2007. Il papà di Luna Rossa annuncia che non molla
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Io la rifò
Tratto dal Giornale della Vela del 2007, Anno 33, n. 06, luglio, pag. 82-87.
Luna Rossa esce di scena alla Coppa America 2007 di Valencia. Dalle pagine del Giornale della Vela il toscano Patrizio Bertelli annuncia che non molla, che ci riproverà. E racconta come è nata la sua passione per il mare, per le barche a vela e per le regate. A patto che…
Finché non mi annoio, continuo, annuncia il papà di Luna Rossa, ma vuole che rimanga un evento sportivo, non un “circo”.
Solo quarantotto ore dopo avere perso la Louis Vuitton Cup, li ha rispediti tutti in mare. Non le riserve, ma i titolari: Francesco De Angelis, Torben Grael, Michele Ivaldi, James Spithill e tutti gli altri. Li ha mandati ad allenarsi contro Alinghi, per sapere come sarebbe andata a finire se Luna Rossa non fosse incappata nella settimana no che è culminata con l’impietoso passivo di 5 a o subito per mano di Emirates Team New Zealand nella finale della selezione degli sfidanti. Patrizio Bertelli, fondatore esattamente dieci anni fa (era la primavera del 1997) del più grande e importante challenger all’America’s Cup che l’Italia abbia mai avuto, quella Coppa la vuole proprio vincere. O, almeno, stare in pace con sé stesso ed essere sicuro di averle provate davvero tutte. Ha la “bestia” dentro e la deve domare. Per lui, che ha iniziato a regatare negli anni Settanta, ai tempi dello IOR, la vela è un’immensa passione e l’America’s Cup una difficile sfida sportiva; non una vetrina come per tanti altri.
Si è appena conclusa la terza campagna di Luna Rossa. Lancerà la quarta sfida consecutiva?
Sì, sono molto fiducioso di partecipare anche alla prossima edizione della Coppa America. Finché non mi annoio continuo. Per la decisione definitiva aspetto il 7 luglio, quando conosceremo le scelte del vincitore: voglio prima sapere dove andrà a finire la Coppa e quale sarà il formato dell’evento.
Ci sarà anche se la Coppa dovesse tornare in Nuova Zelanda?
Il campo di regata è un dettaglio irrilevante. Prima voglio essere sicuro che l’America’s Cup rimanga una sfida di carattere sportivo. I circuiti creati attorno alla comunicazione e alle operazioni di marketing non mi attraggono. Mi interessa di più sapere tra quanto tempo si rifarà la Coppa e con quali barche.
Cosa la spinge ad andare ancora avanti?
È un saliscendi. Quando va male, voglio rifare la Coppa per andare meglio la volta dopo e, quando va bene, mi viene voglia di trovare il modo di vincerla. Nel 2000 abbiamo raggiunto la finale contro il defender neozelandese e ho voluto fare la seconda sfida. Nella campagna successiva abbiamo avuto un mucchio di problemi, alcuni dei quali legati anche all’11 settembre. Nel nostro team, infatti, c’erano molti americani che hanno dovato risolvere diverse questioni familiari. Finita la sfida del 2003, mi è rinata la voglia di partecipare. Quest’anno è andata bene, ma ora ho voglia di vincere.

Lei è un vero appassionato di vela, armatore di cinque barche d’epoca e moderne. Cosa significa per lei la vela?
È uno svago e un impegno culturale. Coesistono il rapporto con la natura e con le persone. C’è l’aspetto organizzativo e quello tecnico. Bisogna saper mettere tanti elementi insieme per poter costruire una buona squadra.
Le interessano altre regate, oltre la Coppa America?
Ho iniziato ad andare in barca a Castiglione della Pescaia, nel 1972. Partecipavo alle regate dei Mini Tonner e della VI Classe con barche costruite dalla CBS. Timonavo un po’ io, un po’ Vasco Donnini. Allora, quando si parlava di una regata media, s’intendevano comunque 60 miglia. Con una barca di sette metri e mezzo facevamo navigazioni di 110 miglia. I triangoli olimpici erano percorsi di 18 miglia con i lati di lasco. Quando lo IOR è finito, ho iniziato a regatare sulle barche degli amici. Ho preso quindi il 12 Metri Nyala e mi son divertito con le vele d’epoca; poi, nel 1997, ho deciso di fare l’America’s Cup. Certo, sarebbe bello ripristinare un bel circuito di regate nel Mediterraneo per una serie di armatori che non siano gli stessi della Coppa America, che è diventata ormai molto tecnica e professionistica.
Cosa l’affascina dell’America’s Cup?
Mi piace perché non è un evento annuale, ma che si disputa ogni tre o quattro anni a seconda di chi la detiene e la rimette in palio. Una campagna di Coppa è un progetto a termine; alla fine di ogni edizione uno può decidere di rifarla oppure o no. Ogni sfida rappresenta un grosso impegno organizzativo e umano.
Lei è un grande appassionato della storia di questo trofeo. È vero che la conosce a memoria?
Non esageriamo, non ricordo tutte le date. Piuttosto, ritengo di essere ben informato e, soprattutto, mi interessa conoscere i motivi di certe decisioni dei progettisti e delle soluzioni che hanno adottato. Certamente, per fare un esempio, so che Bruce Farr non ha mai vinto una Louis Vuitton Cup. Questo lo so!
Da dove nasce la sua grande passione per la progettazione?
La bella forma di uno scafo è sempre l’espressione di una barca di grande contenuto.
Qual è la più bella barca dell’America’s Cup Class?
Black Magic NZL-6o (quella che nel 2000 ha battuto Luna Rossa, ndr). È equilibrata sotto tutti gli aspetti e, infatti, ha continuato ad andare bene anche fino agli Act dell’anno scorso.
La più brutta?
6eme Sense FRA-46, quella francese del ’99. Proprio brutta.
La più bella della classe 12 Metri Stazza Internazionale?
Intrepid. Una di quelle barche indovinate nelle forme e nei volumi che, infatti, è stata tre volte defender.
Il personaggio più significativo dell’America’s Cup?
Dennis Conner. Ha inventato lo stile moderno della Coppa: ha introdotto l’allenamento e l’applicazione. Prima di lui la Coppa America era una regata tra gentlemen.
Il capitolo che la emoziona di più?
La vittoria di Australia II. Ha rotto un equilibrio.
L’anno più triste della Coppa?
Il 1988: la sfida tra il barcone di Farr e il catamarano di Conner.
Nel corso delle sue tre campagne, quali sono stati i momenti di maggiore felicità?
Nella prima abbiamo vinto la Louis Vuitton Cup: nella seconda abbiamo avuto grandi problemi con la barca, ma modificando la prua per due volte nel corso delle regate, abbiamo dato un bella prova delle nostre capacità organizzative. In quest’ultima abbiamo raggiunto la finale dei challenger e ci siamo riconciliati con il passato. È stata una bella campagna e, a differenza di quattro anni fa, abbiamo finalmente lavorato in armonia.
Con quali persone ha legato di più in questi dieci anni e chi non vorrebbe più avere nel suo team?
Ho un grande rapporto di stima e amicizia con Rod Davis, perché ci ha insegnato tanto; è un mio carissimo amico. Per la prima sfida è stato molto utile Laurent Esquier. Persone che non riprenderei non ce ne sono; le ho dimenticate.
Quanto questa terza sfida è stata frutto della determinazione di Francesco De Angelis di farla partire?
Con lui ho un rapporto di fiducia e di lavoro. Questa volta De Angelis ha deciso di ricoprire una posizione completamente diversa dalle campagne precedenti. Essendo lo skipper e il responsabile di tutta la parte strategica della sfida, il suo è stato un ruolo fondamentale.
I tifosi di Luna Rossa sono sempre di più. Come mai?
In questi dieci anni Luna Rossa ha fatto proseliti. Non abbiamo mai regatato in modo chiassoso e, anche se i risultati sono stati alterni, sono sempre stati positivi. Luna Rossa è stata fondamentale per il movimento della vela in Italia: abbiamo portato avanti la nostra sfida con continuità e, anche se non siamo la nazionale, abbiamo dato un grande aiuto a tutta la vela italiana. Abbiamo fatto crescere tanti velisti che ora regatano anche per conto degli altri sindacati del nostro Paese e di quelli stranieri. Dopo la Nuova Zelanda, l’Italia è la nazione con il maggior numero di velisti in Coppa America.
Nella prossima Coppa America spera di avere un’altra occasione per incontrare ancora i neozelandesi in una finale?
Anche questa volta loro sono stati più bravi di noi. Però, quando nel 1995 vinsero la Coppa, erano al loro quarto tentativo.
di Andrea Falcon
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