeno in parte a trasmetterle al lettore.

IL GIORNALE DELLA VELA: Dunque, è stata solo un’ingenuità?
FOGAR: Si, ed è talmente clamorosa che mi sembra non ci sia altra spiegazione. lo, almeno, non ne ho. Il termine «ingenuità» è persino troppo generoso. Chiamiamola pure stupidità.

GdV: Non scendiamo nelle sfumature. Però la leggerezza è stata talmente madornale che c’è la curiosità di sapere come è successo. Quale e stato Il meccanismo mentale che l’ha portata a copiare in modo cosi sventato? E quale il meccanismo tecnico?
FOGAR: Ma non c’è alcun «meccanismo» sotto. Se uno vuol fare il furbo, non lo fa in questa maniera. Copiare sei pagine di un libro altrui non è poco. Non è una frase, sono sei pagine! Per di più, se uno vuol fare il furbo non copia da un libro edito da una casa editrice, la Mursia, con cui non è proprio entrato molto in sintonia negli ultimi anni. Comunque, è andata cosi, e l’ho già detto a tutti i giornalisti che me l’hanno chiesto, anche se in maniera più confusa di quanto non riesca a fare qui adesso: è andata che avevo il libro di Guzzwell a bordo, insieme ad altri. e leggendolo non poteva non colpirmi la singolarità, veramente rara, della perfetta ripetizione, anche geografica, della situazione capitata a Guzzwell con quella capitata a me. Guzzwell ha avuto una grande tempesta nel mar di Tasmania, e si sa bene, o per lo meno c’è la possibilità di dimostrarlo, che nel periodo in cui il Surprise passava per mar di Tasmania c’è stata una grande tempesta, forse più violenta di quella toccata al Trekka. E si sa bene, e anche questo è possibile dimostrarlo, che il Surprise è arrivato a Sydney esattamente il giorno finale della tempesta. Cioè, tenendo presente la data di partenza da Auckland, non poteva essere stato in alcuna altra parte se non nel mar di Tasmania, e se non in quella zona.

GdV: A dir la verità, e per puro amore di polemica, è una prova che non prova nulla. Chi garantisce, a rigore, che il Surprise non si sia fermato in qualche porticciolo riparato vicino a Sydney e non sia venuto fuori proprio quando è finita la tempesta?
FOGAR: Lo garantisce se non altro il fatto che in Australia le regole dell’immigrazione sono severissime, e non c’è porticciolo in cui ci si possa fermare senza che l’autorità non venga a registrarti. Se qualcuno ha dubbi, vada a chiedere a qualsiasi autorità portuale vicino a Sydney se mi hanno visto al ridosso da qualche parte nel giorni della tempesta.

GdV: Ci possono essere ridossi che non sono porti con autorità pronte a registrare, quanto a questo. Ma non c’entra, la domanda era di pura accademia, più che altro per sottolineare che in questioni simili può accadere che le prove non provino. Comunque non è su questo che noi vogliamo Interrogarla… non per il momento almeno. Noi non abbiamo prove per mettere in dubbio il viaggio, ma solo la veridicità letterale e letteraria di certi passaggi, di certe avventure. Torniamo al fatto. Al «meccanismo ».
FOGAR: Bene. In quei giorni avevo preso il libro di Guzzwell, avevo preso le pagine di Guzzwell, avevo ricopiato le pagine di Guzzwell addirittura a macchina…

GdV: In quei giorni di tempesta?
FOGAR: Ma no, dopo, durante la traversata dell’oceano indiano. Avevo a bordo la macchina per scrivere, ho ricopiato le pagine di Guzzwell e le ho inserite negli appunti assieme a qualche bobina registrata. Il tutto era in una borsa che ho consegnato nei primi giorni dopo il mio ritorno in Italia alla Rizzoli.

GdV: Bobine registrate di che cosa?
FOGAR: DI alcune sensazioni che sono riprese, mi pare, nell’ultimo capitolo. Credo di ricordare che nel libro ho scritto: «Copio dal registratore e mi scuso per lo stille piuttosto mediocre»… o qualcosa di simile. Dunque: il materiale. cioè appunti sensazioni dati e bobine, era stato consegnato un po’ alla rinfusa alla Rizzoli.

GdV: Ma è proprio questo il punto che ci sfugge. Possibile che avendo a che fare con un editore serio e reputato come Rizzoli non le sia passato per la testa che no poteva dare «alla rinfusa» materiale copiato, e che non le siano venute in mente le possibili conseguenze, anche legali, di un gesto simile?
FOGAR: Ma proprio qui sta la mia stupidaggine, e a questo punto diciamo pure la mia colpa. Certo che pensavo di rielaborare il materiale, e in parte l’ho anche fatto.

GdV: Cambiando i nomi delle barche? Cambiando Trekka in Surprise?
FOGAR: Be’, è ovvio. Ho anche cambiato qualche riferimento di direzione di venti e di posizioni.

GdV: E ha anche cambiato I tempi dei verbi. Guzzweil: «Ero…»; » Fogar: «Sono…».
FOGAR: No, I tempi non li ho cambiati io, credo l’abbiano fatto in redazione.

GdV: Meno male, perché c’è fra l’altro un errore di sintassi da far rabbrividire: «Benchè ho…».
FOGAR: Io non sono uno scrittore. non mi stancherò di ripeterlo. Comunque e certo che sarebbe stato meglio se avessi avuto il tempo di rivedere tutto. Ma teniamo presente che io sono tornato a Castiglione della Pescaia il 7 dicembre e che il termine ultimo per la consegna dell’originale del libro era il febbraio. Per di più, alla Rizzoli si sono accorti a un certo momento che il materiale che gli avevo dato non bastava per un libro, e tant’è vero che poi ci hanno aggiunto appendici lunghissime: quella di Pratella credo sia addirittura più lunga di quanto ho scritto io. Bene, quando alla Rizzoli mi hanno chiesto di «rimpolpare» il libro, ho fatto la grossa fesseria di non riprendere indietro Il dattiloscritto rielaborandolo, se no probabilmente mi sarei accorto della grossolanità del plagio di Guzzwell. Non che non me ne fossi accorto anche prima, naturalmente, ma a quel punto mi aveva assalito una sorta di fatalismo. Grave. Tanto più grave… tanto più grave in quanto mi ha portato a commettere errore ancora più macroscopico.

Fogar ricevuto nel1975 in udienza dal Presidente della Repubblica Italiana Giovanni Leone, per la consegna dell’onorificenza concessa a seguito della circumnavigazione a vela del globo (Photo Wikipedia).

GdV: Quale errore?
FOGAR: Di non essere intervenuto almeno per la seconda edizione.

GdV: Perché non l’ha fatto?
FOGAR: Non si chiede uno sciocco perché è stato sciocco. Perché così è stato: il plagio è opera di un uomo che, nonostante avesse circumnavigato il globo controvento in barca a vela da solo, in questa circostanza si è dimostrato veramente un ragazzo, uno sciocco ragazzo. Mi dichiaro colpevole. Dichiaro e ripeto che ho fatto una stupidaggine, sono pronto pagare. Più di cosi… non mi pare di avere ammazzato qualcuno.

GdV: Ma allora perché ha accettato termini così ristretti per consegnare il materiale del libro?
FOGAR: Forse i termini non erano stretti in sé, ma sono stato travolto da altre cose. Le conferenze, gli impegni vari e così via. Mia moglie mi diceva sempre: «Le conferenze lasciano il tempo che trovano, il libro resta: resta a ricordo del tuo viaggio e resta anche per gli altri che non riusciranno mai a parlare direttamente con te». Aveva ragione. Tanto più che avevo accettato di scrivere il libro nonostante che in un primo tempo avessi pensato di dare alla Rizzoli solo gli appunti e lasciarlo scrivere a loro. Ma poi mi sono chiesto perché?, in fondo il mio primo libro, «Il mio Atlantico», era andato bene, aveva riscosso un certo successo, al pubblico era piaciuto. Così ho deciso di scriverlo lo. Ma alla fine mi sono lasciato distrarre da tutta questa strumentalizzazione del mio viaggio che mi è girata attorno. In quei giorni mi sembrava di essere una donna di malaffare viaggiante.

GdV: Il termine è un po’ crudo, ma forse dipinge una parte di realtà, almeno apparente , La gente rispetta e ammira il valore, anche etico, di un’impresa come quella di Fogar, ma poi rimane un po’ perplessa quando vede lo scatenamento commerciale. E quando viene a sapere, come si è sentito, che Fogar va a fare conferenze facendosele pagare 150mila lire l’una…
FOGAR: Per le conferenze non ho mai chiesto una lira, salvo il rimborso spese puro e semplice. Ho fatto 70 conferenze e mi hanno offerto soldi, offerti, non richiesti da me, solo otto volte. E poi vorrei sapere perchè si deve sempre sottolineare l’aspetto negativo, che per altro non esiste in questo specifico caso, di ogni cosa anche della più grande al mondo che uno possa avere fatto.

GdV: La critica non è nostra, e nel particolare è anche irrilevante. Però non c’è dubbio che rispecchia un certo stato d’animo. E qui c’è anche la risposta alla sua domanda, Fogar. Tutto il clamore negativo suscitato dalla vicenda del plagio è direttamente proporzionale al clamore retorico, alla mitizzazione esasperata creata intorno all’impresa, e soprattutto al suo sfruttamento successivo, alla strumentalizzazione commerciale.
FOGAR: Lo sfruttamento commerciale è stato molto inferiore a quello che avrebbe potuto essere: ho resistito per otto mesi a un escalation di proposte pubblicitarie che avrebbero fatto girare la testa a molte persone. in quanto alla mitizzazione.. non piace nemmeno me essere un mito. Non mi piacciono i miti in generale. Io ho sempre dichiarato di essere un uomo normale, un uomo che fa, clamorosamente, errori come chiunque.

Il Surprise di Ambrogio Fogar.

GdV: Diciamo allora che lei è diventato un mito suo malgrado?
FOGAR: E’ cosi. D’altra parte l’impresa l’ho fatta, E altre ne farò. Sto progettando, come si sa, la traversata in sci della Groenlandia. Probabilmente insieme a Bonatti. Cosi, almeno, avrò un testimone…

GdV: Fogar, che cosa la spinge all’impresa, quale che sia? Lei dice di non amare i miti, ma di fatto sembra comportarsi sempre come se non volesse altro che alimentare un mito Fogar.
FOGAR: Ho fatto roccia, sci-alpinismo, sopravvivenza alpina, paracadutismo fino a quando un incidente mi ha bloccato, poi pilotaggi di piccoli aerei e infine, nel ’66, a 25 anni, sono approdato alla barca a vela con una deriva veneziana che dividevo con Alvise Chiggiato. Nel ‘71 ho comprato il Surprise, e da allora ho fatto di tutto con la barca a vela: la qualificazione per l’Ostar. l’Ostar, la Middle Sea Race, la Città del Capo-Rio, il giro mondo in solitario. La vele in solitario mi affascina. Mi affascinano gli sport che «fanno paura», la mia biografia lo dimostra, no? In realtà gli sport che «fanno paura» sono, razionalmente, fra gli sport più sicuri. Quindi non è per affrontare il rischio che li pratico. È che, a parte il fascino della natura, e infatti tutti i miei sport sono a contatto con la natura, ci scopro una matrice comune: ed è la ricerca del mio limite. Una verifica di me stesso. Una ricerca e una verifica da farsi possibilmente da solo. Lo sono un tipo che si lascia trascinare spesso da umori e malumori e ogni tanto ho bisogno o un punto fermo, che posso trovare solo in me stesso. Disapprovo, per esempio, il concetto dell’Ostar in quanto regata: l’idea di «correre». Non mi va. Ma l’Ostar è una corsa in solitario, ecco perchè ho fatta e la rifarò. Ed ecco perché sono offeso, si offeso è forse la parola giusta, che si mettano in dubbio le mie imprese.

GdV: Non da noi, lo ripetiamo. Noi ci siamo limitati a constatare un fatto. L’unico commento che abbiamo scritto di poche righe, ed era, lo ammetterà, misurato e calibrato.
FOGAR: Va bene. Ma ripeto sono deluso perché, avendo il Fogar «terraiolo» sbagliato, la polemica è stata portata sul Fogar «marinaro». Non da Il Giornale della Vela: però sono deluso, ancora, che Il suo direttore, che fra l’altro è un uomo di mare, abbia fatto ad altre testate, dopo essersi incontrato con me, dichiarazioni che contrastano con quella vostra posizione asettica, di puri registratori di un plagio. Devo aggiungere che sarei ancora più deluso se questa mia precisa dichiarazione rimanesse fuori dal contesto dell’intervista. Ma sono certo della vostra correttezza.

GdV: La correttezza non c’entra: è bene bene non entrare in polemiche personali, anche perché le dichiarazioni alle quali lei allude sono state fatte prima e non dopo l’incontro. Ma il punto è evidentemente un altro: e cioè che è abbastanza umano che da un dubbio ne sorgano altri. Lei stesso, in qualche parte del libro, a un certo momento, scrive di temere che il lettore pensi che lei abbia esagerato nel raccontare qualche avventura. Anche un noto giornalista velico, suo amico personale, ha commentato a botta calda che l’unica maniera per far svanire ogni dubbio era che lei ripetesse il giro del mondo. L’ha scritto quasi a mo’ di battuta, ma era una sensazione comune a molti. Lei prima ha detto di non aver ammazzato nessuno. Forse ha solo ammazzato un po’ della fiducia che la gente aveva in lei.
FOGAR: Non credo, esattamente come non credo che il mito – il mito Fogar malgrado Fogar – sia stato infranto. E vorrei che chi ha dubbi di questo genere si facesse avanti con chiarezza. Che dicesse: tu non hai fatto il giro del mondo come l’hai raccontato, e queste sono le prove.

GdV: Qual è stata la sua reazione quando ha saputo che il plagio stava per diventare pubblico?
FOGAR: L’ho presa molto sottogamba, continuavo a essere il ragazzo sciocco. Per me, del resto, valeva l’impresa, non il libro. E’ stata mia moglie, che fra l’altro non sapeva che avevo copiato quel capitolo, a capire subito la serietà del fatto e a collegarlo con l’imminenza del salone di Genova, il che evidentemente aggravava la cosa, Siete stati bravi e tempestivi… ammiro il colpo giornalistico. Quello che ammiro meno sono le conseguenze.

GdV: Di che genere? Ripercussioni sui suoi contratti commerciali? Sulle sue relazioni con Rizzoli?
FOGAR: No, non in quel senso. Parlo della lapidazione morale cui sono stato oggetto. I miei contratti commerciali non sono stati disdetti, e in quanto alla Rizzoli, be’, diciamo che mi hanno «bonariamente sgridato», Me lo meritavo.

GdV: Quando, durante le conferenze, qualcuno del pubblico le chiedeva particolari tecnici su quella tempesta, e ci sarà stato senz’altro qualcuno che l’avrà fatto, cosa pensava? Non l’è mai venuto in mente che quello era il punto più dolente.
FOGAR: No, mai pensato.

GdV: Guzzwell, che è in giro per il mondo, non è stato ancora sentito su questa faccenda, Cosa pensa che dirà?
FOGAR: Secondo me, si metterà a ridere, e capirà.

GdV: Se fra qualche anno lei si accorgesse che un altro navigatore-scrittore ha copiato un capitolo del suo libro, cosa direbbe e cosa farebbe?
FOGAR: Prima di fare qualsiasi azione, andrei a parlargli. Poi agirei di conseguenza, ma francamente non so come…. non so prefigurarmi un mio comportamento in un caso del genere.

GdV: Un’ultima domanda. Avendo le prove del plagio sul tavolo di redazione, lei, Fogar, cosa avrebbe fatto?
FOGAR: Come giornalista, avrei fatto la stessa cosa: l’avrei pubblicato.

Giornale della Vela


NDR: Nel 1978, durante una navigazione verso l’Antartide, al largo delle isole Falkland nel Sud dell’Oceano Atlantico, il Surprise viene colpito da un branco di orche o balene e affonda in poco tempo. Con Fogar c’è il suo amico e compagno di viaggio, il giornalista Mauro Mancini. I due verranno tratti in salvo dopo 74 giorni alla deriva. Fogar riesce a sopravvivere mentre Mancini morirà di polmonite due giorni dopo. Gli anni ’80 sono caratterizzati dalla “conquista” del Polo nord. Alla fine degli anni ’80 crea e conduce il programma televisivo d’avventura “Jonathan – dimensione avventura” per il quale riceverà il Gran Premio Internazionale dello Spettacolo (il Telegatto). Nel 1992 Ambrogio Fogar è vittima di un gravissimo incidente in Turkmenistan, durante l’ottava tappa del rally Pechino-Mosca-Parigi. La sua jeep si ribalta e Fogar subisce la frattura della seconda vertebra cervicale, rimanendo quasi completamente paralizzato. Nonostante le difficoltà, Fogar continuerà la propria missione di avventuriero e divulgatore fino al 2005, anno del sua morte.


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