“Comprare una barca? Soldi buttati. Ma non c’è posto migliore dove buttarli”

comprare una barca
Comprare una barca – le vostre testimonianze

Vi ricordate? Qualche giorno fa vi abbiamo chiesto di inviarci le vostre testimonianze di armatori “folli ma felici” per aver compiuto l’atto “irrazionale” per eccellenza: comprare una barca (come ha scritto anche il nostro Marco Cohen in questo lettissimo articolo, dal titolo “La sindrome dell’armatore”).

Comprare una barca a vela – Le vostre testimonianze

Non avete tardato a mandarcene tantissime, dalle frasi lapidarie fino a lunghi racconti! Una, breve e concisa, ma che riassume perfettamente il gesto del comprare una barca, l’ha scritta sul gruppo Facebook ViF Luigi: “Comprare una barca? I soldi più buttati di sempre… ma non ho ancora trovato un posto migliore dove buttarli”.

In questo articolo pubblichiamo la prima tranche di testimonianze… continuate a raccontarci come siete diventati armatori riuscendo a compiere la “follia” del comprare una barca (allegando anche la foto della vostra barca) alla mail speciali@panamaeditore.it!


Se non faccio un regalo alla mia amata mi sento in colpa (Andrea Mandrioli)

Buongiorno,

il titolo “La sindrome dell’armatore (ovvero come essere felici nonostante la barca)” sintetizza perfettamente il mio stato d’animo.

Dehler 32 - Andrea Mandrioli
Comprare una barca – Il Dehler 32 di Andrea Mandrioli

Quattro anni fa comprai d’istinto (dopo aver visto la barca 20 minuti durante un acquazzone biblico) un Dehler 32: fu un innamoramento a prima vista, che dura tuttora nonostante mi costi circa 12.000 euro all’anno… perché la tratto come un vero gioiellino, come fosse la più bella delle “veline”… Arrivo al punto che, se non le faccio un regalo (vedi una spesa), mi sento in colpa… e rimedio immancabilmente la settimana seguente.

Allego una foto della mia amante…

Andrea Mandrioli


Comprare una barca e diventare microarmatore felicissimo (Sebastiano Ferrazzuto)

Ciao, sono Sebastiano Ferrazzuto, microarmatotore felicissimo.

stag 18 - Sebastiano Ferrazzuto
Comprare una barca – Lo Stag 18 di Sebastiano Ferrazzuto

Ho refittato per regate e navigazione costiera questo Stag 18 di vi invio la foto, è al Polo Nautico San Giuliano Venezia, presso Canottiera Mestre.


Solo in barca ti godi una jam session in rada a Capraia! (Eugenio Ruocco)

Sono Eugenio Ruocco e mi fa strano scrivere come “testimone” sul Giornale della Vela, dove lavoro. E’ vero, l’acquisto di una barca è un atto totalmente irrazionale. Lo so io, lo sa mio padre che, dopo aver avuto un Comet 28 Race e un First 34.7, è passato a una barca meno “tirata” ma iconica. Un Grand Soleil 39 di Jezequel (il “Mirit”): modello del quale, ad ogni evento velico a cui partecipo, scopro ogni volta armatori innamorati (foto sotto).

mirit grand soleil 39
Comprare una barca – Il Grand Soleil 39 Mirit

Comprare una barca a vela è una spesa, lavoro continuo, infinite rotture di coglioni. Ma è anche vivere esperienze uniche, che solo la barca a vela ti sa offrire.

Per ripararci da una delle rare maestralate estive, mentre ero in crociera a Capraia, abbiamo deciso di calare l’ancora in rada davanti alla spiaggia di Porto Vecchio. Assieme a noi, molte altre imbarcazioni: anche perché di posto, nel piccolo porto di Capraia, neanche l’ombra.

Siamo arrivati per l’ora di pranzo: dopo essermi divertito a cucinare una “pasta alla Eugenio” per tutto l’equipaggio (con i filetti di pesce povero pescati a bolentino: vi darò la ricetta in uno dei prossimi numeri, promesso!) e una lunga sessione di snorkeling con la mia compagna Luna e i nostri amici – dove ci siamo intrattenuti a giocare con un polpo – è arrivato il momento di prepararci alla notte.

Dopo aver verificato con mio padre la tenuta dell’ancora e il calumo, ci siamo versati un po’ di rum (o Ron, o Rhum… chi lo sapeva più dopo il terzo bicchiere!). C’era un silenzio pazzesco, rotto soltanto dal belare di qualche capra appollaiata Sulla ripida costa dell’isola. Poi, all’improvviso, la magia. Da una delle barche più piccole (curiosamente addobbata con luci natalizie: ad agosto!), ormeggiate più verso terra, qualcuno ha iniziato a suonare con il sax “My Favourite Things”, standard jazz di John Coltrane che, guarda caso, è uno dei miei preferiti.

Quella notte fantastica a Capraia

Manco avessi fatto la richiesta al jukebox! Ma fosse finita qui. Da una barca più al largo, qualcun altro ha tirato fuori una tromba e si è messo a duettare a distanza con il sassofonista. Ne è venuta fuori una jam session unica, in un luogo unico: grazie ai due musicisti tutti noi che eravamo in rada abbiamo vissuto un’esperienza unica. Una di quelle esperienze che solo la barca a vela ti sa regalare. Chi c’era lo capisce.


“Quel Grand Soleil 41 doveva essere mio” (Giuseppe Italo Masotti)

Ma certo che comprare la barca è una decisione irrazionale. La barca è il giocattolo dei grandi (gli adulti non fanno certe cose).
Vi mando queste due parole tratte da un mio vecchio blog, non più aggiornato causa vecchiaia. Era il lontano 1986.

1986 : Nascita del Freedom

In verità le barche sono come le donne: una questione di feeling. Se ci si innamora non c’è più scampo. Deve essere mia, dice il nostro inconscio, e io mi ero innamorato del Freedom anche se, obbiettivamente, non vi era molto che giustificasse questo innamoramento. Cercavo un Grand Soleil 41, un modello prodotto in un numero limitatissimo di esemplari dal Cantiere del Pardo su progetto di J.M.Finot.

Per questa ed altre ragioni, il mercato dell’usato ne offriva pochissimi. Ne avevo trovato uno a Napoli, ma aveva la coperta col Trademaster e poi voleva troppi soldi; quindi non se ne fece nulla. Nel febbraio del 1986, mi telefona il Cantiere del Pardo e mi informa che se ne è liberato uno a Taranto. Innamorarsi quando la controparte sta a 1000 km dovrebbe essere evitato da qualsiasi persona di buon senso. Ma, come dicevo, è una questione di feeling e dopo una prima visita avevo già deciso. Doveva essere mia! Una seconda visita, fatta per dimostrare che era un acquisto ponderato, fu sufficiente per firmare il contratto. Tutto congiurava per scoraggiare l’acquisto.

La barca aveva solo poco più di tre anni ed essendo l’armatore un famoso produttore di divani in pelle, quotato a Wall Street, aveva navigato pochissimo, per oggettiva mancanza di tempo, ed era quindi una barca virtualmente nuova. Questo in apparenza, in effetti a bordo non funzionava nulla tranne il motore e la bussola.

Comprare una barca usata mancante del libro di bordo a Taranto, con le sentine piene d’acqua (fortunatamente dolce il che significa però serbatoi bucati!), con strumentazione del vento, log, carica batteria, pompa elettrica di sentina, luci di navigazione, fanali di via e soprattutto con il timone automatico, tutto disperatamente non funzionante, per non parlare della marmitta bucata e le fiancate ricoperte per quasi tutta la lunghezza con una sorta di terrificanti graffiti arancione, per comprare, dicevo, una barca usata in queste condizioni bisogna essere veramente innamorati cotti! E last but not least un’ispezione del sottoscritto, nell’acqua gelida di febbraio, aveva rivelato che la carena era un vero giardino di mitili, fatto abbastanza comprensibile considerato che l’ormeggio era a meno di 200 metri da una vera coltivazione di questi tossici bivalvi.

Ma oggi, domenica 6 Aprile 1986, a Dio piacendo e in assenza di vento, partiamo per portare questa meravigliosa barca a Lavagna. L’equipaggio è formato dalla mia dolce metà, da Bruno, skipper ad honorem, Silvio con Diana e Rudy, collega di Silvana.

Equipaggio del Freedom 1986
Comprare una barca – L’equipaggio del Grand Soleil 41 Freedom di Giuseppe Italo Masotti nel 1986

Prima tappa destinazione Crotone. Regime di alta pressione con mare piatto e assenza di vento. Meglio così, dopo tutto, questo è un trasferimento quindi 85 miglia tutte a motore. Si fa sentire ovviamente la mancanza del timone automatico che ci obbliga a turni al timone. Il Walker meccanico portato da Bruno si dimostra un po’ scarso quindi arriviamo a Crotone leggermente in anticipo. Prime impressioni.

La barca dà un senso di potenza, di sicurezza e di comfort eccezionali. Due metri in più di lunghezza, ma soprattutto 50 quintali in più di dislocamento la rendono una barca totalmente diversa dal Grand Soleil 34 al quale eravamo abituati. Più dolce nei movimenti, meno sensibile alle onde ed inoltre non cade più nel cavo dell’onda, impuntandosi, quasi fermandosi. Vedremo più avanti il comportamento sotto vela.

Per il momento ci aspetta una notturna mica da ridere: quasi 200 miglia per arrivare a Lipari. Il versante ionico della Calabria non offre infatti ripari degni di questo nome. Il tempo splendido ci assiste e arriviamo in piena notte in prossimità dello stretto con una discreta brezza da sud. Bruno tenta invano di chiamare Messina o Reggio per chiedere se la marea è montante o discendente. Nessuna risposta. Saranno andati tutti a dormire.

Più che altro è una curiosità intellettuale perché il vento favorevole e un motore potente ci lasciano tranquilli. In un baleno siamo fuori dallo stretto con prua su Lipari. Ma ecco che improvvisamente da Capo Peloro scende una sventagliata violentissima; probabilmente un vento catabatico forse di oltre 30 nodi. Freedom sbanda e si inclina sulla dritta mettendo abbondantemente la falchetta sott’acqua. Lasco immediatamente le scotte sia della randa che del genoa che con i suoi 63 mq comincia a sbatacchiare violentemente. Un baccano infernale, un vero concerto cacofonico nel buio più totale.

Qui bisogna avvolgere immediatamente il genoa e bisogna fare alla svelta. Stimo che a mano sarebbe troppo faticoso per cui avvolgo la cimetta su un magnifico winch che sembra sia stato messo lì proprio per quello. Mezzo giro di manovella e poi stop. Sembra che il genoa non voglia avvolgersi ed ecco che la legge di Murphy trova qui la sua perfetta applicazione. Bruno è ancora sotto e anziché aspettare, io prendo l’iniziativa, metto il winch in ridotta e comincio a girare. Ma malgrado la ridotta il genoa non si avvolge. Io giro, giro, ma il winch diventa duro, sempre più duro finché . . . . bang!!! Sembra il rumore di una fucilata.

Oddio sarà la Guardia Costiera che ci ha preso per dei contrabbandieri? Macché è invece la cimetta che si è spezzata. Molto bene, anzi malissimo, perché adesso come facciamo ad avvolgere questo po’ po’ di genoa? Bruno mette fuori la testa dal tambuccio, capisce al volo la situazione, ordina di mollare la drizza, di andare al vento e schizza a prua incurante delle onde che spazzano la coperta. Con qualche energico strattone ammaina il genoa che si adagia in coperta e poi noi schiavetti lo fermiamo sulla battagliola con qualche stroppetto.

Segue cazziatone del Bruno. Lipari ci accoglie con sole splendido e mare arrabbiato. Ormeggiamo in seconda andana fra molte barche da pesca e qualche vela. Arriverà mai il turismo nautico a Lipari? Commento. L’imbarcazione è sana e ha sopportato bene gli errori dell’armatore e dell’equipaggio. La bussola è estremamente precisa; il motore un orologio con una grande riserva di potenza. Una serie continua di pessimi meteo ci inducono ad affittare quattro motorini per godere di una fantastica giornata di primavera.

Lasciamo Rudy a guardia del Freedom e partiamo alla scoperta di Lipari. Il giorno successivo il bollettino ci dà SW f.4 con mare mosso. Noi dobbiamo andare a nord quindi si parte. Il cielo è grigio e fa freddo; ed ecco che, franchi dall’isola, ci becchiamo un bel NW con mare grosso. Laviamo abbondantemente la coperta e la capottina si fa apprezzare da tutti. Gli ozi di Lipari si fanno sentire. Decidiamo di andare a Salerno anziché a Ponza, sia per le condizioni meteo – nel frattempo ha cominciato a piovere e fa un freddo barbino – che per la logistica migliore. Sono comunque oltre 130 miglia quindi ci aspetta una notte impegnata. Il buio arriva rapidamente e ci trova con Silvana, Rudy e Bruno (!!!) chi più chi meno, col mal di mare. Diana sta bene, ma se ne sta sotto e non metterà mai fuori il naso.

Le onde sono molto alte e impediscono l’identificazione dei fari che verso mattina incominciamo a vedere. Verso le cinque Silvio cede al freddo e al mare e si rifugia sotto coperta. Da questo momento rimango solo al timone, sotto una violenta pioggia gelata in attesa che arrivi il chiaro, e alle 08:30 attracchiamo in un nuovo marina ricavato all’interno del porto commerciale di Salerno. Rudy schizza subito verso la stazione ferroviaria per rientrare a Milano. Ventiquattro ore di riposo e io mi sveglio con 39°C di febbre. Rientro a Milano con Silvana e Bruno su un eccellente e veloce TEE, mentre Diana e Silvio proseguono la loro luna di miele in quel di Positano.

1° Maggio 1986 Oggi, giovedì, festa dei lavoratori. Una fredda Salerno ci accoglie assonnati dopo una notte in treno cuccetta. In meno di due settimane Bruno è riuscito a mettere assieme un validissimo equipaggio. In pratica la “creme” della Lega Navale di Milano. C’è Carlo, vecchia conoscenza, che sprizza elettricità dai suoi baffi, più sornioni che mai. C’è Filippo, altro baffo sornione, che fa le fusa accanto ad Armida, giovane, bella con tanto di tutto. C’è Carmen, skipperessa coi baffi (metaforici questa volta) che ci inebria col suo sorriso e con uno squillante cinguettio da liceale in vacanza; dall’alto della sua esperienza multi oceanica ci ascolta condiscendente e osserva come ci comportiamo.

Come la chioccia con i suoi pulcini. Bruno, che da tempo non è più un pulcino, è arrivato con una scorta di cerotti anti mal di mare. Dopo l’esperienza dell’ultima tappa è meglio non correre rischi. Con Silvana e il sottoscritto siamo in sette. Magnifici? In mezz’ora riusciamo a salpare lasciando esterefatto il buon Carlo. Il tempo è discreto: poco vento, poco mare e tanta voglia di portare la barca a Lavagna entro domenica sera. Riusciranno i nostri eroi? Si stabiliscono i turni: 2 x 2 ore. Bruno è esentato in qualità di skipper/navigatore. Il motore va che è un piacere: 2800 giri/1′ ci danno 7 nodi al Walker. Sfilano Capri, Ischia e quindi è il mare aperto. Il sole seppur timido, fa spuntare fazzoletti di pelle bianca. I turni si susseguono con la massima disciplina e il Freedom divora le miglia aiutato da condizioni meteo marine ideali per un trasferimento.

Prima tappa prevista: Cala Galera dove Silvana ed io siamo stati nel 1976 con uno Shipman 28 a noleggio. Per la verità Bruno ha previsto una decina di possibilità con un occhio di riguardo per Civitavecchia. Anzi le continue insistenze per una sosta in “quel porto accogliente” insinuano nell’equipaggio l’atroce dubbio: “cherchez la femme!!!” Qualcuno suggerisce di legare il misero alla base dell’albero versandogli cera fusa nelle orecchie. L’Armida sostiene di aver letto qualcosa di analogo su Novella 2000. L’ipotesi viene immediatamente scartata mancando la cera. Grande disappunto di Carlo: “Questa barca è poco attrezzata!!!” Infine Bruno viene distratto, proprio al traverso di Civitavecchia con un rimedio poco omerico: risotto al salto e una bottiglia di rosso fatto con l’uva.

L’equipaggio tira un sospiro di sollievo. Potenza del risotto!!! La sera si avvicina. A 5 miglia da Cala Galera chiamo sul 9: “Dobbiamo fare gasolio. Fino a che ora siete aperti? Avanti Freedom vi aspettiamo”. Grazie Marconi. Ma ecco che la Carmen ha il colpo di genio. “Perchè non proseguiamo anziché passare la notte qui?” Apparentemente nessuno ci aveva pensato. Rapido esame della situazione e la proposta viene accolta all’unanimità. Mentre io faccio gasolio Silvana fa un salto al supermarket e Bruno attacca un bottone (questa volta è il comandante del porto). Entrerò mai in un porto dove Bruno non conosce nessuno? Con questo atroce dubbio ripartiamo di gran carriera mentre il sole ci regala un fantastico tramonto. Mare piatto e zero vento; un anticiclone perfetto. Se continua così siamo a Lavagna in meno di 24 ore.

E’ da poco passata la mezzanotte. Filippo è al timone e Armida, accanto a lui, guarda estasiata una magnifica volta stellata. Motore a 2800 giri. La luce di navigazione a motore non funziona come al solito. Verde, rosso e coronamento sono però regolarmente accesi. Ad un tratto il motore passa da 2800 giri al minimo.. Mi sveglio di colpo ed in un lampo sono in coperta. Abbigliato in un vezzoso pigiama azzurro maschietto, faccio appena in tempo ad intravvedere una barca a motore che a 20 metri di poppa si sta rapidamente allontanando.

Rapporto del timoniere: “E’ stato un tentativo di abbordaggio. Credevo fosse la Guardia Costiera (luce di navigazione spenta) ! Forse ci hanno presi per qualcun altro”. Probabilmente erano pescatori. Può darsi che stessimo entrando in quelle maledette reti derivanti. Dopo un’emozione del genere decido di passare la notte in pozzetto. Non vorrei perdermi il prossimo abbordaggio.

L’alba ci trova al largo di Livorno con una piatta fantastica che ci permette di divorare le ultime settanta miglia. Nel pomeriggio di sabato 3 maggio entriamo trionfalmente (si fa per dire) a Lavagna, in anticipo sul previsto (Bruno il Walker è scarso!!!), ma in tempo per permettere all’equipaggio di prendere il primo treno per Milano. Da Taranto a Lavagna: 750 miglia senza problemi. Un grazie ad entrambi i validi equipaggi. Grazie anche alla barca. Freedom, necessiti di molte piccole manutenzioni, ma sono certo che diventerai una barca perfetta!


Armatori che decidono di comprare una barca, continuate a scriverci!

Continuate a raccontarci come siete diventati armatori e siete riusciti a comprare una barca nonostante fosse una “follia” (allegando anche la foto della vostra barca) alla mail speciali@panamaeditore.it! Pubblicheremo le migliori testimonianze!

 


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3 commenti su ““Comprare una barca? Soldi buttati. Ma non c’è posto migliore dove buttarli””

  1. Da ragazzo solevo andare a remi e poi tornare navigando con vento ed un ombrellone.
    Poi armai con un albero da windserf gge vele cucite con vecchie lenzuola di mamma una barca a remi in vetroresina
    Appena ebbi un lavoro comprai la mia prima barca a vela, 6 metri, cabinata, a deriva mobile. Un archetipo del cantiere che poi fece i comet…e poi fu la volta un comet 9 con il quale navigai tutto il tirreno, Eolie spesso.
    E poi fu la volta del 12 metri, un Dufour 39 German Freis.
    Con la famiglia anni di lunghe crociere, Costa azzurra, Corsica, Tirreno, Sicilia. Malta…
    Ora al limite delle mie forze fisiche ancora sono in barca con i figli che non vogliono rinunciare. La moglie ha mollato.

    Scrivo da Gaeta dove ho attraccato poche ore fa.
    Ma sono stanco, il cuore vuole ma il corpo oramai fatica.

  2. 20h di lavoro x 1h di piacere
    Il mio amico mi disse “avrai 2 grandi soddisfazioni”…”grande soddisfazione quando la comprerai..ancora più grande quando la venderai…”.. è un giocattolo che ti fa vivere l’illusione di essere libero o la speranza di esserlo..ma contrario ad ogni logica con raziocinizzante…e questo sottile attendere nel deserto dei Tartari…il tuo momento

  3. La vela la barca il mare, una brutta malattia, ma guai a non prenderla se vuoi guarire, quando il metro sarò finito solo allora saprai, ne è valsa veramente la pena. Ho quasi 77 anni e dopo un lungo periodo da pedone non c’è l’ho fatta più e sono tornato armatore, 30 anni fa mi ero innamorato di un first 310 ed ora lo devo solo andare a prendere. Il viaggio lo racconto di seguito con tutte le sfaccettature che capiteranno. BV a tutti Renato.

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