1976. L’orca assassina affonda il Guia III di Giorgio Falck

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Benvenuti nella sezione speciale “GdV 5o Anni”. Vi stiamo presentando, giorno dopo giorno, un articolo tratto dall’archivio del Giornale della Vela, a partire dal 1975. Un consiglio, prendete l’abitudine di iniziare la giornata con le più emozionanti storie della vela: sarà come essere in barca anche se siete a terra.


Sul momento è come se il mondo si rovesciasse

Tratto dal Giornale della Vela del 1976, Anno 2, n. 03, aprile, pag. 3-5 e 40-43.

Dal racconto dei protagonisti ecco come una delle barche italiane più famose del mondo affonda in pieno Atlantico. Molti mettono in dubbio i fatti, Falck si difende.

Giorgio Falck racconta cosa si prova quando si perde una barca di cui, più ancora che armatore, si sentiva amante…

Alla prima parola mi sono reso conto che la tonalità della voce era la stessa… Come quando diceva: «Guia is fifty-two South fifty East, they have a very bad wheather of course»… Mi è rimasta impressa nella mente, come incisa su un nastro, la voce di captain Norman. Erano i momenti drammatici dell’oceano Indiano, durante il giro del mondo. La regata perdeva gli uomini dietro di sè, eppure la voce di captain Norman rimaneva flemmatica, gentilissima, acquistava solo una leggera tonalità metallica. Anche gli inglesi, anche se capitani di mare, provano emozioni e per nasconderle accentuano un filo l’inflessibilità nella loro gentilezza. «This is captain Norman speaking…». Avevo già riconosciuto quella leggera e terrorizzante inflessione metallica. «The crew is well…», l’equipaggio sta bene, bontà sua che cominciava dalla buona notizia, «but the boat is sunk», ma la barca è affondata. La parola era stata pronunciata. L’effetto istantaneo è stato quello del mondo che si rovescia, come mi era successo, fisicamente, da piccolo, quando ero caduto da cavallo. Solo chi possiede una barca può capire. Può capire l’affetto… no, il cumulo di affetti che contiene una barca: l’orologio al quarzo “garantito due secondi al mese”, regalo di mio zio e compagno ai tanti stop durante il giro del mondo; il sestante col quale avevo fatto i primi punti, esitante, nel ’71; la coperta blu sulla quale una mano gentile aveva ricamato “riservata a Giorgio”. E quel meraviglioso scafo liscio e sottile come un gioiello che Gigi e io avevamo strappato alla distruzione totale sulla spiaggia di Baratti: era stata questione di ore, alle quattro la barca era depositata sul tombolo e alle sei si abbatteva sulla spiaggia una mareggiata forza nove… Ma tutto era contenuto in quel monosillabo: sunk.

«Vai a spiegare, Jepson, quando siamo in Italia, che a metà Atlantico avevamo 170 miglia di vantaggio sul Katsou e 420 miglia sul Chica Tica (che ci pagavano 17 e 10 ore di compenso)». Adesso siamo qui da tre giorni ad aspettare quelli indietro. È inutile, non ti credono, meglio star zitti. «Il Guia è una barca eccezionale che non vince, è sfortunata». E la sua sfortuna non era solo quella nella Cape to Rio. Lo stesso vale per quel duello nella notte con vento durante il Fastnet, con il Noryema che avevamo messo dietro con facilità irrisoria, con quegli incroci con il Charisma e con il Tenacious a Land’s End, dopo un giorno e una notte di bolina regolarissima con vento fresco. Le Scilly, con 20 ore di fermata, ci relegheranno al cinquantesimo posto e la gente dirà sciocchezze del genere: «Mancava lo spirito di squadra…». «Ma non ti preoccupare Jepson, la sfortuna non può non passare, il vento una volta o l’altra sarà uguale per tutti, barca su barca siamo i più veloci, verrà la terza tappa del Triangolo atlantico, il Triangolo vedrai che lo vinciamo».

Il Guaia III di bolina poche ore prima dell’affondamento da parte di un’orca.

E infatti sembrava fosse la volta buona. Il Guia incocciava per secondo gli alisei del nord neanche due giorni dopo il Pen Duick VI, un giorno e mezzo prima del Katsou, rimasto più a lungo nelle calme equatoriali. Continuando così era fatta, e non solo la tappa, ma tutto il Triangolo. D’altra parte il Guia correva al meglio delle sue possibilità, più di 200 miglia l’ultimo giorno, in bolina larga… «Caro Giorgio ho saputo la notizia, ti faccio le mie condogli…» poi si bloccano di colpo, la parola è da usarsi solo per le persone, pare. Eppure tutti cominciano la loro frase così, istintivamente. «Mi chiamo Vincenzoni, sono amico di suo cognato, telefono da Los Angeles. Da tre anni studio le orche, ci sto scrivendo un libro». «Dica, dica». «E’ un animale terribile e affascinante: una volta in Nuova Zelanda un peschereccio ha ferito una femmina con l’elica. Il maschio ha affondato il peschereccio, fasciame da settanta millimetri (35 il Guia). Un mese dopo, nello stesso posto, un equipaggio di sei persone è stato ucciso dalla bestia inferocita». Lo so, caro signor Vincenzoni, che i mostri marini sono di gran moda in questo periodo, dopo il film “Lo squalo”, so anche che l’episodio Guia interessa soprattutto perché coinvolge un tanto attuale mostro marino. Ma io, vede, mi interesso di barche e non di orche, animale odioso fra tutti. Mi interesso di regate e non di violenza. Cose disgiunte. Almeno così pensavo. (Giorgio Falck)

Il naufragio raccontato da Zio Pimperle

Francesco Longanesi Cattani, cioè zio Pimperle, racconta di come la barca è affondata e di ciò che si è fatto, detto e pensato durante questa particolare esperienza. «Pimperle sveglia! La balena!» Cosí sono svegliato da Giorgio. La sua voce è pacata ma decisa: non è il solito «Piiimperleee…» con cui invano cerca di interrompere i miei sogni al cambio di guardia. Anche la mia reazione è immediata e salto giú dalla cuccetta assai velocemente. In un primissimo momento penso ad un’attenzione di Giorgio per il mio interesse fotografico, ma, appena in piedi, noto che a prua ci sono già 20 centimetri d’acqua… Forse l’abbiamo urtata. Esco. Claudio, calmissimo, è al timone. Vento e mare in poppa. Dietro a lui, due grossi cetacei planano sull’onda, poi si fanno piú vicini e mostrano il ventre e il mento bianchi: sono orche. «Che è successo?». «Una di quelle stronze ci ha attaccato e deve averci fatto un buco». Il genoa è già ammainato; con Jepson ammainiamo la randa. Per alcuni attimi sono un po’ disorientato; Jepson è molto eccitato e urla «Assassina, assassina! E’ venuta ad assassinarci!!!», rivolto verso prua dove sono, immobili, le orche. Reagire. Preparo il canottino sul ponte, pronto per essere buttato. Reagire. Pompe di sentina: pia illusione. Jérôme, Giorgio e Marsh stanno ancora tentando di tamponare la falla con gli spi dall’interno e con una vela da fuori. La pressione è troppo forte e si porta via tutto. Ricominciare. Altri spi, altra vela, rispingere le tavole in dentro. Niente. Ancora acqua, acqua, acqua che entra. Gli spi appallottolati passano nel buco insieme al braccio di Jérôme; le vele tese da Giorgio e Marsh vengono portate via… E’ davvero molto grosso ‘sto buco maledetto! «Gonfia il canottino e lancia un mayday! » mi dice Jérôme… E’ una frustata al basso ventre. La radio emette suoni poco rassicuranti: le batterie sono già sott’acqua. Mi sostituisce Marsh e vado a occuparmi del canottino, prendendo al volo una polar suite e il contenitore dei razzi. Il dritto di prua è già sotto. Canottino in mare, tiro lo spago, qualche attimo col cuore in gola. Jérôme e io ci guardiamo: «Ca va pas vite… Ah! Voila… C’est parti mieux maintenant » (Non è molto veloce. Ah! Ecco… Adesso è partito meglio). Sollievo.

Nel XVI secolo due grandi naturalisti come Ulisse Aldovrandi e lo svizzero Konrad von Gesner descrissero cetacei di mostruose proporzioni che divoravano navi, sputavano grandi getti d’acqua ndalla testa e facevano altre cose cospicue e stravaganti.

«Claudio, sei il piú giovane, vai per primo», gli dice Jérôme. Tre orche sono ancora a qualche metro dalla prua, immobili. «Dannati animaletti», dice Jérôme, «non se ne vanno fino alla fine!». Aspettano la fine? Vogliono essere certe di aver fatto un buon lavoro?… Jepson è andato a prua con l’acqua alla gola a prendere il bidone dei biscotti e si imbarca per secondo. Tengo il canottino per la cima, accanto a me Giorgio passa la roba ammucchiata sul ponte a Claudio e Jepson. Presto, presto, non c’è tempo: stiamo affondando! Ridda di idee. Ognuno dice una parola. L’acqua. Il bidone della verdura. Il bidone della carne… Marsh è ancora alla radio conl’acqua alla vita: «mayday mayday Guia III. Position 9°40° N; 34°20′ W». Le torce. Le pile. I salvagente. Dove sono? Dove sono? Dietro alla cuccetta di Giorgio. Eccoli. Le cerate. Le coperte. I vestiti. «mayday mayday, Guia III…». Le carte. Il sestante. Un apriscatole. Presto, presto sta andandosene. Le vitamine, le vitamine! … Bagnate. Le sigarette. Del legno. Giorgio sale a bordo, gli passo ancora non so che. «Jerome, Marsh, ci siamo, venite fuori!», urlo. La barca scende sempre piú velocemente. «Salta, Pimperle, salta perdio!» mi urla Giorgio. «Prendimi la maglietta!», la lancio con troppa forza e va in acqua. Mollo la cimetta, un ultimo sguardo a prua… L’acqua è all’altezza del pozzetto di manovra, le orche sono sempre lí; non ho paura di buttarmi: pare che non attacchino l’uomo. Mi tuffo. Addio Guia! Nuoto verso il canottino e lo raggiungo. Jérôme è ancora a bordo e Marsh si è appena buttato. Poi anche Jérôme si butta, aprendo le braccia in un gesto di desolazione. Ancora un secondo: il timone è fuori e la poppa impennata verso il cielo. Anche il nome sul lato è ancora fuori. Mi copro la faccia e scoppio in una crisi di pianto. È tremendo vedere affondare una barca; è come veder morire una persona, forse peggio… La barca su cui avete navigato e vissuto per mesi e mesi, che è stata la vostra casa e dove avete gioito e sofferto con lei, dove vi siete divertiti ed annoiati, dove avete dormito, mangiato, pensato, tutto sempre con lei… Pierre, nella sua lettera mi aveva scritto: «Nei momenti difficili parlale, lei sola ti capirà»… Tutto ciò sta scomparendo per sempre, è atroce!… Un grosso soffio, un respiro quasi umano ed è l’ultimo respiro del Guia ormai totalmente immerso: è questa la piú nitida e tremenda sensazione che mi rimane dell’affondamento. Ultima a scomparire la testa d’albero con la bandierina dello Yacht Club; ancora un secondo ed è tutto finito. (Francesco Longanesi Cattani)

A sinistra, Giorgio Di Mola. A destra, Francesco Longanesi Cattani.

Per fortuna sono tutti salvi

Mentre scriviamo l’equipaggio del Guia III è a Nuova York, all’Hotel Waldorf Astoria, ospite della Whitbread, la casa produttrice di birra che è una delle organizzatrici del Triangolo Atlantico. È in procinto di tornare in Italia. In un colloquio telefonico, Francesco Longanesi Cattani ha ricostruito l’incidente: «Erano circa le dodici e quindici, poco prima del cambio di turno. Al timone era Claudio Cuoghi. Prima dell’impatto non ha sentito niente. Al momento dell’impatto, la prua si è spostata di tre metri. Giorgio Di Mola è andato subito a vedere quello che stava succedendo: tutta la parte di prua era già piena d’acqua. Abbiamo provato a chiudere la falla con sacchi di vele: due sacchi di spi sono stati risucchiati fuori: in trenta secondi l’acqua era già sopra i paglioli. Lo squarcio era stato fatto molto sotto la linea di galleggiamento. In quei momenti, mentre la barca stava affondando, c’erano cinque orche intorno, e una era appoggiata allo scafo, perfettamente immobile, come se stesse cercando di capire quale strano animale fosse il Guia. Abbiamo anche cercato di passare una vela sopra il buco, riprovando a chiuderlo dall’interno con sacchi, ma anche questa manovra è stata inutile. Siamo riusciti a buttare due bidoni di viveri dentro l’autogonfiabile, ma abbiamo rimediato solo una tanica d’acqua: ne avevamo solo 14 litri. Abbiamo lanciato due SOS e poi abbiamo inserito I’SOS automatico (che non sono stati sentiti da nessuno). Dal battellino abbiamo visto il Guia affondare, è stato disperante, è andato giù di prua. Nel momento in cui la barca è affondata, le orche sono sparite. A mezzanotte del giorno dopo abbiamo avvistato una nave a 2 miglia e abbiamo lanciato i razzi. Ci hanno subito visti e dopo un’ora e mezza siamo stati portati a bordo». Jérôme Poncet, lo skipper del Guia in questa tappa del Triangolo, ha detto: «Neanche Dio avrebbe potuto salvare la barca». «Il comportamento dell’equipaggio è stato magnifico», ha commentato Giorgio Falck a Milano, «si potrebbe definire molto superiore al normale». A titolo di cronaca, ricordiamo che il Guia III è affondato il 9 marzo 1976 alle 12.15 in posizione approssimata di 9°43′ latitudine Ne 34°20′ longitudine W, a circa 560 mg dall’equatore.


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