L’abuso della parola sostenibilità nel mondo della nautica

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Sostenibilità e fine vita barche. Beneteau ha creato un team di progetto speciale per il primo scafo del Beneteau First 44 (nella foto), collaborando con il produttore francese di resine Arkema, per costruire un prototipo con resina riciclabile al 100%.

Siamo usciti dai saloni nautici di Cannes e Genova ubriachi di sostenibilità. Sembra, quest’anno, la parola magica da inserire nella comunicazione di ogni cantiere. Va bene, è il tema del momento complice la situazione mondiale.

Ma andiamoci piano a sbandierare innovazioni vere o presunte su questo tema, solo perché adesso qualunque azienda si deve fare paladina, in nome del marketing, della salvaguardia ambientale del nostro pianeta.

Chi produce barche a vela soprattutto. Ci si dimentica che andare a vela è il modo di spostarsi più ecologico (ed economico) che ci sia. Zero emissioni, zero inquinamento acustico e ambientale. E poi, lasciatecelo dire da inguaribili romantici, è la propulsione più naturale e benefica che ci sia per l’essere umano. è una filosofia di vita in armonia con la natura come non ce ne sono altre. Alzi la mano chi non è d’accordo.


La vera sostenibilità: navigare a vela

E allora se vogliamo fare una campagna seria in tema di sostenibilità, dobbiamo dire che navigare a vela (veramente però!) è quanto di più sostenibile ci sia oggi. Facciamo capire con una campagna di comunicazione che riunisca tutto il mondo della produzione legata alla vela, che la velocità in mare non è tutto. Anzi non è niente. Per raggiungere una destinazione navigando a vela non bisogna calcolare l’ipotetica velocità della barca, ma la velocità che una barca può raggiungere in funzione delle condizioni del vento e del mare.

Il tempo non è la variabile principale per chi va a vela. E’ innanzitutto il godimento di andare a vela, poi si stima quanto tempo ci si mette per arrivare dove si vuole.

E se si va “troppo piano”, si può modificare il piano iniziale. Fermandosi prima o calcolando che ci si metterà più tempo.

Fatto salvo che, se bisogna attaccare il motore, si consumerà una quantità di carburante che è infinitamente inferiore a quello che consuma una barca ma anche un’auto.


Full electric? Inutile illudersi

Sul tema motore poi abbiamo da dire qualcosa. Inutile illudersi. La propulsione elettrica, nuda e cruda, può andare bene oggi solo per una piccola barca.

Mi fa ridere chi pensa di dotare una barca cabinata dagli otto metri in su (quindi utilizzabile anche per dormirci e di fare una vacanza almeno di un weekend) della sola propulsione elettrica, sognando di dotarla di “aggeggi” che la rendano una centrale di produzione di energia autonoma. Poi magari sono gli stessi che sognano di dotarsi di apparecchi energivori come megafrigo e aria condizionata.

Se c’è una soluzione che mi trova favorevole, è quella di dotare anche le barche come le auto di una soluzione ibrida con motore endotermico e un motore elettrico, da utilizzare solo per ormeggi in porto o navigazione in aree marine protette.

Perché si finirà così, come accade già in alcuni laghi: ci saranno aree dove l’uso del motore tradizionale sarà vietato. In nome della salvaguardia dell’ambiente.


Sostenibilità: il problema dello smaltimento della vetroresina

Se poi, sempre in nome della sostenibilità, affronteremo l’enorme problema dell’impossibilità dello smaltimento della vetroresina con cui sono oggi costruite tutte le barche, avremo fatto un vero passo avanti.

Oggi c’è la concreta possibilità di costruire barche più ecologiche usando resine e fibre riciclabili. E se poi bisognerà sborsare qualche soldo in più per l’aumento dei costi di produzione, sono certo che il velista sarà disposto a spenderli.

Luca Oriani

 

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2 commenti su “L’abuso della parola sostenibilità nel mondo della nautica”

  1. Non è solo moda. Si tratta di recepire la marpol e continuare ad accedere ai porti a zero emissioni. E anche abbattere i costi di produzione, quindi margini di profitto più alti. Le resine termoplastiche come Arkema elium sono la base per compositi riciclabili. Materiali d’anima come Atlas HPE sono fatti di pet riciclato e assorbono meno resina in confronto al corecell o la balsa. Una valida alternativa al GRP e altrettanto economica è il basaltex, più leggero e isolante. Non solo scafi riciclabili ma anche le vele, l’unico prodotto al momento è il 4T forte di Onesails.

  2. Sui motori, il discorso si complica. Serve uno standard IMO sui carburanti marini HVO e biometanolo. Sono già disponibili iniezioni adatte per miscele fino a M85, Eni già produce F76 al 50% HVO. Ai motori ibridi paralleli per la propulsione ed idrogenare, più leggeri e potenti di IPS seriali, a breve si affiancheranno le pile a ossidi solidi come la APU da 5kw di Delphi: multifuel e 40% più efficiente dei generatori termici. Nel complesso, oggi è già fattibile ridurre le emissioni della nautica da diporto in linea con gli obbiettivi IMO e UE al 2050.

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