Così i detenuti a Viterbo realizzano borse e sacche con vele riciclate

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La veleria italiana Millenium Tech, conosciuta a livello mondiale per produrre vele di alta tecnologia per imbarcazioni di ogni genere e dimensione, ha abbracciato con grande entusiasmo il progetto Seconda Chance.

Seconda Chance

Ideato dalla giornalista del Tg La7 Flavia Filippi (oggi cronista giudiziaria, ma molti la ricordano anche come inviata a San Diego per TMC in occasione dell’America’s Cup del 1992), che incoraggia le aziende a instaurare un autentico rapporto di lavoro con i detenuti, nell’ottica di assicurare una occupazione alle persone in stato di detenzione.

Una volta presa la decisione di intraprendere il percorso indicato da Seconda Chance, lo staff di Millenium Tech ha effettuato alcuni sopralluoghi, rimanendo favorevolmente impressionato dalle strutture, dalle attrezzature e dalle competenze incontrate presso la Casa Circondariale Mammagialla di Viterbo. Millenium Tech ha quindi presentato un primo importante ordine di lavorazione al personale della sartoria, che ha riguardato la realizzazione di sacche per le vele e borse tecniche. Per la fabbricazione di tali prodotti sono stati impiegati i tessuti di vecchie vele dismesse e materiali rimasti inutilizzati.

Eticità e riciclo

L’eticità del progetto da un lato e la possibilità di riciclo dei materiali di vele dismesse dall’altro, sono stati i due elementi che da subito ci hanno spinto a instaurare un rapporto lavorativo con la sartoria del penitenziario di Viterbo”, spiega Davide Innocenti di Millenium Tech. “Le vele non sono riciclabili, se non con processi di difficile attuazione e, specialmente, costosi. Noi, con la produzione di borse di vario tipo, a partire da quelle semplici per fare la spesa, diamo realmente una seconda vita ai nostri materiali in maniera concreta, economica e facilmente realizzabile”.

Fino a oggi, Millenium Tech ha prodotto presso la sartoria della Casa Circondariale Mammagialla di Viterbo circa 250 borse in ottica di riciclo vele e circa 60 sacchi per vele. l’intenzione è di commissionare il 100% della produzione sacchi vele nel 2023.

Soddisfazione personale più che professionale

Particolarmente legato alla collaborazione con la Casa Circondariale di Viterbo è Matteo Holm di Millenium Tech: “Mio nonno, Mario Gozzini, ha dedicato la maggior parte della sua carriera politica alla realizzazione di un testo di legge che aveva l’intento di puntare su un percorso rieducativo del detenuto rispetto al semplice aspetto detentivo della pena.

Questo è esattamente quello che oggi stiamo facendo con la veleria Millenium Tech. I ragazzi del carcere, grazie alla legge Gozzini, lavorano con grande trasporto e impegno a questo progetto ed è per noi motivo d’orgoglio aver avuto la possibilità di fornirgli quest’occasione”, racconta Matteo Holm. “Spero che la nostra collaborazione vada avanti a lungo e che altre aziende del settore nautico seguano il nostro esempio. Il valore di una seconda occasione è inestimabile nel mondo di oggi e poter essere noi a fornirla è motivo di grande soddisfazione personale, più che professionale”.

Progetto Unico

L’unicità di questo progetto è che i detenuti lavorano alla realizzazione di prodotti commissionati da un’azienda esterna, a loro volta destinati a un utilizzo esterno”, afferma Anna Maria Dello Prete, direttrice della Casa Circondariale Mammagialla di Viterbo, che aggiunge: “Grazie al Provveditorato e all’azienda Millenium Tech, che ci fa pensare al mare e al vento, siamo soddisfatti di condividere questa esperienza unica. Che sia un’azienda privata a commissionare lavoro ai detenuti è un caso molto raro. Da noi, per esempio, 150 detenuti sono impiegati in attività domestiche, ma sono tutte mansioni rivolte al mantenimento stesso dell’Istituto, quindi non è un lavoro che trasferisce competenza. Il rapporto instaurato con Millenium Tech, invece, risponde alla finalità di portare professionalità da acquisire per lavorare poi una volta fuori da qua”.

Rapporto lavorativo autentico

La sartoria della Casa Circondariale Mammagialla di Viterbo ha avuto il merito di farsi trovare pronta una volta giunta la richiesta da parte di Millenium Tech di realizzare alcuni prodotti specifici. “Non ci hanno scelto a caso, perché noi abbiamo investito su macchinari efficienti attraverso la Cassa Ammende, istituita nel 2013 proprio per l’inserimento lavorativo dei detenuti, e acquisendo personale con esperienza pregressa”, confessa Marco Bracaloni, Responsabile Contabilità del penitenziario, che precisa: “Con questo lavoro commissionato dall’esterno, i detenuti che lavorano in sartoria ricevono una paga regolare, il versamento dei contributi e il conteggio per il trattamento di fine rapporto”.

L’attività operativa della sartoria e l’apprendimento sul lavoro viene coordinata e gestita da Fabrizio Tardito, tecnico (Capo d’Arte) convenzionato con l’Istituto, che ha saputo trasferire con passione e competenza stimoli e motivazioni nelle persone detenute, inserite nel percorso lavorativo.

L’esperienza professionale raccontata da quattro detenuti

Arlind, 40 anni, proveniente dall’Albania, detenuto dal 2014 e impiegato in sartoria da quattro anni, esprime soddisfazione per il suo lavoro e racconta la sua personale esperienza nella lavorazione di un materiale così nuovo per lui, il tessuto delle vele: “Quando sei impiegato in cucina come inserviente o aiuto cuoco, sei soggetto alla turnazione, lavori per cinque mesi e poi stai fermo per altri cinque mesi. In sartoria, invece, il lavoro è fisso e continuativo tutti i mesi, con le pause solo ad agosto e a dicembre. È molto meglio, perché se non hai nulla da fare, qui il tempo non passa mai”.

Arlind percepisce una media di 400 euro al mese per il suo lavoro, che gli consente di essere autonomo senza dovere chiedere aiuto da fuori a familiari e amici. Ora ha fatto una richiesta per un permesso premio, dato che i genitori da otto anni li vede solo in videochiamata.

Prima delle vele, cuciva vestiti: “La prima volta non credevo che si potesse lavorare un materiale come quello delle vele con le macchine da cucire. Mi sembrava normale plastica”, racconta. “All’inizio è stato difficile, ma ora che ho preso la mano sono molto incuriosito e sono sempre attratto dalle cose nuove che di volta in volta il Capo d’Arte ci chiede di fare. Non c’è mai nulla di noioso”.

Arlind è nato vicino al mare, ma è la prima volta che tocca questi materiali. “In un primo momento le vele mi procuravano irritazione alla pelle, forse per il sale che ancora contengono quando arrivano qua in sartoria, ma poi mi sono abituato e ora è tutto a posto”. È interessato a come sono fatte le vele: “Una volta qui in sartoria ce ne hanno consegnata una ancora tutta intera e l’ho guardata a lungo perché volevo capire come fosse fatta. Poi l’abbiamo dovuta tagliare tutta in piccoli pezzi. Ora, quando posso, mi capita di guardare un canale in tv che parla di vela. Le vele sono belle e, appena potrò, le vorrò guardare dal vero mentre navigano. Mi interessano le barche piccole”.

Fabio, 52 anni di Roma, è detenuto da più di tre anni. Lavora in sartoria, dove da tre mesi ha iniziato a trattare i materiali delle vele: “Avevo già una buona esperienza con le macchine da cucire, qua siamo dotati perfino con quelle digitali, quindi devo ammettere che il passaggio alla lavorazione di questi nuovi prodotti per me non è stato troppo difficile”, racconta. “All’inizio, con i materiali mi sono trovato un po’ spiazzato perché erano duri da lavorare, ma il Capo d’Arte ci ha messo rapidamente in grado di gestirli. 

Ogni cosa nuova è una ripartenza, quindi sono contento di questa esperienza con le vele. Un domani che sarò fuori saprò fare una cosa in più”, aggiunge Fabio, che confessa anche un desiderio: “Queste vele le vorrei poter utilizzare anche per farmi un giro in mare su una barca. Prima seguivo anche le regate di Luna Rossa, ma ora su uno yacht ci vorrei salire io”. Tra i lavoratori della sartoria, Fabio è soprannominato il “cinese”, perché sa eseguire in autonomia ogni fase del processo di fabbricazione di una borsa o di una sacca, dall’inizio alla fine.

Walid, 45 anni, proveniente dalla Tunisia, lavora in sartoria da due mesi. Prima non aveva mai tagliato e cucito e il mare lo ha sempre attraversato solo in aereo, mai in barca. “Mi diverto moltissimo con questo lavoro, ho trovato un’esperienza perfetta per me”, racconta Walid. “Quando il Capo d’Arte mi dà un nuovo compito lo faccio con piacere. Ora spero di uscire presto da qui e quando accadrà questo sarà il mio lavoro”. Walid è stato realmente conquistato da questo lavoro di cui prima non sapeva nulla: “Quando sono in videochiamata con mia moglie e con i miei figli (rispettivamente di 3, 5 e 7 anni, ndr) per mezz’ora parlo solo di tutto quello che sto imparando in sartoria con le vele. In passato ho fatto altri lavori, ma bello come questo mai. Continuerò a farlo anche in futuro”, racconta Walid, aggiungendo che con questo lavoro nella sartoria riesce a mandare i soldi a casa, dove servono.

Fabrizio, 40 anni di Fondi, adora il mare ed è anche andato in barca. Da quattro anni lavora in sartoria e ha accolto con entusiasmo l’inizio della produzione di borse ricavate da vecchie vele. “Il mare è nel mio DNA, ho amici proprietari di barche e mio padre faceva le immersioni. La barca a vela la trovo molto rilassante e queste vele che arrivano qua in sartoria mi fanno tornare la voglia di andare al mare. Ma non la vivo come una sofferenza, anzi è un piacere”, racconta. “Questo posto è solo di passaggio, so che un giorno tornerò là”. A Fabrizio del nuovo materiale che utilizza in sartoria piace il fatto che sia un prodotto tecnologico e innovativo: “Trovo bella l’idea di sfruttare un materiale che altrimenti sarebbe stato buttato, per realizzare cose nuove. Dobbiamo stare al passo con i tempi, il riciclo è importante e dobbiamo imparare a essere ecosostenibili per i nostri figli. Bisogna guardare al futuro”.

Un lavoro reale

Rastrello, Vice Sovrintendente di Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale Mammagialla di Viterbo addetto alla sorveglianza dell’area dedicata alle lavorazioni dell’istituto: “Da quando hanno iniziato a lavorare con i nuovi materiali, abbiamo notato che i detenuti sono più motivati del solito. Sono stimolati ad affrontare un’attività unica nel suo genere e sono gratificati nel vedere una finalità realizzativa concreta della loro attività. Prima erano abituati a fabbricare oggetti sempre uguali e in serie, ora vedono che il lavoro che svolgono non gli è assegnato solo per tenerli occupati, ma perché c’è un progetto reale da portare avanti”.

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