1989. L’ amore sconfinato per i Brava del napoletano Pasquale Landolfi
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Benvenuti nella sezione speciale “GdV 5o Anni”. Vi stiamo presentando, giorno dopo giorno, un articolo tratto dall’archivio del Giornale della Vela, a partire dal 1975. Un consiglio, prendete l’abitudine di iniziare la giornata con le più emozionanti storie della vela: sarà come essere in barca anche se siete a terra.
Le mie Bravate
Tratto dal Giornale della Vela del 1989, Anno 15, n. 07, agosto, pag. 46-49.
Intervista a Pasquale Landolfi, uno dei meravigliosi esempi di passione sconfinata per la vela e le regate. Ha appena vinto una delle regate più importanti del mondo, la One Ton Cup e la sua storia è legata alle sue mitiche barche, i Brava, conosciute in tutto il mondo.
Napoletano di gran carattere, Pasquale Landolfi è uno degli armatori “storici” della vela d’altura internazionale. La leggendaria serie dei suoi Brava ha gareggiato sui mari di tutto il mondo riuscendo spesso, come in occasione dell’ultima One Ton Cup o della regata del Fastnet del 1983, a vincere. Per questo le sue barche sono un punto d’arrivo importante per tutti i velisti, sia che si chiamino Paul Cayard, il più celebre dei suoi timonieri, o Paolo Massarini, il più bravo dei suoi prodieri. AL Giornale della Vela, Landolfi ha raccontato la sua storia; chi nello IOR vuole vincere, spalanchi le orecchie.
Napoletano, sessanta anni giusti, centonovanta centimetri di altezza, entrambi, portati con estrema naturalezza. Capelli bianchi lucenti, profilo molto deciso, sorriso non frequente ma fragoroso. Questo è, dall’esterno almeno, Pasquale Landolfi, l’armatore della serie dei Brava, un prima classe e tre one tonners che hanno fatto la storia della vela d’altura nazionale e internazionale degli ultimi dieci anni. L’ultimo Brava ha vinto qualche settimana fra la One Ton Cup, la più difficile delle regate Ior d’altura, poi, pochi giorni dopo, Landolfi ha deciso di ritirare la propria barca dalle selezioni per la squadra italiana per l’Admiral’s Cup. Un gesto clamoroso, che comunque non ha sorpreso troppo chi conosce bene Pasquale Landolfi, un uomo che tra straordinarie vittorie e rocambolesche decisioni è certamente abituato a stupire e, quindi, a far parlare di sé. Brava è un nome conosciuto in tutto il mondo, che prodieri e grinder di Auckland, di Cowes e di San Francisco ricordano molto bene per averlo letto sulla poppa nella caratteristica scritta in oro (si, fogli di vero oro zecchino) sullo scafo blu intenso, durante qualche regata quando Brava, come spesso capita, ingrana la quinta e pianta in asso gli avversari. Brava la si teme, perché vuole vincere a tutti i costi, perché ha sempre l’albero più leggero, le vele più belle, il timoniere più in forma. Questo è lo spirito del suo armatore che ama, nel dopo regata, riunire i suoi equipaggi nei migliori ristoranti della zona per pantagrueliche mangiate (l’appetito dei rudi marinai è noto) e ottime e abbondanti bevute durante le quali parla soprattutto lui, raccontando di ciò che ha visto in regata senza risparmiare battute taglienti e giudizi sarcastici su tutti i presenti. Allora Pasquale (altra peculiarita: il “tu” obbligatorio per tutti i compagni di barca) si trasforma; in barca tace fumando decine di sigarette masticandone nervosamente il filtro e incalcandosi i suoi berretti sulla testa. Beh, a terra torna il “capo” e si riappropria, come ci ha detto lui stesso, naturalmente in un ristorante, con una definizione molto efficace, del “coordinamento umano e psicologico dell’equipaggio”. Questo è il suo ruolo perché, come ama ricordare citando uno dei suoi tanti amici velisti: “in barca non si vince se non ci si vuole bene”. E alla corte di “Re Pasquale” ci si vuole molto bene o magari ci si odia, di certo circolano sentimenti forti, niente a che vedere con i rapporti asettici che spesso si hanno con altri armatori di punta italiani.

Il solo guaio di Landolfi è che è così facile parlare di lui, raccontare la pressoché infinita anedottica velica, che diventa difficilissimo smettere; i ricordi scorrono e ancora non abbiamo scritto che senza di lui, anche se non lo sa nessuno, la leggendaria Azzurra del 1983, quella della prima partecipazione alla Coppa America, non sarebbe esistita dato che fu proprio Landolfi personalmente ad acquistare il 12 metri Enterprise dagli americani dando di fatto il via all’avventura. Senza di lui e senza le sue barche, Andrea Vallicelli (che ha firmato i primi tre Brava) non sarebbe diventato tanto in fretta uno dei progettisti nautici più noti al mondo. E la lista potrebbe ancora continuare. Prima di lasciargli la parola, adesso che ha ordinato il suo bianco preferito e, senza convinzione, uno sformato di fiori di zucca, devo necessariamente aggiungere che Pasquale Landolfi è uno dei massimi dirigenti della Montedison (e di certo il suo presidente Raul Gardini ricorderà che nel 1980 durante le selezioni per la squadra per la Sardinia Cup, Brava centrò il risultato, al contrario del suo Moro Blu), ha una moglie, Januaria, che è la più grande tifosa del Brava, due figlie che fanno girare la testa a molti velisti, Gloria e Marina, è laureato in chimica, ha giocato a pallanuoto in serie A.
Giornale della Vela – Come comincia la tua passione per la vela?
Landolfi – È recente. Anche se devo precisare che la passione per il mare per uno che è nato a Castellammare di Stabia e ha vissuto tutta la propria giovinezza a Rivafiorita sul golfo di Napoli è assolutamente inevitabile.
Giornale della Vela – Dunque non fu subito vela…
Landolfi – In un certo senso sì. Mio padre aveva un gozzo, io rubavo le lenzuola a mia madre e le montavo sui remi per le prime veleggiate. Mi sembra di sentirla: “Qui mancano le lenzuola!”, e incolpava la cameriera.
Giornale della Vela – La pallanuoto…
Landolfi – Ho debuttato in serie A con la Canottieri Napoli nel 1955. Il mio era un gioco di gran movimento, a centro campo. Poi feci una squadra per conto mio al Circolo Nautico Stabia, dove mio nonno era stato presidente a lungo. Giocavamo in serie B, il grido di battaglia “Stabia, Stabia” ce l’ho ancora nel cuore.
Giornale della Vela – Complimenti!
Landolfi – Grazie. Ma torno alla vela, non ti preoccupare. Anche se la puntata successiva è del 1978 e in mezzo ci sono quindi oltre venti anni.
Giornale della Vela – Sono pronto.
Landolfi – Nel 1978 con il mio amico Raffaele Santoro ho acquistato un Canados Three Quarter, lo abbiamo chiamato Stranezza.
Giornale della Vela – Infatti era una coppia di armatori piuttosto strana.
Landolfi – Già, ammetto che lo era. lo volevo andare forte, lui voleva andare in crociera. Durò due anni, poi durante la Anzio-Ponza-Anzio ci trovammo in testa al gruppo con 35 nodi di vento in poppa e una scotta si incattivi. Io, che ero al timone, urlai di tagliarla, lui replicò che “non si tagliava niente”. Scesi a terra deciso a farmi una barca da solo.

Giornale della Vela – Una decisione importante.
Landolfi – Infatti, mi informai e scoprii che il miglior progettista del momento era Doug Peterson, californiano. Lo contattai, a un passo dalla firma del contratto mi vennero dei dubbi. Io, che ero l’ultimo arrivato, che servizio avrei avuto? Così corsi in Sardegna per seguire le selezioni italiane
per l’Admiral’s Cup. Mi innamorai di Nonno Gigi, un seconda classe frazionato che pur fallendo la qualificazione fece furore.
Giornale della Vela – Nonno Gigi era disegnato da Andrea Vallicelli.
Landolfi – Mi presentai su una banchina: scusi, lei è l’architetto Vallicelli? La risposta venne naturalmente a naso alto, un po’ spocchiosa. Ma non mi scoraggiai. Un mese dopo trascino Vallicelli e il suo collaboratore Nicola Sironi in Inghilterra a vedere l’Admiral’s Cup. Avevo deciso, avrei fatto un Vallicelli, ma volevo il meglio, il miglior cantiere, il miglior timoniere, le migliori vele. Volevo una barca vincente.
Giornale della Vela – Tutto questo affidato a un gruppo di ragazzi romani, il gruppo Vallicelli, di gran talento indubbiamente, ma di poca esperienza.
Landolfi – Giocai la carta Vallicelli con cognizione. Erano ambiziosi, volevano emergere e sapevo che per questo mi avrebbe dato tutta l’assistenza che certamente Peterson non avrebbe potuto darmi.
Giornale della Vela – La barca fu costruita davvero nel miglior cantiere dell’epoca, quello di Minneford negli Stati Uniti. E fu scelto il nome, splendido, semplice ed efficace: Brava.
Landolfi – Anche un po’ presuntuoso forse. Gli altri due nomi sui quali ero indeciso erano “Ubi Major” e “Ipso Facto”, poi scelsi Brava anche perché, lo ammetto, c’era in ballo una sponsorizzazione da parte della Fiat che stava lanciando negli Stati Uniti, dove la barca stava nascendo, un’auto con questo nome. La sponsorizzazione poi non andò in porto ma rimase il nome, e non ne sono affatto pentito.
Giornale della Vela – La barca debutta alle regate di Alassio del 1980, diventando celebre immediatamente in tutto il mondo a causa di una strapoggiata immortalata in una storica fotografia. Al timone c’era un certo John Marshall.
Landolfi – Tutto vero. Le strapoggiate fanno parte del gioco, ne abbiamo presa una anche quest’anno a Genova durante i campionati italiani con Francesco De Angelis al timone, ma non c’erano fotografi e non l’ha saputo nessuno. Marshall è stato uno dei migliori timonieri che abbia mai avuto, uno che ha insegnato a tutto l’equipaggio l’ABC della vela ad alto livello, ma certo gli mancavano le vittorie nelle classi olimpiche.
Giornale della Vela – Dopo Marshall è stata una processione di nomi noti a bordo, Tom Blackaller, Gary Weisman, Paul Cayard, John Bertrand. Chi il migliore?
Landolfi – Oggi è certamente Paul Cayard. È anche giovane, credo che resterà il migliore ancora a lungo; è meticoloso, ha grinta, ambizione. Ed io mi vanto di essere uno di quelli che ha contribuito a lanciarlo affidandogli il timone del Brava nel 1985 alla One Ton Cup, quando era ancora poco più di uno sconosciuto.
Giornale della Vela – Super-Cayard allora.
Landolfi – Si, ma non solo lui. In rapporto ai tempi, Marshall si avvicina molto a Cayard. Poi anche Gary Weisman, che ha corso sulle mie barche forse più di ogni altro. Di lui ricordo una planata strepitosa in Sardegna con il Brava One Ton che mi costrui Morri e Para. Più veloci della luce, più veloce dei prima classe.
Giornale della Vela – Ti si riconosce, tra l’altro, anche il merito di aver lasciato molti timonieri italiani. Di averli pagati come professionisti, di averli coccolati, di averci litigato. Che idea te ne sei fatto?
Landolfi – Che hanno preso coscienza dei loro mezzi, che sono molto migliorati dopo le esperienze di Coppa America.
Giornale della Vela – Molto diplomatico. Ma scendiamo nel dettaglio. Mauro Pelaschier non era ancora il timoniere di Azzurra nel 1982, ma era già quello di Brava.
Landolfi – Mauro ha uno straordinario intuito, il suo limite consiste nel non essere “collaudatore”, lui deve salire su una barca già messa a punto.
Giornale della Vela – Il miglior italiano allora chi è?
Landolfi – La perfezione si avrebbe probabilmente con Francesco De Angelis al timone e Tommaso Chieffi alla tattica, ma so bene che è irrealizzabile.
Giornale della Vela – Francesco…
Landolfi – Che posso dire del timoniere con cui ho vinto la One Ton Cup nel maggio scorso oltre che è bravo?
Giornale della Vela – Forse non è propriamente un tipo deciso.
Landolfi – Vero, ma in barca riesce ad esserlo quanto basta.
Giornale della Vela – Tommaso…
Landolfi – Mai avuto l’onore di averlo a bordo, anche se nel 1987 fummo molto vicini a concludere. Sono un suo ammiratore e riconosco che è probabilmente il più dotato di talento dei timonieri italiani, però deve maturare (e in parte lo sta facendo) per trasformarsi da ragazzo presuntuoso a
uomo cosciente dei suoi mezzi.
Giornale della Vela – Sistemato. E di suo fratello Enrico, il timoniere rivelazione dell’anno a bordo
di Aria, che ne pensi?
Landolfi – Bravo, ma ha una lunga strada davanti per raggiungere i suoi avversari e comunque io lo trovo più bravo come tattico, specie in coppia con suo fratello.
Giornale della Vela – Arriviamo alla vittoria della One Ton Cup a Napoli. Sembra un sogno, quasi
che sia valsa la pena di aver aspettato tanti anni per raggiungerla finalmente a casa tua, con le due regate d’altura che sfioravano addirittura proprio il vecchio stabile di Rivafiorita.
Landolfi – La One Ton Cup era il mio obiettivo, alla mia portata. E con una buona organizzazione e degli ottimi velisti l’ho raggiunto.
Giornale della Vela – Già, ma dopo il trionfo c’è stata la sorprendente decisione di non partecipare alle selezioni per l’Admiral’s Cup.
Landolfi – Credo, dopo aver vinto i campionati italiani con quattro primi posti e la One Ton Cup, di aver raggiunto qualche diritto; mi rendo conto che non potevano essere cambiate le regole delle selezioni già scritte, ma onestamente credo che non dovessi dimostrare più niente.
Giornale della Vela – La tua prossima barca?
Landolfi – Un one tonner di sicuro, ma non chiedermi altro, perché non ho ancora deciso niente. L’Admiral’s Cup, dove sono stato a tifare per l’Italia, mi ha dato delle indicazioni.
Giornale della Vela – Un’ultima domanda, chi vincerà la Coppa America?
Landolfi – Gardini, e la Montedison, certo.
Qualcuno dubitava della risposta?
di Luca Bontempelli
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