2011. La vita turbolenta di Moya, una barca perbene di 100 anni

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Benvenuti nella sezione speciale “GdV 5o Anni”. Vi stiamo presentando, giorno dopo giorno, un articolo tratto dall’archivio del Giornale della Vela, a partire dal 1975. Un consiglio, prendete l’abitudine di iniziare la giornata con le più emozionanti storie della vela: sarà come essere in barca anche se siete a terra.


Moya, la barca che ha vissuto cento anni

Tratto dal Giornale della Vela del 2011, Anno 37, n. 03, aprile, pag. 86-91.

Storia, diario bordo, riflessioni su Moya, una barca che ha vissuto 100 anni e che vuole diventare immortale nel racconto di Paolo Rumiz. Ha cambiato tre volte armo velico e dodici proprietari, ha regatato al mitico Fastnet, ha rischiato di affondare…

Un diario di bordo lungo cento anni e centinaia di migliaia di miglia sotto la chiglia. La meravigliosa storia della vita che non finisce mai di una barca magica, che ispira riflessioni sull’andar per mare e aiuta vivere meglio.

Numero di registro dei Lloyds: 114918, anno di costruzione 1910; cantiere William Crossfield di Arnside (Inghilterra); nome Moya; materiale legno; armo a cutter; vele Rigby di Fleetwood; lunghezza fuoritutto 42,5 piedi (m. 12,95); lunghezza al galleggiamento 35 piedi (10,67 m); larghezza max 11,6 piedi (3,54 m); peso 12,34 tonnellate; pescaggio 6,5 piedi (1,98 m); progettista William Crossfield; motore nessuno; proprietario A. E. Penny socio del Royal Mersey Yacht Club; porto di armamento Preston. Recita così la prima scheda di Moya, tratta dal Lloyd Register of Yachts. Da allora Moya ha avuto una vita irrequieta e turbolenta che solo dal 2002, quando è stata acquistata da Gaetano Terrin dello Yacht Club Adriatico, ha avuto un pò di pace e stabilità. Ma c’è una cosa che tutti i marinai apprezzeranno, ben sapendo che porta bene, non ha mai cambiato nome. Per il resto Moya ne ha fatte di cotte e di crude: ha passato dodici proprietari, dieci inglesi, compreso il mitico autore di film horror John Moxey che la possedette dal 1960 al 1969, e due italiani. A proposito di motori, per 14 anni la propulsione era rappresentata da un remo di quattro metri, poi il primo motore entrobordo lo ha montato nel 1924 (4 cilindri a benzina della Bergius di Glasgow), il secondo nel 1961 (Morris benzina da 20 cavalli) e terzo e ultimo nel 1969 (Perkins 4 cilindri da 47 cv). Bizzarra anche la storia degli armi velici, è passata da cutter a yawl nel 1927, per tornare all’origine nel 1948. Capitolo regate, il momento di massimo fulgore al Fastnet (oltre 600 miglia) nel 1975, ma ha anche preso parte tre Rimini-Corfù-Rimini (110 miglia). Ha navigato nei mari di tutt’Europa, ma non ha mai attraversato l’Atlantico. Ma di tempo ce n’è ancora per colmare questa lacuna.

Ha rischiato di morire dopo 100 anni di vita. Ma una barca può vivere più a lungo di un essere umano. La passione e l’amore le possono restituire nuova vita, all’infinito. Può diventare immortale? A leggere la storia di Moya, un cutter di 13 metri nato in Inghilterra nel 1910 e appena ristrutturato, cento anni dopo, la risposta è affermativa, sì, una barca può vivere all’infinito. Questa sensazione di immortalità ce l’ha trasmessa il libro “Il segno dell’onda. Moya 2010-1910” (Comunicarte edizioni) scritto da Piero Tassinari e Paolo Rumiz e meravigliosamente illustrato da immagini e fotografie di tutte le epoche raccolte grazie al lavoro del suo dodicesimo e ultimo armatore, Gaetano Terrin. Abbiamo letto il libro e sottolineato i brani che ci hanno colpito di più di questa meravigliosa storia di mare. Un diario di bordo lungo cento anni e centinaia di migliaia di miglia sotto la chiglia, in tutti i mari d’Europa. Ve li proponiamo.

Mediterraneo vs Atlantico

Gli uomini e le società cambiano, ma non la natura. La forma di un’imbarcazione è modellata sulle forme delle onde e sulla forza del vento, che non cambiano nel corso di un secolo. La navigazione tiene conto degli stessi fattori, e quel che si perde in complessità passando dall’Atlantico al Mediterraneo, dove il ritmo è scandito dal sole (= vento) e non dalla luna (= maree), lo si guadagna in termini di pregnanza storica e complessità di relazioni umane. Anche queste non cambiano profondamente nel corso di cent’anni, e le parole che risuonano in pozzetto o i pensieri che passano per la mente mentre, in navigazione, si tenta di prendere sonno in cuccetta, sono per molti versi gli stessi nel 1910 come nel 2010. È questo, in fin dei conti, uno dei motivi per cui si va in barca per diporto.

Moya in navigazione.

Il motore e il camorrista

Quando Moya fu varata non aveva un motore. Un remo di quattro metri svolgeva egregiamente il compito. Le fotografie di primo Novecento ce li mostrano così i nobbies che prendono gli ormeggi al colmo della marea nella Morecambe Bay, in un mare liscio come una mattina estiva nel Mediterraneo. Eppure nel Mediterraneo è più difficile, adesso. Difficile scivolare in silenzio accanto alla barche in vetroresina con i tavoli apparecchiati in pozzetto. Ma tanto lo sappiamo: noi abbiamo una missione, e loro sono solo dei poveretti… La sera dopo a Paxi un camorrista napoletano si lava con il bagnoschiuma sulla plancetta di un motoscafo nero massaggiandosi i testicoli di fronte alla piazza del paese. Accende il motore per caricare le batterie, gassifica allegramente le famiglie delle barche vicine in pozzetto con i bambini per la cena. È il momento di ripartire.

Senza fiocco Moya è una braca morta

I prawners della Morecambe Bay, il tipo di imbarcazioni cui appartiene anche Moya, hanno la tendenza ad abbassare la poppa, di volumi ridotti, quando navigano con vento teso al lasco. Le sezioni dell’opera viva cambiano, il comportamento diventa errabondo, anche a causa della sproporzione del piano velico, e l’impegno del timoniere cresce. Il fiocco va tenuto issato anche con vento molto teso e, magari bordato al centro, contribuisce a tenere la barca in rotta. Un prawner senza fiocco è un prawner morto.

Nella pancia della barca

La sorpresa fu l’interno. Un guscio caldo e confortevole, la pancia di un pesce mitologico come la balena di Pinocchio e al tempo stesso una cassa acustica che trasformava i rumori del mondo esterno – mare, vento, voci umane – amalgamandoli e trasformandoli in qualcosa di morbido e decisamente sinfonico. Pensai al torace di un ciclope, ma anche a un contrabbasso. Un’alcova perfetta, totalmente priva di effetti claustrofobici. Un magnifico posto per scrivere, pensare, dormire, tagliare i ponti col mondo. Per questo magnifico interno, più che per quella chiglia o quella vela, acquistai gli ultimi viveri e sistemai le mie cose a bordo con particolare piacere. Poi ci entrai, contento come un topo nel formaggio.

Il quadrato di Moya dopo il restauro effettuato dal Cantiere Alto Adriatico. La progettazione originale degli interni venne affidata ad un architetto e non venne curata, come solitamente accadeva, al cantiere stesso, che realizzava ogni parte della barca dal punto di vista progettuale e di costruzione.

Una barca amata è una barca che ride

Fu lì, che Piero, lo skipper, anche per tenersi sveglio, cominciò a raccontare la storia di Moya e ci svelò che una quarantina di anni prima il suo ennesimo proprietario inglese, il regista cinematografico John Llewellyn Moxey, noto autore di film horror, ‘sentì ridere la sua barca’ mentre era solo nel pozzetto in una notte senza luna. Aggiunse: “io ci credo, perché questa è una barca felice, una barca che è stata amata”. Il violoncellista Mario Brunello mi aveva detto la stessa cosa dei liuti: “si sente benissimo quando sono stati usati con passione e competenza. Il legno non amato soffre”. Dunque, era assolutamente la stessa cosa, e il vecchio Moxey, che lì a bordo andava a ubriacarsi con Anthony Quinn e qualche attrice in vena di baldoria, non era affatto un visionario.

La barca è la tana ideale per i bambini

Moya è sempre stata amata dai bambini. Nessun bambino le preferirebbe una barca moderna. E ce ne sono sempre stati molti a bordo. Nel 2004, durante una crociera di 1.500 miglia ci sono a bordo un bambino di tre anni e una bambina di uno. Non c’è neppure bisogno di una culla, basta incastrare qualche cuscino sul pagliolo della cabina di prua perché non caschi. Pastina e cous-cous che vanno ad intasare gli ombrinali del pozzetto. Non veniteci a parlare di equipaggi in divisa…

Moya ha cambiato tre volte tipo di armo velico, da cutter a yawl per poi tornare cutter e ha avuto diversi set di vele bianchi o rosso/mattone. Nella foto sopra è ripreso dal famoso fotografo Beken dell’isola di Cowes. Notate la lunghezza del bompresso, che supera i quattro metri.

Il giorno che Moya divenne immortale

Dialogo a bordo durante la Barcolana:
“Bisogna fare qualcosa, l’anno prossimo è il centenario…”
“Potremmo fare un libro…”
“Bisogna fare un restauro, altro che libri… Lo scafo è stanco. È una barca generosa, ha dato più di quanto chiunque si possa umanamente aspettare. Ma cento anni sono tanti. La chiodagione va rinforzata, bisogna sostituire la scassa dell’albero, qualche corba, i perni, anche il dritto di prua…”
“Potremmo affondarla…”
“Una fine gloriosa. Per una barca così…”
“Se una barca è buona per essere rivestita, allora è buona anche per essere riparata…”
Il vento rafforza, rovesciando Moya sul fianco con tutto il peso di un lottatore di sumo. Creste bianche dappertutto, il trincarino sott’acqua. Sette nodi, quindici tonnellate al galoppo dietro un bompresso di quattro metri, randa controranda trinchetta fiocco e controfiocco.
“Vada per il restauro”.
“E vada per il libro”.

di Piero Tassinari e Paolo Rumiz


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