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RACCONTO La mia Giraglia “double face”: o ventone, o bonaccia!

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Il nostro Tommaso Oriani ha partecipato alla Rolex Giraglia a bordo del Baltic 43 Adrigole di Francesco Giordano. Ecco il suo racconto da bordo

LA MIA GIRAGLIA A COMBATTERE CON LA BONACCIA

Sono appena passate le 12 di mattina, davanti a noi il gruppo 0 della Rolex Giraglia 2021 ha tagliato la linea di partenza che dà il via alla regata. Un percorso inusuale per la classicissima del mediterraneo, Sanremo-disimpegno, boa nei pressi di Saint-Tropez (Rade D’Agay), giù dritti fino alla Giraglia per poi tornare a Genova. 241 miglia, da consumare in un massimo di tre giorni. Quest’anno sono imbarcato su un Baltic 43 del 1991 Adrigole (nella foto sopra, al centro), progettato da Judel-Vrolijk, una barca elegante, potente e ben armata, che porta con orgoglio i suoi anni.

L’equipaggio è quello che uno cerca, competitivo ma non esasperato, capace ma non supponente, giovane e gasato ma con un tocco di esperienza sempre pronta a dare utili consigli.

Siamo in otto, tra i quali spiccano una bravissima prodiera, il saggio presente a bordo chiamato “inge” per la sua qualifica accademica da nessuno messa in discussione visto il tenore delle osservazioni, il prontissimo armatore e altri aitanti giovanotti che sbrigavano le faccende più fisiche a bordo.

La partenza spinta da un vento medio forte da le brezza a tutti i partecipanti, ignari di ciò che li attende, ovvero tanti momenti di bonaccia.

Infatti, almeno per noi “piccolini” è stata una Giraglia a due facce o tanto vento, o pochissimo! Come spesso accade, le “lunghe” si risolvono con una lotta contro il tempo, l’arrivare nelle coordinate prestabilite senza perdere il treno del vento…e puntualmente il programma viene disatteso sul più bello. Boa di Rade D’Agay in vista? Arriva la bonaccia, scoglio della Giraglia in vista? Eccola che ritorna, Genova all’orizzonte? E lei ti bussa sulla spalla implacabile.

Parliamo dei bei momenti, che negli ultimi anni quelli brutti sono stati tanti. Passata la boa in terra francese e prima di impantanarci davanti allo scoglio corso, c’è stato un revival della “lunga bolina” la regata primaverile che da Riva di Traiano si dirige fino all’arcipelago toscano, infatti una bella bolina “steccata” ci ha condotto sino a poche miglia dal faro in mezzo al mare. La sua luce cadenzata, ci ha tenuto compagnia per una decina di ore, come una tela in lontananza, come una visione quasi surreale e bellissima, soprattutto all’alba di venerdì quando finalmente siamo riusciti a doppiarlo. E da li un’altra cavalcata trionfale a surfare onde ben formate e provare vele di prua al limite umano e strutturale della barca.

“Mettiamo Gennaker” dice convinto l’amatore, noi da bravo equipaggio ubbidiamo. 25 nodi, onda formata da 3/4 rumori strani tutt’intorno a noi e il log che segna 17 nodi! Il salto per l’iper spazio era vicino, ma volendo concludere la regata in questa dimensione decidemmo saggiamente di ammainare il “bestione” e di “sfrullare” un più mansueto A0.

Tommaso Oriani (a sinistra) è l’autore di questo racconto

Mi colpì una frase dorante quella cavalcata, “l’inge”, il vecchio saggio disse, in verità non sono le onde che ci spingono, è l’effetto del vento e dell’inclinazione dello scafo sull’onda che da quell’effetto. Pazzesco non ci avevo mai pensato prima! La corsa proseguì per svariate miglia, fino all’epilogo che noi tutti conoscevamo, l’inconsistente leggerezza del vento davanti Genova. Calma piatta. Caldo torrido, le montagne dietro Nervi che potrebbero bloccare qualsiasi vento da terra.

Nella ricerca spasmodica della boa tetraedrica indicata nelle istruzioni di regata quale linea di arrivo (che il comitato di regata ha pensato bene di issare su un gommone issato a sua volta in prua di una barca a vela) e in tutta questa paradossale impotenza rispetto a ciò che ti circonda, ti trovi a combattere per ogni centimetro di mare insieme ai tuoi avversari-amici che condividono il tuo stesso fato.

E fu proprio mentre, intorno alle 10 della sera, ciondolavamo a pochi metri dal traguardo che mi ricordai della saggia frase sull’onda, e così, negli ultimi centimetri di questa lunga regata pensai alle piccole ondine che inclinavano il nostro scafo di quel poco che bastava per spingerlo, e dentro di me le ringraziai molto.

Tommaso Oriani

 


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