L’impresa del Céleusta. Il gommone a vela italiano che ha attraversato il Pacifico

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Céleusta, il Pirelli Laros 80 adattato con albero e boma, al suo arrivo in Polinesia l'11 agosto 1969
Céleusta, il Pirelli Laros 80 (6 x 2,40 m) adattato con albero e boma, al suo arrivo in Polinesia l’11 agosto 1969

Nell’estate che verrà per sempre ricordata per lo sbarco degli americani sulla luna c’è stato un altro sbarco, storicamente meno rilevante forse, ma comunque epico. È quello compiuto da tre italiani che a giugno 1969 sono partiti dalla costa peruviana a bordo di un gommone a vela per raggiungere la Polinesia francese dopo settanta giorni di navigazione e oltre 4mila miglia percorse. Ecco il racconto del Céleusta, un gommone di 6 per 2,40 metri, che possiamo restituirvi grazie ai pensieri di due componenti dell’equipaggio: durante la traversata uno ha tenuto un diario in inglese, l’altro ha registrato i suoi pensieri su audiocassetta. Ci sarebbero anche più di dodicimila metri di girato, mai pubblicato.

La genesi dell’impresa del Céleusta

L'arrivo in Polinesia. Da sinistra, Vittorio Macioci 32 anni, Mario Valli 50 anni, Sergio Croci 37 anni
L’arrivo in Polinesia. Da sinistra, Vittorio Macioci 32 anni, Mario Valli 50 anni, Sergio Croci 37 anni

Autunno 1967, nella sua casa di Narni (Umbria), Mario Valli, 50 anni ed ex comandante di marina ora alla direzione di un centro velico, incontra Sergio Croci, assistente regista 37enne che aveva lavorato anche con Fellini e che aveva il progetto di organizzare un giro del mondo in barca a vela da documentare e trasformare in un film. Nella serata si parlò anche di altri progetti cinematografici e documentaristici di Croci, che tirò fuorì l’idea della traversata del Pacificio in canotto. Valli, in pensione, con famiglia e non convinto dall’ipotesi di stare fuori casa per circa due anni e completare il giro del mondo, fu però subito convinto dall’idea del Pacificio. Aveva avuto inizio l’avventura del Céleusta, il nome deciso da Croci per il gommone, che deriva dal nome di colui che dava il ritmo ai vogatori sulle antiche fregate greche e romane. Il reclutamento del terzo componente dell’equipaggio fu semplicissimo. Al Bar Canova di Piazza del Popolo a Roma, Croci si incontra con lo sceneggiatore Vittorio Macioci, 32 anni, e gli racconta dell’impresa in partenza. Macioci, in quel momento non occupato, chiese di poter partecipare, pur non avendo nessuna esperienza in mare.

Il Céleusta a bordo del rimorchiatore peruviano che l'ha portato a 90 miglia dalla costa
Il Céleusta a bordo del rimorchiatore peruviano che l’ha portato a 90 miglia dalla costa

Partì così la ricerca di sponsor e appoggi, visto che il budget dei tre era molto risicato: Mario Valli era un pensionato, Croci e Macioci vivevano di espedienti e aiuti di familiari e amici. Oltre a quella del film-documentario, la “motivazione ufficiale” dell’impresa era “effettuare ricerche e documentazioni sul comportamento psicofisico di uomini in condizioni eccezionali“, con l’ausilio di medici e psicologi. Addirittura i tre portarono a bordo una serie di test pensati dal team medico della Marina Militare, e kit per analizzare la temperatura di sangue e urina ogni giorno.

I tre riuscirono a farsi fornire il gommone da Pirelli, un Laros 80, modificato con legno e acciaio inossidabile per l’installazione dell’albero. Fiat fornì l’attrezzatura cinematografica per filmare l’impresa, Star (quella del dado) fornì invece una grande quantità di cibo precotto. Céleusta venne presentato il 7 novembre 1968 nella sede della Lega Navale sulla spiaggia di Ostia. Dopo circa un anno e mezzo dalla genesi, l’avventura era in procinto di partire, praticamente senza conoscersi e senza esperienze nautiche comuni, Céleusta era pronto per portare i tre ad attraversare il Pacifico. Il gommone fu trasportato in Perù con una nave mercantile, mentre i tre viaggiarono verso il Sud America separatamente. Macioci fu il primo a partire, anche lui in nave, verso il Perù, Mario lo raggiunse due mesi dopo in aereo mentre Sergio giunse in Perù solo una settimana prima della partenza.

Una partenza “difficoltosa” dal Perù

La rotta percorsa dal Céleusta, ben 4.119 miglia da Callao (Perù) a Raroia (Polinesia)
La rotta percorsa dal Céleusta, ben 4.119 miglia da Callao (Perù) a Raroia (Polinesia)

Domenica 2 giugno 1969 il Laros 80 Céleusta venne portato da Callao al largo della costa peruviana, trainato da un rimorchiatore. Da lì il Céleusta avrebbe seguito la corrente di Humboldt lungo le coste del Perù per poi prendere gli alisei a circa 5 gradi dall’Equatore, verso la Polinesia. Giunti a circa 90 miglia dal Perù ci vollero più di due ore di tempo e quattro squadre di marinai per mettere in acqua il gommone, che pesava circa due tonnellate, e il carico di circa ulteriori due tonnellate, posto su un canotto del rimorchiatore, non senza difficoltà. È ormai notte, e la cima che lega il rimorchiatore al canotto con a bordo il carico e due marinai peruviani si spezza.

Nei contenitori in alluminio l'equipaggio ha stivato diversi litri di acqua potabile
Nei contenitori in alluminio l’equipaggio ha stivato diversi litri di acqua potabile

Nel buio della notte il rimorchiatore si allontana alla deriva e i tre si addormentano, tra le onde del Pacifico e quel poco che sono riusciti a salvare del carico. Di fatto il 2 giugno 1969 si ritrovarono in mezzo al Pacifico senza aver mai passato un giorno insieme in mare. Il secondo giorno è speso nel tentativo di mettere in salvo il carico, ormai fradicio, e sistemare le vele, con un’atmosfera ai limiti del tragico, stando al diario di Macioci, l’ultimo reclutato dei tre, che nonostante l’esperienza nautica è in preda al mal di mare. Appena la randa si gonfia il battello parte veloce, e una volta sistemato il timone fisso i tre cercano di sistemare il materiale, o quello che ne è rimasto. È andata perduta tutta l’attrezzatura per la pesca, per esempio, ma anche il materiale per l’igiene: il sapone è “misteriosamente” rimasto tutto sul rimorchiatore, così come il dentifricio (ma ci sono gli spazzolini!).

A poppa l'equipaggio ha ricavato una piccola tuga posizionando un telo impermeabile sopra ai tubolari
A poppa l’equipaggio ha ricavato una piccola tuga posizionando un telo impermeabile sopra ai tubolari

La speranza arriva dalla radio

Ciò che è rimasto dopo il trasferimento dal canotto al gommone è poco, ma in realtà la prima, sofferta, decisione è quella di eliminare una parte del carico: vestiti, contenitori ermetici, casseruole, 40 chili di viveri. Da lì inizia l’avventura, con otto giornate senza sole, con l’equipaggio indolente e stanco, che dorme appena può farlo e riesce a concordare su un’unica regola, i turni di guardia della notte: dalle 20 a mezzanotte Sergio, da mezzanotte alle 4 Mario e dalle 4 alle 8 Vittorio. Il tempo coperto non consente di fare osservazioni astronomiche, perciò per più di due settimane il Céleusta naviga solo basandosi sulle stime. Finalmente dopo circa 10 giorni riescono a mettersi in contatto radio con Roma: il primo collegamento tra “Italia 1” e il canale di assistenza prestabilito prima della partenza. È un momento di gioia che ridà speranza a tutto l’equipaggio a bordo, diversi radioamatori si collegano per ascoltare la conversazione.

Il comandante Mario Valli comunica via radio
Il comandante Mario Valli comunica via radio

La convivenza forzata e alcuni cedimenti del battello, come la rottura di uno dei quattro paterazzi di poppa intorno al quarantesimo giorno di navigazione, e la crescente scarsità del cibo e dell’acqua potabile a bordo, mettono in seria difficoltà il buon esito dell’impresa. I tre riescono a pescare qualche pesce, come un dorado e un gempylus, grazie a una lenza e a un chiodo ritorto usato come amo. A tenere viva la speranza del trio ci pensano i collegamenti radio, dove Mario scopre ad esempio i risultati scolastici dei figli dopo le pagelle. Ma il clima a bordo è tutt’altro che facile, tra puzzo, discussioni, incertezza sulla posizione e razionamento delle vivande. “Se potessi scegliere, nella vita normale, non andrei neanche a prendere un caffè con uno di loro. E così loro“ “Sto leggendo il Kon-Tiki. Mi rendo conto che erano una banda molto più allegra della nostra” annota nel suo diario Vittorio Macioci.

Il battello di salvataggio veniva utilizzato da Sergio Croci per realizzare riprese del Céleusta
Il battello di salvataggio veniva utilizzato da Sergio Croci per realizzare riprese del Céleusta

Finalmente la Polinesia!

Poi arriva l’inaspettato primo contatto via radio con la Polinesia: è un ottimo segnale, significa che la rotta è giusta. Dicono al Céleusta che il giorno successivo due aerei porteranno pacchi al gommone. I tre membri dell’equipaggio non si fanno sfuggire qualche richiesta, chi un pacchetto di Gauloises, chi una birra fresca, chi del vino. Il giorno seguente si apre lo spinnaker rosso e si mette a mare il battellino di servizio, si prepara un razzo per rendersi più visibili. Ma niente da fare, il rumore dell’aereo, anche se atteso tutto il giorno, non si fa sentire. Via radio a fine giornata arriva la conferma: l’aereo (alla fine solo uno) avrebbe sorvolato a lungo la zona, senza trovare però l’imbarcazione.

Il comandante Croci mostra soddisfatto un esemplare gigante di dorado
Il comandante Croci mostra soddisfatto un esemplare gigante di dorado

Poi però il giorno successivo ancora, dicono, manderanno una barca a cercarli. E questa volta si vede una barca all’orizzonte, i razzi partono, il Céleusta si affianca alla biscaggina dell’Onnis. Vittorio si fionda a bordo, prende i viveri, torna sul gommone. Probabilmente entro due giorni il Céleusta vedrà terra. Infine l’arrivo, dopo settanta giorni di navigazione. Il 10 agosto del 1969 alle 17:15 il gommone passa nella barriera corallina davanti alla Polinesia, nell’atollo di Raroia. L’ingresso nella baia è difficoltoso a causa del meteo, solo il giorno seguente alle 9,30 la goletta Moana Rau rimorchia il gommone e alle 17:30 dell’11 agosto 1969 l’equipaggio tocca finalmente terra, dopo aver attraversato l’Oceano Pacifico dal Perù alla Polinesia percorrendo 4.199 miglia con un gommone a vela di appena 6 metri. Una storia incredibile e troppo poco ricordata.

Federico Rossi

 

*il racconto dell’impresa del Céleusta si basa sul contenuto del podcast Rai “Sulla Stessa Barca” (2018) e su alcuni reportage pubblicati nel 1969 all’interno del settimanale “Epoca”. Le foto sono riprese dai reportage.

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16 commenti su “L’impresa del Céleusta. Il gommone a vela italiano che ha attraversato il Pacifico”

  1. una storia che mai avevo sentito prima di ora! tanto di cappello ai tre naviganti che con le tecnologie di allora, no GPS, no Loran, no telefoni etc, sono riusciti alla fine nell impresa! Complimenti a tutti e grazie per aver fatto rivivire quei momenti al giornale della vela e ai suoi editori.
    L. B. da cetraro CS

    1. Grazie alla redazione e a Federico Rossi per aver riporta all’attenzione questa impresa fantastica. Io sono narnese, ho conosciuto personalmente Mario il Comandante e ho avuto la fortuna di vedere queste e altre foto (dia) qualche tempo dopo e sentire da lui il racconto e vari aneddoti sulla traversata. All’epoca avevo 11 anni e ne seguii le cronache, l’impresa ebbe molto clamore soprattutto nell’ambiente marinaro, poi però non se ne parlò più, purtroppo. So che Mario aveva in mente un’altra impresa simile, se non ricordo male attraversare lo stretto di Drake, ma non se ne fece nulla. É stato bello per me rivivere questa storia, grazie di nuovo a tutti.
      Alberto

    2. Mario Valli ( mio padre) ha scritto il libro” il Celeusta, sotto la coda dello scorpione ” a cura di Giannetto Valli ( suo cugino)

  2. Certamente rimarrà una impresa memorabile che nessuno più si accingerebbe a fare dovendo valutare l’azzardo di una iniziativa del genere ma mancando soprattutto lo spirito avventuroso che ne spinse il trio d’allora……………. P.A. (Cetraro Marina)

  3. Sulla spedizione del Celeusta esiste anche un libro:” il Celeusta sotto la coda dello scorpione”scritto da Mario Valli ( mio padre) a cura di Giannetto Valli ( cugino di Mario). Urania Valli

  4. Anche io sento per la prima volta questa incredibile ed affascinante storia di mare , da Capitano di lungo corso che ha attraversato in lungo ed in largo gran parte del pianeta posso assicurarvi che non mi sono mai sentito sicuro sulle grandi petroliere ,anni 80 , vere città galleggianti, figuriamoci solo pensare di attraversare il pacifico in un guscio di noci. Spero di trovare altro materiale storico e potere leggere e vedere di più al riguardo. complimenti a questi incredibili coraggiosi uomini italiani

    1. E questi l’hanno fatto intenzionalmente. Una quarantina d’anni dopo, un pescatore salvadoregno é stato “costretto” a farlo…e ci mise 438 giorni. Da qui il titolo del libro. Molto istruttivo, lo consiglio a tutti.

  5. Condivido l’entusiasmo di conoscere una simile impresa, portata avanti con pochi mezzi ma tanto coraggio e passione! Ci vorrebbero oggi “riedizioni” di queste imprese per dimostrare quanto sia importante la capacità di raggiungere risultati eccezionali con il minimo indispensabile e tra mille difficoltà

  6. Veramente bello poter ricordare questa impresa!! Grazie al giornale della vela!
    Dalle vecchie pellicole sarebbe molto bello poter fare un CD e poter rivivere quei momenti!
    Il libro” Il Celeusta sotto la coda dello Scorpione! ” è possibile trovarlo , vorrei poterlo comprare e leggere , Grazie .
    Sarebbe una bella idea riportare in vita questo libro , e metterlo in ventita dal Giornale della Vela.
    Un saluto alla Famiglia Valli , che hanno perseverato nel far rivivere questo squarcio di sana avventura, Grazie!
    Stefano B

  7. Stefano Belotti

    Veramente bello poter ricordare questa impresa!! Grazie al giornale della vela!
    Dalle vecchie pellicole sarebbe molto bello poter fare un CD e poter rivivere quei momenti!
    Il libro” Il Celeusta sotto la coda dello Scorpione! ” è possibile trovarlo , vorrei poterlo comprare e leggere , Grazie .
    Sarebbe una bella idea riportare in vita questo libro , e metterlo in ventita dal Giornale della Vela.
    Un saluto alla Famiglia Valli , che hanno perseverato nel far rivivere questo squarcio di sana avventura, Grazie!
    Stefano B

  8. adelio cavenago

    Grazie al Giornale per averci raccontato e ricordato questa storia pazzesca.
    Faccio fatica a comprenderne il valore dell’impresa quando leggo che un componente l’equipaggio non aveva mai navigato.
    Quale termine di paragone possiamo avere in un caso del genere: i Protagonisti sapevano a cosa andavano in contro?
    Non voglio sminuire assolutamente l’impresa, però è mancata la consapevolezza di quello che stavano per intraprendere… forse è stato proprio questo che li ha fatti partire.
    CHAPEAU.
    Kavè

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