1999. Una crociera diversa? Basta andare in Antartide!
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Benvenuti nella sezione speciale “GdV 5o Anni”. Vi stiamo presentando, giorno dopo giorno, un articolo tratto dall’archivio del Giornale della Vela, a partire dal 1975. Un consiglio, prendete l’abitudine di iniziare la giornata con le più emozionanti storie della vela: sarà come essere in barca anche se siete a terra.
Un mondo a parte
Tratto dal Giornale della Vela del 1999, Anno 25, n. 01, febbraio, pag. 36-41.
Una vacanza in barca tra i ghiacci del continente bianco può essere un’esperienza piacevole ed eccezionale. Saliamo a bordo di una goletta di 20 metri tra iceberg, Capo Horn, isole dimenticate d’incomparabile bellezza.
A bordo del Valhalla tra i ghiacci del continente bianco, per una crociera davvero al di fuori dei luoghi comuni.
Andare in Antartide in barca a vela non è cosa semplice: gli ancoraggi nel “continente bianco” sono scarsi e, inoltre, per arrivarci bisogna affrontare il passaggio di Drake, che separa la Terra del Fuoco dalla Penisola Antartica, temuto dai navigatori di tutto il mondo in quanto le depressioni vi si succedono quasi senza sosta e il mare è spesso tempestoso. La nostra barca, il Valhalla, è una goletta in acciaio di 20 metri che naviga ormai da tre anni in America del Sud. Tutto è pronto, il materiale è stato accuratamente stivato, le minestre solubili e il purè istantaneo sono a portata di mano. L’equipaggio è composto da sei persone: Alexandra e Francois, che ormai conoscono la barca, Olivier (il medico di bordo), Arnaud, Pascalou e me. Per la traversata bisognerà calcolare circa una settimana. In febbraio la luce non illumina più tutte le 24 ore: avremo perciò 4 ore di buio ogni notte, Inoltre, a partire dai 60° Sud (zona di convergenza) bisognerà abituarsi a convivere con la nebbia, dovuta alle acque fredde antartiche che entrano in contatto con l’aria temperata che viene da Nord. Dovremmo inoltre scrutare continuamente l’orizzonte per evitare di iceberg. L’8 febbraio lasciamo Ushuaia con rotta su Capo Horn. Il meteo non è favorevole e Pascalou decide di fare sosta all’isola di Lennox. È inutile partire con vento forte sul naso. Il 10 il vento sembra voler girare e ci rimettiamo in rotta. La prima notte è un po’ dura, ma il secondo giorno va già meglio. Il Drake non è troppo cattivo. il vento ridonda, avanziamo veloci e sufficientemente comodi. Speriamo continui così… Fuori lo spettacolo è già cominciato: le piccole petrelle delle tempeste volano sfiorando quasi le onde in un balletto continuo. Un albatros ci viene a salutare e plana come un aliante, avanzando alla nostra stessa velocità senza battere ala.

Terra, anzi ghiaccio!
In soli tre giorni e mezzo raggiungiamo le isole Melchior, nostra prima tappa in Antartide. Ci imbattiamo in qualche iceberg e le montagne appaiono finalmente al di sopra delle nuvole, con la neve, il ghiaccio ovunque e l’odore di una colonia di pinguini, ancora invisibile. Tutto ciò che ci circonda in questo giorno che sta per nascere è bianco, blu o nero, bellissimo e tranquillo. Un gruppo di otarie ci si para all’improvviso davanti, proprio dove abbiamo scelto di ancorare. Dopo una colazione rivitalizzante sbarchiamo finalmente a terra. Decidiamo di provare le slitte di François lungo una bella discesa. Tutto termina in una battaglia… a palle di neve naturalmente! Pascalou va poi a esplorare l’altro versante della discesa e fa la sua prima esperienza con un crepaccio… Tutta una gamba all’improvviso viene inghiottita, sente l’acqua che scivola sopra il tessuto dei pantaloni e non osa muoversi, non sapendo valutare la grandezza del buco nascosto dalla neve. Si libera rapidamente da quella morsa e ripiega saggiamente in direzione della spiaggia. La nostra prima vera cena è a base di Veuve Cliquot, marmellata, buon vino, Camembert e, per finire, mousse al cioccolato. Dopo, ci addormentiamo in un sonno senza sogni. Il giorno seguente siamo invitati alla base argentina per la pizza del sabato sera. Le installazioni che la ospitano sono molto vicine al nostro ancoraggio, per cui è necessario solo un breve spostamento. Durante la navigazione una balena si esibisce in un piccolo spettacolo e Olivier riesce a ottenerne ben due inquadrature a “coda intera”. La serata trascorre allegra in compagnia dei tredici militari confinati laggiù da più di tre mesi, che riescono persino a farmi ballare. Rientriamo a bordo tardissimo, stanchi ma felici.

Navigando tra gli iceberg
D’ora in avanti la navigazione sarà unicamente diurna, zigzagando tra le acque ingombre di ghiaccio. Affrontiamo lo splendido canale Neumayer, che separa le isole di Anvers e Wiencke, per passare la notte a Dorian Cove, piccolo bacino circondato da iceberg e scogli, dove una colonia di pinguini occupa la parte di collina libera dal ghiaccio. Il giorno seguente costeggiamo la falesia fino a Port Lockroy. La piccola base britannica non è che una casetta poggiata su una serie di pali di legno tra cui si rifugiano i pinguini rumoreggiando in continuazione. L’installazione abbastanza precaria, riscaldata con il carbone e illuminata con il petrolio. Invitiamo i ragazzi della base a dividere una coscia di capretto e loro accettano entusiasmo contenti di sfuggire per un momento dalla loro baracca. Il tempo rimane coperto, ma noi speriamo che il sole arrivi presto. Lungo la rotta verso Port Charcot vediamo un sacco di isole. In febbraio lo scioglimento è molto avanzato e le più piccole sono libere dai ghiacci; altre invece sono avvolte in una calotta di neve e non si vede che il loro contorno. Lungo le valli immensi ghiacciai avanzano fino al mare. E là che si formano gli iceberg. Il tempo cambia poco a poco e il sole alla fine fa la sua comparsa. Il paesaggio si fa sempre più bello e gli iceberg mostrano tutte le sfumature del blu.

La cerimonia dell’ancoraggio
L’ancoraggio di Port Charcot è aperto a Nord. Ora va bene, in quanto il vento soffia da Sud, ma Pascalou teme una rotazione durante la notte. Ci alziamo perciò ogni ora, per controllare. Sveglia generale alle 3! Bisogna sgomberare e alla svelta: il ghiaccio sta invadendo la nostra piccola baia. Le cime a terra sono presto liberate, l’ancora alata. Non dobbiamo fare altro che contornare la punta Ovest per ritrovarci al riparo nell’ancoraggio Sud, ora completamente libero dai ghiacci. E la “cerimonia” dell’ancoraggio ricomincia: il più delle volte ci assicuriamo con tre o quattro cime a terra, ma bisogna trovare dei punti adatti per legarsi. Non ci sono alberi, per cui non si può far conto che sulle rocce. Su quelle dalla forma arrotondata diamo semplicemente volta con una cima mentre a quelle più spigolose e taglienti ci assicuriamo con una catena o un vecchio cavo. Quando non troviamo rocce adatte piantiamo delle barramine negli scogli. Il lavoro di esplorazione può prendere molto tempo, ma si direbbe che Olivier e Pascalou ci provino gusto perché, mentre io mantengo lo scafo fermo con l’aiuto del motore, li vedo percorrere la spiaggia in tutti sensi, discutere, ritornare, cambiare idea. Il 20 febbraio giungiamo alla base ucraina di Vernadski, ceduta dagli inglesi al simbolico prezzo di una sterlina, a condizione che si continuino le misurazioni sullo spessore dell’ozono. Da queste parti si lavora sul serio: ozono. meteo, campi magnetici. Inoltre, durante l’estate, qualche nave da turismo fa scalo alla base e i ricercatori si trasformano in ciceroni. Portiamo loro un po’ di frutta e verdura, molto apprezzate, e della vodka, ma preferiscono di gran lunga la loro, con la quale preparano cocktail usando ghiaccio millenario. La serata trascorre giocando a freccette e chiacchierando di tutto e di niente. Alexandra vince persino un trofeo: una vecchia foto in bianco e nero di una foca dai baffi imbiancati di neve. Il Circolo Polare non è molto lontano, ma è ormai tempo di invertire la rotta.

Sulla via del ritorno
Prima tappa Port Circoncision, sull’isola di Peterman. La sera arriviamo a Pléneau, dopo esserci imbattuti in una serie di scogli di tutti i colori, poi in un “campo” di iceberg che il mare ha appoggiato su dei bassifondi. C’è anche il sole e non possiamo proprio chiedere di più! Francois, Olivier ed io decidiamo di fare un escursione fino alla sommità di Hovgaard, da dove la vista spazia su tutta la penisola e le isole vicine. Il paesaggio è grandioso: gli iceberg formano tante isole in movimento che modificano senza sosta il panorama. Il sole rischiara capriccioso prima una zona poi un’altra, dando il suo contributo allo spettacolo. Rientriamo con i calzettoni fradici, ma gli occhi ancora abbagliati dal tramonto che ha appena finito di tingere l’orizzonte. Il giorno seguente navighiamo di nuovo in mezzo agli iceberg. È necessario salire in coffa per cercare una rotta sicura, in quanto dalla coperta non si riesce a individuare il pericolo. Una foca Leopard viene a farci visita, gironzola attorno a Valhalla e ci mostra la sua pancia. Ma quando si accorge del nostro dinghy, e prima che possiamo intervenire, vi affonda i denti sgranocchiando uno dei due terminali. Lo aliamo immediatamente: dobbiamo ripararlo prima dell’ancoraggio di questa sera.

Verso l’ultima tappa
E poi, Baia Paradiso, Couverville, Entreprise… ancora foche e pinguini e anche qualche balena, il rumore dei ghiacci che si rompono, l’odore delle colonie di animali, il grido degli skuas e delle sterne, il colore del cielo la sera. il compleanno di Francois, i licheni, i muschi, le partite a backgammon e il blu degli iceberg. Una baleniera naufragata alla quale ci leghiamo per la notte, i mucchi di carbone e le ossa di balena ancora sulla spiaggia, e sempre il blu degli iceberg. Non resta che una tappa, l’isola di Déception, che fa parte delle Shetland del Sud, dove si entra addirittura all’interno di un cratere immenso, invaso dal mare. Qui domina il nero. Una base abbandonata offre lo spettacolo impietoso dei suoi tetti sfondati e alcune navi baleniere lungo la spiaggia si intuiscono a malapena sotto uno strato di sabbia vulcanica. Il tempo non è buono, con molto vento e pioggia. C’è troppo fondo e siamo costretti a dare ancora vicino alla spiaggia, ma quando il vento gira dobbiamo spostarci velocemente.

Si torna a casa
Nella notte ariamo tre volte, ma non resta che avere pazienza, dato che la forte depressione che sta passando ci dissuade dal lasciare questo ancoraggio tutt’altro che idilliaco. Passato il maltempo, partiamo con vento moderato ma diritto sul naso. Procediamo a vela e motore contro un mare poco piacevole. Solamente l’ultimo giorno il vento si dispone al traverso, riconciliandoci con la navigazione, e ci conduce dritti all’isola Lennox, nostro punto di partenza. Questa volta per la traversata abbiamo impiegato quattro giorni e mezzo, ma non è il caso di lamentarsi. E poi la ricompensa è già li: cinque balene ci vengono a dare il buongiorno e il sole illumina Capo Horn al nostro passaggio. La Terra del Fuoco si è fatta bella in occasione del nostro rientro e il verde esplode ovunque, assordandoci con le sue grida di uccelli. Ritroviamo casa nostra… e anche i compagni, con il sorriso sulle labbra. Riprendiamo i charter a Capo Horn, pensando al nostro equipaggio ripartito verso la civiltà. Un legame ci unirà per sempre: aver condiviso un’esperienza davvero fuori dal comune.

Antartide, terra di scoperta
L’Antartide occupa gran parte della calotta polare australe ed è quasi interamente compresa nel circolo polare (66° 33′ Sud). Fu James Cook che tra il 1772 e il 1775 incrociava nei mari del Sud in cerca del continente australe, ad avvistare per primo la banchisa dell’Antartide. A partire dall’800 la penisola antartica fu meta di cacciatori di foche e di balene, prima che si scatenasse la corsa alla conquista del polo. Dallo sbarco del francese D’Urville, nel 1840, fu un succedersi di straordinarie esplorazioni: Ross, Scott, Amundsen, Shackleton. Fu il norvegese Amundsen a raggiungere il polo il 15 dicembre 1911, seguito da Scott, il 17 gennaio 1912. Nel 1989-90 gli alpinisti Messner e Fuchs hanno attraversato per primi l’Antartide a piedi.
Di Bernadette Montembault
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