Processo alla scuola vela. I vostri (ragionati) commenti

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Come far tornare a crescere il numero di velisti alle regate zonali e locali in Italia? Come evitare la dispersione giovanile dopo gli anni dell’Optimist? E come riuscire a vincere qualcosa di più di una medaglia in tre edizioni dei Giochi Olimpici? Come allargare la “base” di velisti ad ogni livello, dalle derive alle barche da crociera? Sono questi argomenti legati o non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro? E la Federazione, in tutto questo, che ruolo ha?

Sono questi i temi dell’articolo che abbiamo pubblicato qualche giorno fa in cui Lamberto Cesari, velista, istruttore di vela e giornalista, attento studioso della “base”, della scuola vela e delle sue dinamiche, spiega perché a parer suo il divertimento è la chiave per rendere la vela più diffusa e popolare, in ogni sua declinazione. 

Il “processo” alla scuola vela sul web

L’articolo è stato tra i più letti, ha rimbalzato ovunque sul web e ha scatenato una infinità di commenti ragionati e costruttivi, tra i quali abbiamo selezionato quelli che seguono. Si è creato un vero e proprio “processo alla scuola vela” e alle sue metodologie.

Se non lo avete ancora fatto, vi consigliamo di leggere l’articolo di Cesari (dal titolo “La ricetta per moltiplicare i velisti, in regata e in crociera: il divertimento”) e di darci una vostra opinione.


I vostri commenti all’articolo

“I bambini devono ricevere un’esperienza positiva “ …. io ho sempre rispettato il principio primo del divertimento, anche nella mia esperienza di istruttore, tutto ciò che, in primissima l’Optimist, non è più! A partire da genitori e circoli, dove le cose più importanti sono lo “sfoggio” dell’attrezzatura ed il risultato… sono quasi contenta che mio figlio, dopo una stagione in Optimist, con un fisico adatto a qualsiasi sport, si sia rifiutato di risalire in barca ! E la Federazione segue a ruota ! Da molto tempo.

Lucia Mamone


Questa di spingere molto presto i bambini alla competizione é una caratteristica di molti sport. Errore grave, che toglie spazio al divertimento e a un’esperienza del mare più complessa e profonda. Personalmente non ho mai amato l’Optimist e ho sempre trovato molto più sano far sperimentare la vela ai bambini assieme agli adulti. Lo spazio dell’autonomia, anche nel rapporto col mare, si crea un po’ più avanti.

Chiaro che, se una classe si regge più su motivazioni commerciali e competitive, l’interesse di chi pratica quello sport sarà più per il risultato che per l’ esperienza. E chiaro che la promozione sarà in quella direzione. Le regate sono bellissime, ma il mare è altro, molto di più. E se non passa questo, questo amore e questo spessore, una volta finita la gratificazione da “piccolo campione” o la disponibilità economica della famiglia, tutto muore lì. Peccato pensare a quanto bambini è stato proposto questo approccio. Mi auguro che arrivi presto un cambiamento.

Gioia Clavenzani


Ho fatto parte di alcune associazioni veliche ASD, non portate alla regata, ma indirizzate all’insegnamento della vela. Quello che ho notato, sia a livello associativo che anche nei circoli velici sul Lago di Garda, è che è diminuita moltissimo l’attività ludico sportiva dei velisti semplici appassionati.

Dove prima era un affollamento di circoli e acqua con qualunque cosa galleggiasse con sopra una vela, adesso è desolazione. Più o meno a partire dall’ anno 2005. Non mi sono mai chiesto perché è mancato il ricambio generazionale continuo di questa tipologia di velisti, ma sicuro si ripercuote anche sulla vela agonistica, che mediamente, non vede più i numeri di partecipazione di una volta.

Massimiliano Perbellini


Non è così! Non è l’agonismo a determinare la dispersione. Innanzi tutto è normale la dispersione perché le motivazioni che stanno dietro l’inizio sono diverse e non tutte reggono nel tempo. Poi abbiamo un problema con la competizione ma essenzialmente per i contenuti che ci sono proiettati e per una sostanziale ineducazione al rapporto con l’errore. E’ una questione culturale.

Paolo Benini


L’economia della vela spinge solo al risultato come stimolo per fare più giornate di allenamento e guadagno per gli allenatori.. vele e barche nuove con guadagno indotto.. corso altura e regata con guadagno degli skipper… chi mai pagherebbe tanto per il divertimento???

Bruno Bottacini


Le realtà riportate nel vostro articolo sono sotto gli occhi di tutti da anni, poi bisognerebbe capire se chi le dovrebbe vedere le vuol vedere veramente…

Patrizia Bonoli


Il problema è ben più vasto e non riguarda soltanto giovani e giovanissimi. In tutto il territorio nazionale stanno scomparendo le veleggiate e le regate a vele bianche, che erano un’ottima occasione per avvicinare al mondo dello sport velico tanti nuovi appassionati, anche senza bisogno di tesseramento, o con tesseramento per non agonisti. Il perché ancora mi sfugge, visto che uno degli scopi istituzionali della federazione è proprio quello di promuovere la vela. Evidentemente, in molti lo hanno dimenticato.

Alessandro Ferrari


Pensare la vela come una disciplina sportiva, ancor più come una competizione da cui si esce vincenti o perdenti è ridurre la vita nostra e dei nostri ragazzi a ben poca roba. Abbiamo davanti il mare, lo abitiamo con le nostre barche, onoriamo così la memoria di esseri anfibi. Dal mare siamo venuti e nel mare ritorniamo, con indicibile gioia e soddisfazione. Non sono sbagliate le regate o la Federazione: è sbagliato il nostro punto di vista. Il pianeta che abitiamo è l’Oceano ed è un flusso di continuità. Ridurlo, spezzettarlo a piccoli segmenti e a piccoli valori umani è ridurre un vascello a tre alberi in un pattino di salvataggio.

Mauro Pandimiglio


La Federazione dovrebbe supportare economicamente e con dei progetti seri i ragazzi che nella vela giovanile che hanno dimostrato di avere delle attitudini importanti, supportandoli anche con alloggi e scuole quando i ragazzi sono fuori casa scegliendo delle località specifiche (es. Riva del Garda, Sardegna), in altri Nazioni fanno queste ed è il motivo perché vincono alle Olimpiadi.

Antonio Cirinei


Bravo Lamberto Cesari!

Jacopo Plazzi


Ho raggiunto l’età giusta,credo,per poter dire che come la società è cambiata lo stesso è avvenuto per l’approccio allo sport. Vengo da un piccolo circolo in spiaggia che ha visto passare anche alcuni velisti tutt’oggi fortissimi (Michele e Matteo in primis). Oltre agli allenamenti si portava in barca la fidanzata , avevamo la curiosità di provare a fare navigare qualsiasi cosa potesse galleggiare ecc.

C’erano classi olimpiche anche allora ma alla regata della mortadella si andava felici di navigare. Oggi i ragazzi non lo concepiscono e non è del tutto colpa loro, andar per mare solo per il piacere di farlo. Devono essere superallenati altrimenti non tirano neanche giù la barca dal carrellino.

Andrebbe insegnato che la passione per il mare e per la vela non si limita a una classe olimpica ma è un mondo a 360 gradi.

Andrebbe insegnato che la sconfitta,e uno solo vince, non è un fallimento. Andrebbe tolta l’idea che chi regata in classi non di grido sia uno sfigato La società è cambiata e la competizione e il risultato a tutti i costi stanno distruggendo l’essenza dello sport che è la passione. Bisogna coltivare la passione prima dell’agonismo.

Questo è quello che penso. Ciao a tutti.

Giovanni Stella


Faccio l’allenatore e ho allenato optimist, U19 e classe olimpica nel mio percorso. Leggo questo tuo articolo Lamberto e purtroppo, anche se nel contenuto non esprime solo quello, va a soddisfare l’esigenza di dire che lo sport agonistico in età giovanile sia in qualche modo sbagliato o poco efficace a creare un bacino ampio e con risultati agonistici e non futuri. Sono sincero al di là di alcuni spunti interessanti, trovo alcune semplificazioni di una realtà molto più complessa. Il confronto internazionale ha tanti limiti, perché si tratta di culture completamente differenti, che incidono non poco, soprattutto in età giovanile, qui sarebbe più utile vedere se in Italia altri sport hanno strategie dalle quali trovare spunti per migliorarsi. Poi in termini di efficacia olimpica parametrata ai risultati in U16 e U19, pure il paragone è debole, perché poi sicuramente le disponibilità economiche differiscono molto, per non parlare anche delle strategie e politiche sportive per gli atleti più grandi.

Sul divertimento che è un elemento essenziale, non trovo giusta l’equazione poco agonismo = divertimento, direi che l’obiettivo non facile sarebbe quello di rendere divertente la competizione, che non può essere eliminata essendo uno sport, qui sono importanti aspetti come il saper vincere e perdere, aiutare a leggere i risultati in gara, insegnare a conoscere punti di forza e debolezza e veramente molti altri, alla fine il sogno sportivo è un motore importante per ogni atleta più o meno talentuoso.

Quello che mi preoccupa è questa finta tutela, che sempre di più sembra essere promossa e auspicata per i ragazzi, che in optimist fanno agonismo a 11 anni nella realtà. Si tralascia pero’ quello che lo sport insegna, sempre più isolato nel suo ruolo, a questi ragazzi: il rispetto delle figure e dei ruoli, degli avversari e dei compagni, il senso delle regole, della correttezza , del valore delle cose (avere attenzione al materiale) e anche qui molto altro, certo poi può sfociare in cose completamente diverse da queste come se rompo ricompro, se pago pretendo, se rubo un pochino vinco di più…..ma insomma in questo torniamo alla cultura generale. Io ribalto il tuo pensiero e parto dall’idea che lo sport anche in età giovanile è una gran cosa e la vela tutta come altre discipline deve avere questa pretesa e missione, l’agonismo è un fattore positivo se perseguito nel modo corretto e non farei differenze di classi veliche, che accontentano molti, ma cercherei di cambiare quelle cose, che anche nelle barche più praticate, ne possano rovinare l’enorme contenuto di principi e valori, invece molto importanti e in grado di formare persone con una marcia in più in tutto, al di là della medaglia.

Paolo Mariotti


Paolo Mariotti io non concordo con te in molti punti. Vedo bene a quali livelli viene portato l’agonismo negli optimist, e resto convinto che 130-150 giornate di mare/anno dai 10 ai 15 anni mettono le basi per bruciare anche atleti di livello, a prescindere dalle buone intenzioni e dai valori portati dagli allenatori.

Il fatto che poi ne “sopravvivano” diversi, non dimostra che il sistema sia sano e funzioni: la base è oggettivamente enorme, e questo è uno dei lati positivi. Sono ben conscio che contestare il “sistema Optimist” in Italia è reato di lesa maestà, ma resto convinto che il circo italiano – nel migliore dei casi- non aiuti a creare velisti che insistano proprio negli anni più “difficili” (15-18), proprio perché hanno dato moltissimo da piccoli.

E no, non mi sembra sbagliato proteggere un po’ i più piccoli, senza eliminare l’agonismo. Queste mie affermazioni sono ovviamente controfattuali perché in Italia non esiste un sistema diverso. Però esistono nazioni che nell’ optimist sono poco presenti agli alti livelli, che poi però producono molti atleti in altre età, e non credo sia un fatto solo culturale.
Da ultimo va detto ( e bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di ammetterlo) che intorno all’Optimist come è ora si è strutturato un forte business, fatto di tanti tanti attori. Tutto questo IMHO.

Gianfranco Noè


La colpa è sempre dei genitori, che pagano e spingono per quello che interessa a loro e non per il bene del figlio. vale per tutti gli sport. e il figlio a 16 anni ha la schiena rotta e si è rotto anche qualcos’altro, tranne 1 su 1000 che forse diventa campione (a che prezzo?). ma fallo capire tu ai padroni del vapore, ai “professionisti del corso agonismo”. una volta la scuola di vela ai bambini la faceva un ragazzetto del circolo senza qualifiche ma con tanta passione e tutti andavano li per divertirsi.

Francesco Perini


Con le barche con due persone di equipaggio ci si divertiva di più. E smettetela con questa esasperazione delle regate. Vedo bimbi di 8 anni vestiti come dovessero andare ad una sfilata di moda. Quando ero ragazzo, negli anni 70 eravamo un bel gruppo affiatato che passavamo tutta l’estate al circolo oltre che in mare. Bellissimi ricordi.ora il circolo ha tantissimi laser ed optimist, ma i ragazzi escono in mare e se ne vanno.

Aldo Scortichini


Ho organizzato in 35 anni di attività circa 150 regate di circolo come responsabile sportivo di due società, e in veste di Ufficiale di regata ne ho condotte almeno altrettante, ho regatato in classe monotipo per una decina d’anni e in classe crociera con vari cabinati per una ventina d’anni. Ho quindi toccato con mano le trasformazioni avvenute in questo lasso di tempo che si possono sintetizzare in manifestazioni sempre più disertate dagli armatori e normative FIV sempre più specifiche.

Le cause a mio parere sono molteplici ed incrociate, da discutere in forma più ampia rispetto ad una semplice opinione basata su esperienze personali. Il fenomeno è stato preso a suo tempo in considerazione dalla FIV, che come toppa ha creato la Normativa per il Diporto e quindi le veleggiate, senza però risolvere questo declino.

Intanto i velisti si sono trasformati negli ultimi 40 anni: gli entusiasti che navigavano anche su una bagnarola con la vela sono scomparsi o, fortemente invecchiati, vivono di ricordi. I nuovi velisti hanno una tendenza più “occasionale”, cioè per loro la vela è solo un momento piacevole da rubare ad altri impegni più importanti o più adrenalinici (spesso si adatta alla regata sul cabinato chi pratica surf o kite) e comunque è difficoltoso trovare equipaggio la domenica, giornata che pare sempre più piena di impegni di vario tipo.

Le scuole FIV sono organizzate per creare pochi campioncini e molti delusi che poi abbandonano, inoltre coloro che proseguono sono perlopiù timonieri che iniziano con l’Optimist e proseguono con l’ILCA, mentre le derive ad equipaggio sono drasticamente diminuite tranne che negli altissimi livelli olimpici, e scomparse a livello amatoriale. Sempre più spesso si imbarcano velisti che si dichiarano tali per aver partecipato ad uno o più charter estivi, e che praticamente non sanno nulla. Anche le barche sono cambiate: al mare sempre più grandi, nei laghi sempre più sofisticate, e molti circoli non hanno la capacità di formare nelle classifiche classi differenziate, come peraltro la Normativa FIV prevede, per le barche particolarmente performanti o attrezzate con materiali e vele particolari, che nello scorso secolo non esistevano. Spesso, contravvenendo alla normativa e complice il basso numero di iscritti, permettono la veleggiata a barche stazzate ORC, che quindi imbarcano equipaggi a livelli ben diversi del velista occasionale. Ovviamente tutto questo, dopo qualche esperienza, allontana l’armatore diportista.

Col generale impoverimento delle attività veliche sociali dei circoli contrastano alcune kermesse della vela come ad es. la Barcolana, dove il numero di partecipanti è un guinness in aumento ogni anno, e l’evento è sulla bocca di tutti. Grandi attrazioni, grande festa, enorme prestigio e risonanza per il primo assoluto, possibilità per tutti di pavoneggiarsi con il “c’ero anch’io”, e di veleggiare al fianco dei mostri sacri, ma tecnicamente nulla di diverso rispetto ad una normale regata sociale con un percorso banale: la differenza è quindi data dalla internazionalità e dalla risonanza mondiale della regata nella quale però la vela, fondamentale protagonista dell’evento, per molti non sembra la principale spinta a partecipare.

Franco Matassa

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4 commenti su “Processo alla scuola vela. I vostri (ragionati) commenti”

  1. matassa franco

    Ho organizzato in 35 anni di attività circa 150 regate di circolo come responsabile sportivo di due società, e in veste di Ufficiale di regata ne ho condotte almeno altrettante, ho regatato in classe monotipo per una decina d’anni e in classe crociera con vari cabinati per una ventina d’anni. Ho quindi toccato con mano le trasformazioni avvenute in questo lasso di tempo che si possono sintetizzare in manifestazioni sempre più disertate dagli armatori e normative FIV sempre più specifiche.
    Le cause a mio parere sono molteplici ed incrociate, da discutere in forma più ampia rispetto ad una semplice opinione basata su esperienze personali. Il fenomeno è stato preso a suo tempo in considerazione dalla FIV, che come toppa ha creato la Normativa per il Diporto e quindi le veleggiate, senza però risolvere questo declino.
    Intanto i velisti si sono trasformati negli ultimi 40 anni: gli entusiasti che navigavano anche su una bagnarola con la vela sono scomparsi o, fortemente invecchiati, vivono di ricordi. I nuovi velisti hanno una tendenza più “occasionale”, cioè per loro la vela è solo un momento piacevole da rubare ad altri impegni più importanti o più adrenalinici (spesso si adatta alla regata sul cabinato chi pratica surf o kite) e comunque è difficoltoso trovare equipaggio la domenica, giornata che pare sempre più piena di impegni di vario tipo.
    Le scuole FIV sono organizzate per creare pochi campioncini e molti delusi che poi abbandonano, inoltre coloro che proseguono sono perlopiù timonieri che iniziano con l’optimist e proseguono con l’ILCA, mentre le derive ad equipaggio sono drasticamente diminuite tranne che negli altissimi livelli olimpici, e scomparse a livello amatoriale. Sempre più spesso si imbarcano velisti che si dichiarano tali per aver partecipato ad uno o più charter estivi, e che praticamente non sanno nulla. Anche le barche sono cambiate: al mare sempre più grandi, nei laghi sempre più sofisticate, e molti circoli non hanno la capacità di formare nelle classifiche classi differenziate, come peraltro la Normativa FIV prevede, per le barche particolarmente performanti o attrezzate con materiali e vele particolari, che nello scorso secolo non esistevano. Spesso, contravvenendo alla normativa e complice il basso numero di iscritti, permettono la veleggiata a barche stazzate ORC, che quindi imbarcano equipaggi a livelli ben diversi del velista occasionale. Ovviamente tutto questo, dopo qualche esperienza, allontana l’armatore diportista.
    Col generale impoverimento delle attività veliche sociali dei circoli contrastano alcune kermesse della vela come ad es. la Barcolana, dove il numero di partecipanti è un guinness in aumento ogni anno, e l’evento è sulla bocca di tutti. Grandi attrazioni, grande festa, enorme prestigio e risonanza per il primo assoluto, possibilità per tutti di pavoneggiarsi con il “c’ero anch’io”, e di veleggiare al fianco dei mostri sacri, ma tecnicamente nulla di diverso rispetto ad una normale regata sociale con un percorso banale: la differenza è quindi data dalla internazionalità e dalla risonanza mondiale della regata nella quale però la vela, fondamentale protagonista dell’evento, per molti non sembra la principale spinta a partecipare.

    1. Carissimi ,le barche oggi volano e voleranno sempre di più la vostra vela da capitani coraggiosi è definitivamente morta,la competizione ,vincere è la sola ragione, state parlando di una generazione totalmente digitale gestita da incompetenti è da genitori che vorrebbero vedere i propri figli primeggiare perché loro non sono mai riusciti a farlo, una specie di riscatto e per questo sono disposti a spendere ci fre inenarrabili e sottoporre le piccole vittime a danni fisici e pressioni psicologiche infernali .la prova è decine di mondiali ed europei vinti a livello giovanile poi, il deserto.
      È da gente di mare ricordate che il pesce puzza sempre dalla testa.
      Buon vento

  2. Buongiorno,
    sono ormai dieci anni che lavoro a un progetto che unisce i tecnici e gli artisti del TEATRO alla SCALA alla VELA ( velabulldog.com ), la vela non è solo sport, é CULTURA, è natura, é storia, é famiglia, è belezza, chi non capisce questo insegna parzialmente o superficialmente questa passione.
    “Appassionare” dovrebbe essere la parola chiave che accompagna tutti gli istruttori nel proprio percorso con gli allievi.
    Quindi amici del popolo blu della vela… Merda, merda, merda e che lo spettacolo fatto di vento, acqua e cielo non smetta mai di riempire di belle di gente ed emozioni le nostre coste.

  3. Enrico Gambelunghe

    Che domanda…. e quante verità che ci sono nelle risposte che ho letto ed alcune apprezzato molto. A voi sembra che il nostro paese sia un paese che si faccia delle domande? Quando avevo 18 anni, passando dalla S al 470 per scoprire i segreti di questa barca andai al CPO di Livorno, mi sembrava di essere un pesce fuor d’acqua, nessuno che mi aiutasse a capirci qualcosa, se non le foto che potei fare all’attrezzatura di quelle belle barche. (per farla breve) Questo è stato l’atteggiamento del nostro ambiente per anni…..Ora che ho superato i sessanta e sono stato istruttore di derive, centinaia di corsi in particolare ai giovanissimi, dirigente di un Circolo Velico…. Ritengo che se non si cambia nel nostro paese l’atteggiamento culturale e politico nei confronti della nautica non cambieremo mai niente. Siamo un paese senza visione e per qualcuno la vela deve essere ancora uno sport per pochi…….Forse aveva ragione Gaber allora……

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