Perde il timone in oceano, si salva la pelle navigando come i vichinghi

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Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato la storia incredibile di Egret, uno Sweden Yacht 390 che ha perso la pala del timone in oceano Atlantico e ha navigato per 1500 miglia con un “timone” di fortuna. Un nostro lettore, Mirko van Roomen, è rimasto colpito da questa racconto perché anche lui, durante l’Atlantic Rally for Cruisers del 2001, ha vissuto una simile esperienza.

Con il suo EC37 (Epaminonda Ceccarelli) Heya è rimasto senza pala del timone a 325 miglia dall’arrivo a Saint Lucia, nelle Piccole Antille, ed ha dovuto inventarsi un sistema per governare la barca usando il tangone dello spinnaker. Ecco la storia di come Heya e il suo equipaggio sono riusciti, dopo essere stati per 3 giorni in balia di onde alte 5 metri e raffiche di vento a 35 nodi, a raggiungere terra senza assistenza né comunicazioni, accendendo ad intermittenza l’EPIRB per segnalare la propria posizione ai soccorsi.

Heya con a poppa il tangone per dare direzione alla barca © Tim Wright/Photoaction.com
Heya con a poppa il tangone per dare direzione alla barca © Tim Wright/Photoaction.com

L’avventura di Mirko a bordo di Heya all’ARC 2001

Nel 2001 ho preso parte all’Atlantic Rally for Cruisers, la traversata atlantica per barche da crociera. Quest’avventura è iniziata a fine settembre, quando la nostra barca, un EC37 (Epaminonda Ceccarelli) restaurata – purtroppo non totalmente – è stata trasferita dal Lago Maggiore ad Andora, in Liguria, a bordo di un camion. Una volta in acqua, quattro amici l’hanno portata a Benalmádena, a sud di Málaga in Spagna, dove sono salito a bordo con altro mio un amico, un neo ufficiale dell’esercito Svizzero senza alcuna esperienza di navigazione, per raggiungere le isole Canarie.

Piccoli in Oceano

Tutto tranquillo fino a Gibilterra, dove spinti dal vento e dalla corrente abbiamo fatto rotta verso Las Palmas. La prima notte in Oceano ci siamo ritrovati in mezzo ad una tempesta. Tra onde alte 8 metri e un muro nero di oscurità all’orizzonte, illuminati unicamente dei lampi della tempesta, a bordo della nostra barca, un one tonner di undici metri con bordo libero basso, ci siamo sentiti molto piccoli e non in grado di affrontare questa situazione. Dopo 36 ore di burrasca e zuppi d’acqua, abbiamo deciso di fare rotta verso Casablanca, alla ricerca di un porto sicuro dove poter riposare un po’.

Alla ricerca di un porto sicuro

Arrivati a Casablanca purtroppo ci hanno comunicato che non c’era posto, il porto di Casablanca è riservato alle petroliere ed in effetti c’era una gran puzza di petrolio. Ma dove andare allora? Ci è stato indicato un altro porticciolo turistico tre ore più a nord e così abbiamo fatto rotta verso Mohammedia. Giunti sul posto abbiamo trovato un simile comitato d’accoglienza. Questa volta però un gruppo di uomini armati con mitra ci ha gentilmente scortato fuori dal porto. Solamente poi ho saputo che in quella darsena vi erano ormeggiati i cinque panfili di Muhammad VI, re del Marocco. Senza altre alternative e provati dalla burrasca, abbiamo deciso di buttare l’ancora nella baia davanti al porto, dove ci siamo riposati per qualche ora. Due giorni più tardi, dopo aver sistemato la barca, siamo ripartiti con destinazione le isole Canarie.

I primi problemi al timone

A Las Palmas, abbiamo recuperato gli altri tre membri dell’equipaggio con cui il 26 novembre siamo partiti per la traversata atlantica. L’euforia della partenza è durata poco perché, arrivati davanti alla grande duna di Maspalomas, sul lato opposto dell’isola, il nostro timone non dava più segni di vita. Si era rotto il cavo di trasmissione. Inserita la barra di rispetto, ci siamo diretti al piccolo porto di Pasito Blanco, sempre a Gran Canaria. Riparato il cavo con delle fasce e ripartiti, dopo solo 30 minuti ci siamo accorti che la riparazione non teneva e siamo stati costretti a tornare in porto. Dovevamo piombare il cavo ma non c’era modo di farlo lì. Il giorno dopo abbiamo affittato un’auto e siamo tornati a Las Palmas per riparare il cavo del timone.

Satellitare senza credito

Lasciata Gran Canaria, per qualche giorno abbiamo navigato in tranquillità finché il nostro telefono satellitare, necessario per comunicare la posizione con casa e con il comitato organizzatore, ha smesso di funzionare. La persona incaricata delle comunicazioni si era dimenticata di ricaricare il credito della prepagata prima di partire, e così non avevamo più la possibilità di comunicare la nostra posizione, se non tramite VHF ogni volta che vedevamo qualcuno all’orizzonte.

Si rompe il timone

Avevamo finalmente preso il nostro ritmo quando una notte un grande botto ci ha svegliato. Il timone non dava più segni di vita. Mi sono buttato in acqua con la pila e ho visto l’asse del timone tranciato (un tondino d’acciaio inox di 10 cm di diametro tranciato in due). Il timone ballava attaccato alle tre cerniere sullo scafo ma senza che ci fosse possibilità di governare. Come da tradizione, queste cose succedono sempre di notte con onde alte 5 metri e un vento di 25 nodi.

L'equipaggio di Heya alza la ruota del timone (rotto) all'arrivo © Tim Wright/Photoaction.com
L’equipaggio di Heya alza la ruota del timone (rotto) all’arrivo © Tim Wright/Photoaction.com

Omissione di soccorso?

Il giorno dopo abbiamo azionato l’EPIRB e 4 ore più tardi una nave cargo ci è venuta in soccorso. Prima dell’arrivo del cargo un altro momento surreale: si avvicina una barca a vela di 12 metri con una persona a bordo che ci affianca e ci chiede se abbiamo bisogno d’aiuto. Noi gli rispondiamo di si, che stiamo aspettando qualcuno che ci possa trainare. Lui ci risponde che sta facendo rotta verso la Martinica e ci augura buona fortuna. Una conversazione di questo tipo la fai in strada, se hai bucato la ruota, ma sicuramente non in mezzo all’Atlantico!

Ultimatum

La nave cargo è rimasta a girarci attorno per tutta la giornata fino a quando un catamarano, che faceva parte della regata, non ci ha raggiunto e gli ha dato il cambio. Passano altri tre giorni ma nessuno del comitato organizzatore è in grado di mandarci dei soccorsi, siamo ancora in attesa di un traino. A questo punto il catamarano ci comunica il suo ultimatum: o saliamo a bordo della sua barca o lui riparte e ci lascia lì. Decido, essendo il comandante, di dare l’opportunità al mio equipaggio di salire a bordo del catamarano. Sbarcati tre membri dell’equipaggio, rimaniamo in due a bordo di Heya, alla deriva e con una barca ingovernabile.

Come i vichinghi

Alcune ore dopo la partenza del catamarano il timone si è staccato completamente dalla barca, affondando. Cosa fare ora? In quel momento mi sono ricordato di come navigavano i vichinghi, visto che un timone di fortuna con le assi dei paglioli sarebbe durato ben poco in quelle condizioni. Dopo aver smontato il tangone dello spinnaker dall’albero, l’ho legato alla plancetta di poppa, creando un braccio di 4 metri dietro la barca, e con due cime sui winch di dritta e sinistra sono stato in grado di dare una direzione alla barca.

Mirko van Roomen con le cime legate al tangone in mano per dare direzione alla barca © Tim Wright/Photoaction.com
Mirko van Roomen con le cime legate al tangone in mano per dare direzione alla barca © Tim Wright/Photoaction.com

Sani e salvi

Non avendo più il satellitare per comunicare, che nel frattempo si era anche rotto, ho chiesto al catamarano di chiamare la società MRCC (società internazionale di sicurezza marittima basata alla Martinica) e di informarli che avrei acceso e spento ogni 12 ore l’EPIRB per comunicare la mia posizione. Quest’escamotage ha funzionato fino all’ultimo giorno, quando anche la batteria dell’EPIRB si è scaricata. Le ultime dodici ore della nostra traversata sono state estremamente ansiose per chi era a casa a seguirci. Non davamo più segni di vita e nel momento in cui la MRCC stava per dare il via alla missione di soccorso, con gli aerei della Guardia Costiera degli Stati Uniti da Porto Rico, siamo riusciti ad avvicinarci a sufficienza alla Martinica per agganciarci ad una cella telefonica e avvisare casa che eravamo salvi e in dirittura d’arrivo. Al nostro arrivo siamo stati scortati dalla Guardia Costiera in porto, dove i nostri compagni d’avventura ci aspettavano per suonare ed applaudire alla nostra impresa.

Mirko van Roomen (autore del racconto) e Stefano Trabastioni festeggiano al loro arrivo a Saint Lucia © Tim Wright/Photoaction.com
Mirko van Roomen (autore del racconto) e Stefano Trabastioni festeggiano al loro arrivo a Saint Lucia © Tim Wright/Photoaction.com

Mirko van Roomen

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12 commenti su “Perde il timone in oceano, si salva la pelle navigando come i vichinghi”

  1. Pierfrancesco

    Lasciando perdere l’impreparazione della traversata…
    Ci sono due cose che non devono mancare a bordo:
    Timone di emergenza a vento (es. Scanmar E rudder, stivabile) ;
    Radio di emergenza a manovella (almeno IP4 o superiore con funzione SOS).

    1. Pienamente d’accordo. Per certe imprese è necessario essere scrupolosi e ben preparati alle emergenze, inclusa la conoscenza dei porti e dei ripari lungo la rotta. Già la prima avaria (frenelli) doveva poter essere riparata a bordo con ricambi di bordo.
      In generale però, complimenti per come è stata affrontata questa avventura.

      1. Milo Morachioli

        Asse da 10 cm ? Ho qualche dubbio … comunque bene il timone di emergenza, forse si poteva fare subito ….

  2. Fortunatamente alla fine è andata bene ma con il mare non si scherza …. c’è gente che naviga lungo costa attrezzata molto meglio

  3. Buona soluzione… ma perchè non ci avevano pensato subito…??? Erano in 5…!!!
    La perdita del timone in oceano è una cosa abbastanza prevedibile… e nemmeno tanto rara… le cause spaziano dall’occulto deperimento dei materiali… agli urti contro oggetti sommersi… e più recentemente alla curiosità delle orche…) per cui, come dice Pierfrancesco, sorvoliamo sulla preparazione… così come sul team a terra…
    Colpisce invece la passiva rassegnazione con cui per più giorni si è rimasti alla deriva in attesa dei soccorsi… ed in balia degli elementi…

  4. La rottura del cavo di trasmissione, al di là di un possibile logoramento intrinseco, di solito, se ben dimensionato, dipende dalla durezza, dal carico a cui è sottoposto. Probabilmente qualche segno premonitore ci doveva essere stato. Voglio dire che riparare/impiombare il cavo senza controllare frenelli, asse del timone, condizioni della pala serve a poco. Dopo di chè è chiaro che sulla pala del timone si scaricano pesi enormi, soprattutto in fase di raddrizzamento e tutto si può rompere. Inoltre per attraversare l’Oceano il timone di emergenza direi che è necessario. E’ andata di lusso.

  5. roberto lanesi

    andare in vela comporta anche queste vicissitudini……(..impreparazione???sfiga??non c’entrano) lo skipper ha dimostrato capacita’ di superare le varie avarie e quindi sette piu’
    anche io ho navigato da Bermuda alle Canarie 50 anni fa su ALPA 11, avendo lo stesso problema al timone.
    per fortuna ce ne siamo accorti in tempo per farlo riparare da un’officina dell’isola…
    roberto

  6. Leonardo Magini

    A parte la barca non preparata a dovere per una traversata così impegnativa, mi sembra ci sia stata molta superficialità nel partire senza vedere le previsioni, senza controllare il satellitare e soprattutto la meccanica della barca. Inoltre la corda metallica del timone può essere tranquillamente sostituita da una drizza oppure, come è successo a me, modificando il percorso saltando un frenello per avere un po’ di margine per giuntarla anche semplicemente con un buon nodo. Comunque poi se perdi il timone, la soluzione adottata è da tenere presente.

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