Addio a Dani Degrassi, il papà di tutti i velisti d’altura

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dani degrassi
Dani Degrassi in una foto di qualche anno fa, felice a bordo di Aria, l’8 Metri S.I. di Serena Galvani.

Se ne è andato uno dei papà della vela triestina. Daniele Degrassi, Dani per tutti, ha ammainato le vele a 73 anni dopo una lunga battaglia con il Parkinson.

Velista poliedrico e fortissimo, fu il primo vero professionista a dedicarsi all’altura negli anni ’70 e ha aperto la strada a tantissimi che hanno deciso di fare della vela un lavoro (Mauro Pelaschier su tutti): tra i molti successi, nel suo palmares ci sono due titoli mondiali e cinque campionati italiani, due Admiral’s Cup, oltre il doppiaggio del mitico Capo Horn.

Dopo l’insorgere della malattia nei primi anni 2000, fu grande protagonista nel mondo delle vele d’epoca (anche ai Mondiali 8 Metri S.I. a bordo di Aria di Serena Galvani). E’ stato socio storico e attivissimo di due dei club velici più importanti giuliani, la Società Triestina della Vela e lo Yacht Club Adriaco. Ma soprattutto, lo ricordano tutti come simpaticissimo, eccezionale battutista, buon bevitore (come ogni triestino che si rispetti), in gioventù dandy e gran donnaiolo.


Dani Degrassi, il ricordo di Mauro Pelaschier

“Il papà di Dani aveva un piccolo Van de Stadt di 7 metri e mezzo, il Bucaniere. Con lui e Dani abbiamo fatto almeno dieci Barcolane. Per noi la Barcolana non era una regata, ma una festa della vela dove a nessuno importava del risultato. Al mattino la mamma di Dani ci faceva le Palatschinken (dolci triestini simili alle crepes, ndr) con la marmellata da portare a bordo. Dopo la regata, visto che Dani abitava proprio davanti ai moli delle barche, andavamo a casa sua e ad aspettarci c’era la jota (la minestra con crauti e maiale). E tanto vino bianco. Quanto ci siamo divertiti”.

Questo è uno dei ricordi più intimi di Dani Degrassi di dei suoi più cari amici, nonché uno dei velisti più famosi di Italia, Mauro Pelaschier.

Io e Dani ci siamo conosciuti da bambini, perché i nostri genitori erano amici. Le prime avventure in barca le abbiamo vissute insieme, sui Finn della Società Triestina della Vela. Allora non c’erano altre barche. Dani è stato un grande perché fu il primo a dedicarsi in modo professionale alle barche d’altura, un mago della messa a punto e che lavorava a stretto contatto con i progettisti. Fu molto legato a Franco Sciomachen, con il suo Balanzone chiuse al quarto posto la Half Ton Cup di Trieste nel 1976 e, con il Botta Dritta di Luigi Carpaneda, vinse la Three Quarter Ton Cup del 1982”.

Prosegue Pelaschier: “Io passai più tempo sulle derive, mentre Dani passò prima all’altura. Dopo le Olimpiadi di Montreal ’76, a cui avevo partecipato sui Finn, fu Dani Degrassi a “iniziarmi” alla vela d’altura. Devo moltissimo a lui. Mi coinvolse a partire dal 1977. E da lì Azzurra, la vittoria dell’Australia Cup Match Race ’83 di Perth  e la One Ton Cup di Rio de Janeiro con Linda, Sciomachen 37’. Insieme abbiamo vinto tantissimo. 

E quasi rischiammo di vincere nella nostra categoria l’Admiral’s Cup (quello che era un vero e proprio mondiale a squadre della vela d’altura, ndr), nel 1987. Eravamo a bordo del Two Tonner Marisa progettato da Luca Brenta (per l’armatore Ulrico Lucarelli), una barca innovativa (la prima in Europa realizzata in composito con preimpregnati a bassa temperatura, per diminuire la quantità di resina pre-decisa e utilizzata, ndr), al Fastnet.

Stavamo andando benissimo, doppiammo in prima posizione lo scoglio del Fastnet. Ma alle isole Scilly, a meno di 70 miglia dall’arrivo, un “mona” che era a bordo ci fece disalberare… (oltre a Marisa, la squadra azzurra era composta dal Madrake di Giorgio Carriero, progetto di Briand e il Merope della Marina Militare, progetto di Vallicelli, ndr).

Degrassi fu colui che portò per la prima volta Pelaschier in oceano: “La mia prima traversata oceanica? La devo a lui: mi portò sul Gatorade di Falck alla Whitbread dell’89…. E poi le vele d’epoca, gli 8 metri Stazza Internazionale… Ma come avrete capito, non eravamo solo assieme (o avversari) sui campi di regata. Siamo stati grandi amici nella vita. Fino alla fine. Ho vissuto a casa sua per parecchi mesi, quando lui stava sul Garda e io lavoravo là per un cantiere nautico di barche da regata”.

Poi, la malattia. “Lui è tornato a Trieste, io, nonostante la mia vita da “zingaro dei mari”, ogni volta che tornavo in città lo passavo a trovare. Abbiamo navigato ancora tanto assieme, festeggiato tanti compleanni, due anni fa siamo andati in crociera a bordo di un X-412. Quella è stata l’ultima volta che abbiamo navigato assieme. Buon vento e grazie di tutto, amico!”.


Dani Degrassi, il primo professionista della vela italiana

Bruno Catalan, velista triestino di grande talento, è stato uno dei migliori amici di Dani Degrassi, e lo ha seguito fino alla fine: “Penso che Dani sia stato, a tutti gli effetti, il primo vero professionista della vela d’altura. Decenni prima che i professionisti pagati salissero a bordo delle barche, lui riceveva uno stipendio fisso da Sciomachen per seguire le sue barche. Siamo cresciuti assieme alla Società Triestina della Vela, abbiamo fatto equipaggio in Flying Dutchmann (lui al timone, io a prua), mi ha introdotto lui al mondo dell’altura e insieme abbiamo vissuto tantissime avventure. Era simpaticissimo, amava le barche e le donne.

Ha affrontato il Parkinson con grande dignità: quando la malattia era in fase acuta, ha dovuto smettere di regatare. Ma grazie all’impianto di un chip nel cervello, un’operazione sperimentale a cui si è sottoposto, è migliorato tantissimo ed è potuto tornare sulle sue barche. Al timone stava benissimo, negli ultimi tempi non tremava neanche più. Alle ultime Barcolane era a bordo del suo barchino in legno di 7 metri, il “Nirvana”. Non se ne perdeva una!”.

Così Roberto Sponza, triestino, olimpico a Montreal 1976 in 470: “Io e Dani abbiamo mosso i primi passi velici assieme alla Società Triestina della Vela. Abbiamo regatato in Cadet (la deriva giovanile prima dell’Optimist, prua tagliata ma anche fiocco e spinnaker, ndr) e abbiamo fatto alcune regate assieme in Flying Junior. Poi le nostre strade si sono divise, lui si è dedicato con successo all’altura. Dani, più che Dani, era un Dandy. Sempre vestito in modo impeccabile, aveva un grande successo con le donne. La malattia lo ha colto ancora giovane, ma ha saputo combatterla e sopportarla. Si era sottoposto a una terapia sperimentale che lo aveva rivitalizzato e, dicevano tutti, ogni volta che stava al timone di una barca a vela pareva che la malattia sparisse come per magia”.

E.R.

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4 commenti su “Addio a Dani Degrassi, il papà di tutti i velisti d’altura”

  1. Sbbiamo fatto una centomiglia del Garda insieme. Lo si incontrava sempre all’Adriaco, era un’istituzione! Buon vento! Ciao Dani.

  2. Lho conosciuto, era un simpatico casinaro: nel 1976 a Palma de Majorca alla Copa del Rey io ero con Levantades, lui non ricordo con quale barca regatasse. Una sera c’era la cena degli equipaggi che ad un certo punto viene sospesa e addirittura interviene la polizia perché era scoppiata una specie di rissa, un casino, volavano sedie, tavoli, stoviglie, ecc. Con i pullman ci riportarono a Palma e verso mezzanotte tutti eravamo al Club de Mar e anche lì arrivò la Polizia perché le intemperanze degli equipaggi continuavano. Ad un certo punto Dani che era su di giri si mette a litigare con un poliziotto e lo butta in piscina e quindi viene immediatamente arrestato. Sarà poi rilasciato uno o due giorni dopo ma la FIV, che non sapeva come giustificarsi del casino che gli equipaggi avevano combinato, al ritorno in Italia l’ha radiato (per un bel po’ ) dalla federazione. Quella sera è rimasta per me indimenticabile. R. I. P Dani.

  3. Addio carissimo amico,
    Compagno di tante regate .e amico vero.
    Continua ad indicarci ora da lassù la rotta giusta nella vita.
    Ci mancherai !
    Lele e gli amici della Numero Uno 3

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