Vincenzo Onorato: “Vi svelo come nacque la sfida alla Coppa America di Mascalzone Latino”

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Vincenzo Onorato ritratto al timone del suo Swan 38 Mascalzone Latino alla VELA Cup di Cala dei Sardi (foto di Simon Palfrader).

Vincenzo Onorato racconta come una notte del 2001 a Napoli, in una saletta riservata dello Yacht Club Savoia, nacque la pazza idea di partecipare alla Coppa America. Dell’incontro che doveva rimanere segreto, come sempre accade a Napoli, seppero subito tutti. Così prese vita la sfida di Mascalzone Latino, la prima del Sud Europa

SUD!

di Vincenzo Onorato

Luca Oriani mi ha chiesto di scrivere per il mitico “Giornale della Vela” ed io, ricevuto questo onore, gli ho fatto un “warning”: io non sono una persona “politically correct” perché penso, da vecchio consumato, che è una forzata omologazione del pensiero comune a cui tutti devono adeguarsi, non è di destra o di sinistra, ma soltanto un codice comune dove, sotto il tappeto, non c’è la polvere ma bensì la più bieca ipocrisia. È l’omologazione delle idee nella demenziale globalizzazione intellettuale dei cosiddetti Paesi civili.

Ok, ciò detto, e forse o magari da voi accettato, vi racconto non solo la genesi della prima sfida di Mascalzone Latino alla Coppa America, ma anche la mia Napoli; vi sembrerà di essere precipitati nel film “Operazione San Gennaro“ con il grande Totò che io adoro, ma tratterò di Coppa America, o meglio della prima sfida Napoletana, e spero non ultima, a quell’orribile teiera.

Nel 2001 o giù di lì, boh…. l’Alzheimer incalza, mi venne la malsana idea di lanciare la prima sfida alla Coppa America del Sud. Certamente complice assodato l’Aglianico del Vulture che per troppe sere ho bevuto senza freni inibitori e continuo ancora, impunito e imperterrito.

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Il Coppa America Mascalzone Latino di Vincenzo Onorato nel 2007 nelle acque di Valencia durante le selezioni della Louis Vuitton Cup.

Ebbene, il mio Club, era ed è lo Yacht Club Savoia, non ancora Reale ma, allora come ora, storico e bellissimo. Telefonai al mio Amico e mai troppo compianto Presidente Pippo dalla Vecchia e gli dissi che lo volevo incontrare per lanciare, con il nostro Club, la prima sfida del Sud alla Coppa. La sua reazione fu assolutamente concreta e immediata:

“Ma ti senti bene? Hai i soldi?”. Gli risposi con la mia disarmante onestà: “Bene, ma diversamente sobrio. Soldi? Non ho una lira!”

Pippo, che era un genio non mi mandò a quel paese come avrei meritato, ma con la saggezza che si usa con i matti, mi diede appuntamento al Club, qualche giorno dopo, vai a sapere tu, alle 11 di sera, quello me lo ricordo, come si dice a Napoli, non le 23 come si dice al Nord, per una riunione super segreta al Club.

Così a tarda notte quando i soci avevano finito di cenare e si poteva stare, molto segretamente, nella saletta interna dedicata al gioco delle carte, cosa che, in seguito, Pippo ha abolito con un editto anche quello Reale. Io sulle scale che portano al circolo, sotto la targa “Santa Lucia tu tiene solo nu poche a mar…”, fra turisti che uscivano dalla “Bersagliera” e qualche scarafaggio che approfittava dell’umidità, seguivo le volte del fumo del sigaro che fumavo attendendo l’ora stabilita. Il tempo trascorreva lentamente e l’ineffabile leggerezza che, stava già passando, mi privò dell’ebrezza ma non dello spirito. Finalmente l’aria si schiarò ed arcani segni nel cielo indicarono che si poteva dare, senza indugio alcuno, inizio all’incontro.    

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Siamo nel 2003, la folle sfida di Mascalzone Latino è realtà. Sdraiato a poppa, nelle acque di Auckland in Nuova Zelanda, c’è Vincenzo Onorato (a sinistra) che fa gli onori di casa all’ospite Luigi Carpaneda.

Così fu…e sembrò qualcosa di mezzo fra una riunione di una loggia segreta massonica o di nostalgici carbonari. Qui si complottava qualcosa di peggio e più difficile di un colpo di stato, ma bensì qualcosa d’impossibile: una sfida alla Coppa America. Era tutto una magnifica follia. Far immergere il pietoso lettore in questa lettura fluttuante fra l’assurdo e il demenziale necessita di una piccola ma indispensabile premessa storica: durante la seconda guerra mondiale, Napoli mandò la Gestapo in…analisi perché non c’era niente che non si sapesse! A Napoli la parola “discrezione” si declina da angoli diversi.

In tempi più recenti (una volgare citazione autoreferenziale), quando vivevo nell’appartamento storico della mia Famiglia, i miei genitori viaggiavano tanto perché gli Armatori allora solevano seguire le navi ed io restavo solo e soprattutto felice con la mitica governante, che è stata con noi quarant’anni, “Nannarella”. Accadeva che …in assenza di mio Padre, severo e formale (il contrario di me, vedi i figli poi…) ne approfittavo per dormire fino a tardi. Previdente, staccavo la spina del telefono. Verso mezzogiorno dall’ufficio, non riuscendo a contattare casa, telefonavano al portiere per cercarmi.

Le comunicazioni, allora, avvenivano, i cellulari non esistevano, dal balcone o per mezzo delle trombe delle scale. Sistema forse folkloristico e arcaico ma che ha rischiarato l’ugola di intere generazioni, poco servili ma intonate dall’allenamento e che in tempi ancora più remoti rappresentava un efficace metodo di diffusione delle notizie, soprattutto quelle riservate non solo nel palazzo ma anche nell’intero quartiere.

Un particolare, tornando a noi, la storia si svolgeva nel palazzo dove vivevo, parliamo del sesto piano di uno stabile. Mi svegliavo, isterico e pronto ad uccidere chiunque, sentendo urlare il portiere: “Nannarè che fine ha fatto o dottore? L’ufficio lo sta cercando!” La risposta di Nannarella era escatologica: “Sta rurmenn (dormendo) chissà che ha combinato stanotte!”

Questa è la bellezza di Napoli…se sopravvivi, ma torniamo a noi.

Notte inoltrata. Le tenebre avvolgevano il Borgo Marinaro. I convitati si agitavano circospetti come se dovessero compiere un delitto, e forse era vero. Rettifico e preciso, fare la Coppa è un delitto economico e mentale. By the way, Pippo, forse senza una ragione precisa, immobile e statuario qual era la sua alta figura, ripeteva: “Aspettiamo!” Con il suo tono perentorio che non ammetteva repliche. Faceva freddo o caldo, boh…ma aspettammo; Pippo non ammetteva dialettica ed era il suo bello, un Principe borbonico. Alla fine, con un cenno del capo, diede il segnale che potevamo ritirarci per incominciare la riunione.

La saletta era poco illuminata e noi eravamo intorno ad un tavolo da gioco, un po’ stanchi, certamente imbarazzati con me preda del demone della vela che mi consumava l’anima e la ragione. Perché la vela per me ha sempre rappresentato il vizio assurdo che pretende di essere assecondato.

Pippo partì da lontano: “Vincè ma che tieni in testa?” Io: “Una sfida tutta italiana!” Lui: “Ma che si scemo?” Io: “Assai, Presidè, lo sai…”. Pippo incalzava: “Il progettista?” Risposi senza esitazione: “Giovanni Ceccarelli!”. Pippo mi guardò stralunato: “Cecca chi?” Io tranquillo: “Giovanni Ceccarelli, è giovane ma vedrai che belle barche progetterà (per una volta il futuro mi ha dato ragione)!”. Pippo mi guardò con quell’aplomb del suo sguardo che avrebbe raggelato un braciere. Restò in silenzio per un po’ e poi sussurrò a mezza voce tirando su un sospirone che avrebbe spento mille candele se ci fossero state.

“Mah…”. Poi aggiunse: “Non vorrai timonare tu? Non sei buono per le regate a…mazzate (match race)”. Io sollevai le spalle, facendo finta di non essere minimamente ferito e risposi: “Ne troveremo uno buono, magari napoletano”. Pippo si era conservato la domanda chiave per ultima: “E i soldi?” Io alzando gli occhi al cielo: “San Gennaro provvederà, magari con il supporto della TIM”.  Eh, si c’è anche tanta Milano nella nostra prima sfida.

Pippo aveva uno sguardo basito, cosa inusuale per la sua persona, e mentre cercavo le parole per convincerlo sentimmo bussare alla porta. Era un marinaio del Borgo Marinaro, un vecchietto più storto e piccolo dei suoi anni con dei baffetti più unti che scoloriti e dei capelli impomatati che riflettevano la luna anche nell’oscuro salottino lontano dal cielo.

“Scusate, è qui che state organizzando la Coppa America?” disse con un sorriso disarmante che rivelò una chiostra di denti consumata dal tabacco e un incisivo d’oro che incomprensibilmente gli dava un tono rispettabile. Tutti rimanemmo basiti! Lui continuò imperturbabile facendo un mezzo inchino e sottolineando le sue parole con dei gesti ipnotici della mano che intimorirono noi presenti. La mano sembrava un pipistrello enormemente più grande di lui, ma forse poi non era così vero che i magnifici postumi dell’Aglianico erano poi così svaniti.

“No perché avrei mio nipote che sul gommone è bravissimo e soprattutto si accontenta di poco. Avessimo (licenza poetica alla Di Maio) bisogno di lui?”.

Noi ci guardammo l’un l’altro. “Può essere” rispondemmo all’unisono. Poi, riprendendo padronanza di me stesso, aggiunsi, non senza una leggera enfasi di fatalismo: “Ma non si sa”.

Vincenzo Onorato*


*Chi è Vincenzo Onorato

Vincenzo Onorato (Napoli 1957) è uno dei grandi armatori e veilisti italiani. Con il suo team Mascalzone Latino, fondato nel 1993, ha al suo attivo due partecipazioni alla Coppa America, Nel 2002 ottiene solo una vittoria. Nel 2007 si mostra più competitiva, restando in corsa a lungo per le semifinali. Nella sua lunga carriera ha vinto di tutto, su tutto. Farr 40, Cookson 50, Melges, IMS, Mumm 30, Ha iniziato a navigare sulla barca di famiglia, l’Alcyon, il cutter con fiocco bomato del padre Achille, fondatore dell’omonima Compagnia di Navigazione. La sua barca preferita è il “vecchio” Swan 65 Mascalzone Latino XIV  con cui vive lunghi periodi girando il Mediterraneo e andando a pesca, l’altra sua grande passione oltre alla vela.

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