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Parchi Marini, si ma non così. La nostra analisi: siete d’accordo?

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Sulla salute del Mediterraneo l’Italia si gioca non solo la salvaguardia, ma il futuro stesso dell’economia e il benessere sociale del paese. Il Wwf lancia il piano 30 per 30, ossia salvarne il 30 per cento entro il 2030 partendo proprio dalle Aree Marine Protette. Che devono essere luoghi accessibili, regolati e in grado di produrre ricchezza. Ecco cosa si può fare 

parchi marini

BUON ESEMPIO / 1
Lo splendido parco naturale di Cabrera, a sud di Maiorca (Baleari), dove si può accedere con la propria barca. Il parco è stato istituito nel 1991, l’ancoraggio avviene tramite un sistema di boe che proteggono le praterie di Posidonia presenti nella baia del porto, l’accesso avviene tramite una autorizzazione delle autorità del parco, da richiedere online.

L’attuale crisi pandemica ha scatenato aspetti drammatici di ogni tipo, ma ha anche restituito dignità e salute alla natura che con lo stop generalizzato delle attività umane è riapparsa in tutta la sua bellezza. Il mare in particolare è tornato a essere pulito, ricco di pesci e flora marina. Ricordate durante i mesi di lockdown le immagini dei canali di Venezia limpidi come mai o quelle del porto di Trieste con i branchi di delfini che giocavano indisturbati? Chi ha avuto modo di tornare in barca dopo quel periodo era letteralmente estasiato.

In realtà il male che stiamo facendo ai nostri oceani la scienza ce lo racconta da anni: dati terrificanti sull’inquinamento, specie marine ormai estinte, migliaia di tonnellate le microplastiche che soffocano i fondali ed entrano nel nostro ciclo alimentare. Ecco avere lì, sotto gli occhi, il mare come potrebbe essere se davvero lo volessimo è stato emozionante e avvilente al tempo stesso. Perché sappiamo tutti che la soluzione non può essere fermare il mondo, restare chiusi in casa, smettere di lavorare, vivere e produrre. Il nostro mare può salvarsi solo grazie all’azione consapevole dell’uomo che dopo anni di sfruttamento indiscriminato decide finalmente di restituire risorse al grande pianeta blu.

Mediterraneo, elemento chiave della “blu economy”

E a dirla tutta del Mediterraneo basterebbe salvarne davvero poco e gestire la restante parte in modo sostenibile. Nel 2021 il Wwf ha lanciato la campagna “30 per 30”, ossia un piano concreto e immediato da parte dei governi per salvare almeno il 30 per cento del Mediterraneo entro il 2030. E, si badi bene, in ballo non c’è solo la possibilità di navigare in acque cristalline e godersi spiagge e arcipelaghi durante le nostre vacanze in barca. Sul Mediterraneo si gioca il futuro sostenibile dell’Italia.

Per capire l’importanza economica del Mediterraneo basta un dato: è un mare che genera circa 450 miliardi di dollari all’anno, ossia il 15% del Pil globale. L’Italia beneficia di oltre un terzo di tutta questa ricchezza: le imprese italiane legate al Mediterraneo sono infatti 200.000 e impiegano 900.000 persone. Insomma la cosiddetta “blu economy” del Mare Nostrum ha un ruolo chiave per il nostro Paese ma dipende dalla salute dell’ecosistema marino e purtroppo il Mediterraneo non sta affatto bene: circa il 75% degli stock ittici è barbaramente sfruttato, la biodiversità marina è ai limiti storici e poi ci sono i cambiamenti climatici, l’innalzamento spasmodico delle temperature, l’impatto ambientale di traffico marittimo, cementificazioni lungo costa e turismo di massa.

BUON ESEMPIO / 2
A Port-Cros, nel Mediterraneo francese, gli amministratori sono riusciti a dimostrare che ogni euro investito dallo Stato in quell’area marina protetta ne genera ben 92 per l’economia locale. Arrivi in barca, scendi dai pontili galleggianti e ti trovi immerso nella natura e in un borgo piratesco.

Parchi marini: il nostro investimento per il futuro

Ebbene allora, dove cominciare il salvataggio del Mediterraneo in questa difficile sfida che deve coniugare benessere sociale, crescita economica e sostenibilità ambientale? Il Wwf nel suo piano “30 per 30” indica anche la soluzione: bisogna partire dalle Aree Marine Protette (AMP), creare un network sempre più ampio di presidi naturali regolamentati da una normativa uniforme, gestiti in modo efficace ed equo, condivisi con le realtà territoriali locali, ma soprattutto accessibili a tutti, diportisti compresi.

Attualmente in Italia le Aree Marine Protette sono 27 e tutelano circa 228.000 ettari di mare e 700 chilometri di costa. A queste si aggiungono due parchi sommersi e il Santuario Internazionale dei Cetacei. Sembrano tante e per certi versi lo sono (la Spagna ne ha solo 18 e la Francia si ferma addirittura a 7), ma in realtà rappresentano solo il 19,12% delle acque territoriali italiane. Altre 17 AMP sarebbero in teoria di prossima istituzione, ma da anni il relativo iter tecnico amministrativo è fermo, come accade per esempio per l’Area Marina delle Eolie. E poi sono per la maggior parte gestite male, chiuse al pubblico e fruttano poco.

Aree marine troppo spesso paradisi inviolabili

Ma anche dopo che una nuova Area Marina Protetta è stata istituita, i problemi non sono finiti. I fondi del Ministero dell’Ambiente per l’amministrazione di questi territori sono sempre ridotti all’osso, manca un quadro normativo uniforme e aggiornato, ma soprattutto ancora non esiste una vera governance mirata alla gestione dei parchi marini con dirigenti competenti, obiettivi precisi e risorse adeguate per raggiungerli.

Oltre alla pesca, il rilancio delle Aree Marine Protette farebbe bene anche al turismo nautico e marino, altro volano straordinario della blu economy italiana. Ma tra i problemi dell’eccessiva burocrazia dei parchi marini c’è proprio quello della difficoltà di accesso a questi territori che spesso finiscono per essere aree off limits di cui nessuno può godere, salvo qualche privilegiato o raccomandato di turno. Basti pensare a certe ville dei vip nell’Arcipelago della Maddalena o a Lampedusa, o ancora alle antiche residenze nobiliari dell’isola di Zannone. Caso emblematico è anche il Golfo di Carini dove da anni i proprietari palermitani di residence e villette disseminate sulla spiaggia impediscono ai cittadini di godere liberamente di uno dei tratti di costa più limpidi del Mediterraneo.

Ogni parco ha le sue regole, spesso un rompicapo

Per non parlare poi di tutte le isole italiane che ospitano ex colonie penali, carceri e case di reclusione ovviamente interdette al pubblico dove oltre allo Stato, alle regioni, ai corpi forestali, governano sul parco marino addirittura le guardie carcerarie: Asinara, Ventotene, Favignana, Gorgona, San Domino, solo per citarne alcune. Tutte chiuse, inaccessibili, ferme nel tempo. Ma anche quando è possibile accedere a un parco marino l’iter burocratico per chiedere i permessi spesso è così lungo e complicato che anche i diportisti più entusiasti in molte occasioni si trovano spiazzati e rinunciano. Ogni parco ha infatti il suo regolamento, modalità di accesso specifiche, opportunità di ancoraggio e sistemi di pagamento diversi. Insomma un vero rompicapo. E nonostante tutto il turismo green in Italia coinvolge milioni di visitatori ogni anno.

Per compiere il grande salto lanciato dal Wwf bisognerebbe allora ripensare completamente le aree protette, i santuari e i parchi sommersi immaginando nuove strutture amministrative a misura di diportista e dotate di un regolamento unico, comprensibile e poco macchinoso volto a valorizzare veramente questi territori ribaltandone il loro ruolo fondamentale: non più paradisi inviolabili, ma luoghi aperti, regolati e in grado di produrre concreti benefici sociali ed economici.

I modelli esteri di efficienza: Francia, Spagna e Croazia

Esempi virtuosi in questo senso all’estero già esistono. A Port-Cros, nel Mediterraneo francese, gli amministratori sono riusciti a dimostrare che ogni euro investito dallo Stato in quell’area marina protetta ne genera ben 92 per l’economia locale attraverso la valorizzazione delle risorse naturali, l’ecoturismo, l’indotto ristorativo e alberghiero. Anche a Cabrera, piccola isola riserva marina delle Baleari, gli spagnoli sono riusciti a creare un luogo protetto, ma accessibile e remunerativo per l’economia e il benessere della comunità.

In Croazia per agevolare il turismo nautico il governo ha deciso di allestire campi boe nelle zone protette precedentemente interdette alla navigazione. Tutto regolato, efficiente e controllato: arrivi con la tua barca, ormeggi al corpo morto, paghi una quota equa, ti aiutano a smaltire i rifiuti di bordo e ti danno una guida di comportamento ecocompatibile.

È anche in questo modo che si forma una coscienza ambientale e quella vera cultura del mare generalizzata che in Italia stenta a decollare ma che è il presupposto fondamentale per raggiungere quel 30 per 30 del Wwf, salvare il Mediterraneo e con lui noi stessi.

David Ingiosi


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