“Acqua salata in sentina! CXXXO! Ecco come me la sono cavata”

acqua salata in sentina
Acqua salata in sentina – La foto è puramente indicativa e non si riferisce ai fatti raccontati.

Stefano Gigli vi ha raccontato la sua storia e come ha attrezzato un Beneteau Oceanis 34 del 2008 per trasformarlo nella barca “definitiva” e dotata di ogni comfort e sicurezza con cui è partito per il giro del mondo. Poi, l’inizio della sua navigazione da Ventotene a Gibilterra. Sono stati due articoli di grande successo. Ora Stefano, che al momento è a Grenada, ci racconta la sua prima traversata Atlantica da Mindelo (Capo Verde) a Clifton Bay (Grenadine): una traversata iniziata subito con i brividi (l’acqua salata in sentina, l’incubo di ogni velista) e indimenticabile.

acqua salata in sentina
Stefano Gigli sta girando il mondo a bordo di un Beneteau Oceanis 34 del 2008, il Connect.

Il problema delle variabili (e la sempre valida Legge di Murphy)

Non tutto va come hai programmato, anche se i dettagli con cui hai preparato tutto ne stabiliscono una percentuale di successo elevata. Nella mia esperienza, soprattutto nello sport professionistico, la preparazione meticolosa deve sempre considerare delle incognite. 

Parlando di un viaggio come il mio sul Connect, una incognita può diventare anche una patata da mangiare, fra le tante potrebbe essere non buona e solo quando la apri capisci. Questa è un incognita che non puoi controllare, come non puoi controllare, programmare o prevedere di avere una collisione con un oggetto in mare semi sommerso, una balena, un morso al timone da un’orca nello stretto di Gibilterra o una boa da pesca che ti centra in pieno (perché è lei che ti prende in pieno, nell’immensità dell’oceano). Considero il fattore incognito una parte del rischio che si corre nel volare ed è lo stesso al rischio se si corre navigando in mare aperto. Puoi attrezzare la tua barca con tutti gli strumenti più innovativi del millennio, essere sempre vigile ma se qualcosa deve accadere, accadrà (la famosa legge di Murphy).

 “Acqua salata in sentina. Cazzo!”

12:00 am del 27 Dicembre 2021, Mindelo. Mollo gli ormeggi dal pontile della marina per attraversare l’Atlantico. Giorni intensi avano preceduto quella partenza, l’organizzazione della cambusa, il controllo di ogni singola parte della barca, la preparazione mentale e fisica e la “costruzione della motivazione” hanno richiesto tanto impegno. Per me, alla mia prima traversata da Est a Ovest, in solitaria sull’Oceanis 34 Connect, era emozionante studiare la meteo, la rotta e le correnti.

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Il Connect in navigazione, dopo la partenza a Mindelo, con le luci natalizie

Il giorno di Natale per distrarmi, faccio le fettuccine all’uovo, il 26 un bel trancio di lampuga al limone ed il 27 mattina, poche ore prima della partenza frullato di frutta fresca. Voglio distrarmi, ma l’adrenalina sale gradualmente fino all’ultimo minuto dove lo sguardo si orienta solo ed esclusivamente verso Ovest. 

Nel canale fra Mindelo e Santo Antao alle 9 pm a circa 40 Miglia dal Canale scendo per mangiare qualcosa. E’ una bella serata, libero dal sottovento dell’isola il vento è steso a 15/18 nodi da NE, con onda al giardinetto che mi spinge bene, 2 metri periodo 8’’. Ho predisposto già le vele per la notte riducendo un po’ di randa e tangonando il fiocco. Il Connect procede tranquillo a 6 nodi fin quando mi accorgo che la pompa di sentina sta lavorando. Immediatamente alzo il pagliolo centrale nella parte più bassa della sentina. Il compartimento è pieno di acqua, immergo il dito per assaggiarla (pensando subito che fosse un problema dell’impianto idraulico dei serbatoi e dell’autoclave, che già mi diede problemini in Corsica a luglio) ma l’acqua è salata… “Cazzo!” Questa la mia esclamazione immediata.

Mi attivo immediatamente ad applicare la procedura di sicurezza stampata in testa e scritta sulla parete del carteggio. Indosso il salvagente, tiro fuori la safety bag e la metto in pozzetto, indosso la lampada frontale e preparo la cerata da una parte.

Cosa causava l’acqua salata in sentina?

Vado in pozzetto e con una manovra molto rapida, libero il fiocco dal tangone e metto la barca alla cappa, accendo il motore per stabilizzarla con un po’ di avanzamento e per garantirmi la sua accensione in caso l’acqua fosse arrivata alle batterie prima del dovuto. Il motore dispone anche di una valvola che mi permette di utilizzare un tubo di aspirazione come sentina, quindi mi preparo anche a questa evenienza. 

Subito attivo il telefono satellitare ed il mio InReach Garmin, vado al carteggio e rilevo la posizione confrontandola con tutti e 3 i device satellitari. Riporto la posizione sulla carta e immediatamente chiamo il mio amico Diego che poverino dormiva al calduccio nella sua Casa di Rieti.

Diego ciao, c’e un problema a bordo del Connect, questa è la mia posizione, ho imbarcato acqua salata e la pompa di sentina sta lavorando regolarmente. Ora procedo al controllo, ci sentiamo dopo”. Nella stessa notte a circa 150 miglia a NE da me c’era Matteo Miceli con il suo equipaggio del Tanai che scendeva dalle Canarie, anche lui in traversata. “Ciao Matteo ho un problema, sto imbarcando acqua e questa è la mia posizione. Ti aggiorno non appena ho un’idea del danno”.

Finite le telefonate, apro immediatamente tutti i paglioli, e da prua a poppa da destra a sinistra, controllo la paratia stagna a prua, il controstampo, le prese a mare, il vano servizi, il boiler (anche se l’acqua non era dolce) il vano motore, la cuffia Volvo della linea d’asse dell’elica e quando mi rendo conto che l’acqua scivolava sullo scafo da poppa, apro i compartimenti sotto il letto dove ci sono i serbatoi e per finire  l’ispezione in cabina fino all’asse del timone, la losca e lo specchio di poppa, dove mi accorgo che entra tanta acqua attraverso l’accoppiamento scafo coperta.

Giallo risolto. L’idrogeneratore

Caspita! L’idrogeneratore Watt & Sea, è lui la causa. Ricordo di averlo pulito dai Sargassi (le alghe oceaniche) ben due volte quella sera, erano tanti in quel tratto e li osservavo in quanto fino ad ora non ne avevo incontrati molti. Esco fuori immediatamente, vado a poppa e lo tolgo dall’acqua, lo disconnetto dalla presa di corrente e lo estraggo dal supporto. Torno in cabina a poppa e noto che togliendo la pressione causata dal suo timone lo specchio di poppa danneggiato ritorna al suo posto. 

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Le alghe di superficie, i Sargassi, sono state la causa primigenia del problema

La pompa di sentina continua a fare il suo lavoro, le dotazioni di emergenza sono pronte, la mia posizione è saldamente in mano a due persone, fra cui un catamarano di 60 piedi, il Tanai di Miceli, a poche miglia da me.

Devo dire che non ho mai pensato ad un MayDay, non ho mai dato spazio alla mia mente di pensare al naufragio e sicuramente trovato il problema ho rafforzato la mia convinzione che il problema si poteva trasformare  in opportunità. 

Stuccare e ripartire!

Comunque: torno al Satellitare (Iridium Go) chiamo sia Diego (che nel frattempo aveva già messo su carta e sul PC tutti i dati possibili per un’eventuale chiamata di soccorso) che Matteo, con cui mi sono confrontato per l’idea venuta in mente, grazie anche ai suoi preziosi consigli. 

Ho trovato la falla, l’acqua entra da poppa, l’idrogeneratore si è più volte intasato di Sargassi e la leva del suo gambo lungo ha forzato molto sul supporto che pur non cedendo ha creato un distacco dell’accoppiamento scafo coperta. La barca è in sicurezza, intendo di fare una prima riparazione di emergenza con lo stucco bicomponente epossidico dall’interno, poi se necessario agisco anche dall’esterno”. 

Diego mi consiglia di fare bene la valutazione del danno e nel caso, visto che non sono molto distante, di tornare verso Santo Antao sottovento all’isola per avere più calma di vento e onda. Matteo mi conferma che lo stucco potrebbe rivelarsi la soluzione ed io non esito a proseguire la procedura di riparazione concordata. Entrambi i posti riesco a raggiungerli e lavorarci senza problemi, impasto lo stucco e faccio la prima riparazione. Nel mentre la barca inizia a svuotarsi ed io a realizzare che potevo continuare anche senza idrogeneratore in quanto con i pannelli e l’eolico, e un po’ di motore la mattina, potevo compensarne la mancanza.

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La preparazione dello stucco bicomponente

Passano circa due ore e le sentine si liberano dall’acqua, mi libero dalla cappa e mi rimetto in rotta a vele ridotte molto lentamente. Cerco di mangiare qualcosa e di fare il punto della situazione, mi messaggio con Diego e Matteo e comunico la mia decisione!

Ragazzi mi sento sereno di poter continuare la mia traversata e conto di ritornare nella rotta programmata domani mattina dopo aver fatto la seconda riparazione sempre con lo stucco per rafforzare il tutto. Sono sereno perché mettendo fuori uso l’idrogeneratore quella parte di poppa non ha alcuna pressione, lo scafo è integro. Non posso guardarmi indietro, continuo verso Ovest e conto di arrivare a Union Island come da miei programmi”.

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La riparazione eseguita da Stefano Gigli sul Connect

Mindelo – Clifton Bay. Una traversata che mi resterà nel cuore

Questa fu la notte del 27 Dicembre 2021, con il brivido dell’acqua salata in sentina. Questo fu l’inizio della mia attraversata Atlantica con il Connect e l’inizio di altri entusiasmanti inconvenientiIl giorno dopo mi venne la febbre alta a 40 che insieme alla tosse e al raffreddore mi accompagnarono nei 5 giorni successivi (probabile Covid?). Poi onda al traverso, vento teso e groppi a 30 Nodi. 

Ma anche meravigliose giornate sotto Gennaker, al timone come nei miei migliori giorni passati con i Laser e gli Hobie Cat. Incantevoli arcobaleni, magnifiche balene, uccelli, pesci volanti e un mare (famoso) di Sargassi.

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Il 12 Gennaio, alle 16pm gettai l’ancora a Clifton Bay (Union Island) nelle Grenadine. Non avevo parole, le paure furono quello che mi fecero rendere conto del successo di avercela fatta. 

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Il Beneteau Oceanis 34 Connect alla fonda a Clifton Bay

Victor HugoSpesso ci sono più cose naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare.”

Alla prossima storia del Connect!

Stefano Gigli

 


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