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La vera storia della Coppa America / 1 – Così è iniziato tutto

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Da oggi, in attesa dell’inizio della Coppa America (che partirà ufficialmente il 17 dicembre con le America’s Cup World Series and Christmas Race), vi raccontiamo la vera storia della competizione sportiva più antica del mondo. Per farlo, ci immergiamo nel bel libro “Coppa America – La Vera Storia 1851-2007” del fondatore del Giornale della Vela Mario Oriani (1926-2013) che svela retroscena, uomini, barche, classifiche, tecnica. Una fonte molto “ben informata” sui fatti, Mario Seguì personalmente molte campagne di Coppa in prima linea.

In questo primo capitolo, Oriani racconta la nascita della “saga”.

(fonte immagine: https://americanmagic.americascup.com/en/about)

ERA IL 1851. ANZI, PRIMA

Occorre incominciare a raccontare rifacendoci a quegli anni con l’Inghilterra austera e orgogliosa, ma anche un po’ presuntuosa Regina dei Mari e dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, una America ancora timida in quanto a marineria, ma già sufficientemente ricca per desiderare di non essere il parente povero, l’Inghilterra con alle spalle una tradizione che le consente di credersi imbattibile, l’America che cerca strade nuove e crede di più nel progresso. L’Inghilterra che conta su uno stile aristocratico secolare nei riti del bon ton, l’America che cerca di imitarla. Ma tra uno yacht club americano e uno inglese c’è una bella differenza, gran cosa il Royal Yacht Squadron di Cowes, fondato nel 1812, il primo a fregiarsi della qualifica di “reale”, che allora aveva sede nel Gloucester Hotel (oggi è sito nel Cowes Castel poco lontano) ben al di sotto in una sorta di classifica, il New York Yacht Club, decisamente yankee.

Ma a New York c’è un personaggio, John Cox Stevens, tanto importante che senza di lui e la sua famiglia ben difficilmente oggi saremmo qui ad occuparci di Coppa America.

Gli Stevens sono gente molto ricca, la cui avventura comincia in anni in cui 1’America è tutta da fare e l’intraprendenza e, in certi casi, la preveggenza, sono vincenti. E loro sono una stirpe di gente che ci sa fare, non certo emigranti in cerca di lavoro per superare lo stato di povertà che li affligge. Il loro arrivo nel Nuovo Mondo data nella seconda metà del 1600 quando sono emigrati nello stato di Columbia: sono gente, è opportuno ripeterlo, molto in gamba alla quale quella terra sta, diciamolo paradossalmente, stretta e vede negli stati più a nord quelli a più sicuro avvenire, come New York e l’isola di Manhattan sul fiume Hudson e le terre che si stendono sterminate alle spalle, ma dove occorre arrivare, per fare in fretta fortuna, con già qualcosa. Stiamo parlando di dollari.

Gli Stevens, astuti investitori

È il caso di Edwin Augustus Stevens, che negli affari si dimostra molto attivo e coraggioso e che prevede per il New Jersey, davanti a Manhattan appunto, un avvenire di sviluppo al quale nessuno crede o, quantomeno, lo vede in tempi troppo lunghi per un investimento proficuo. A buon prezzo con il fratello, acquista terreni lungo l’Hudson di fronte a Manhattan, nella zona di Hobokoen, che è ancora aperta campagna e molto astutamente urbanizza i terreni incolti (è qui che anni dopo verrà fondato l’avveniristico Stevens Institute of Tecnology) e con apparente generosità i due fratelli donano una parte di essi perché nasca un villaggio, in realtà valorizzando la loro proprietà.

Ecco chi erano gli Stevens e da dove venivano e come la loro storia si possa considerare emblematica americana, uno stereotipo classico, basti pensare che sono stati loro, per molti anni, a detenere il controllo della navigazione a vapore in America. Ma per quanto riguarda la nostra narrazione è anche il fratello di Edwin Augustus, di nome John, il “Colonnello”, che ci incuriosisce, un personaggio geniale e spregiudicato, con una storia personale del tutto particolare, il cui carattere si integra perfettamente nella pur assoluta diversità con quella di Edwin Augustus.

Nato a Manhattan nel 1749, ha vissuto attivamente l’epoca fra l’avventurosa e l’eroica del giovane paese. Arruolatosi con il grado di capitano durante la guerra d’indipendenza contro gli inglesi, viene nominato colonnello al merito. Tornato borghese mantiene a titolo onorario la qualifica di “colonnello”, anche perché si occupa di politica con piglio autoritario, militaresco e quelli sono anche tempi dove a vincere non sono soltanto“ i duri”, ma anche quelli che sanno conquistarsi un prestigio; quel “colonnello” a vita ne è la prova. Al lui dobbiamo riservare un posto importante anche per rispetto al suo carisma e a suo ingegno. Ci riferiamo al talento di inventore in un mondo nel quale c’è bisogno di tutto: si deve a lui la diffusione dell’elica come mezzo di propulsione delle barche a vapore e l’invenzione di nuove caldaie a vapore. Scusate se è poco.

Locomotive e battelli

Nel 1809 vara il primo battello a pale, il Phoenix, con il quale ha il coraggio di affiancare alla navigazione fluviale quella in mare aperto raggiungendo Philadelfia. Al suo fianco, a bordo, c’è uno dei suoi figli, il ventiduenne Robert Livingston anche lui fertile inventore a cui si accredita l’idea di montare nella tenuta familiare un circuito, come un enorme “plastico” di binario ferroviario, risultato utilissimo allo sviluppo del trasporto a mezzo rotaia, spina dorsale del collegamento del paese a fronte del problema “delle grandi distanze”.

Costruisce anche un modello di locomotiva e per sperimentarla piazza una rotaia di nuovo concetto per aumentare la velocità e la sicurezza su un curioso percorso circolare attorno alla sua residenza di Hoboken.
Questa macchina sbuffante e rumorosa è passata alla storia, gli appassionati di quella ferroviaria la mitizzano e la esaltano con un nome che è ancora famosissimo, John Bull.

A Robert si debbono anche la progettazione e la costruzione di traghetti e di navi mercantili per quei tempi ritenute veloci, e nel 1846 dello sloop a chiglia piatta, armato con un solo albero, lungo 28 metri, Maria, che nella nostra di storia, come vedremo, ha una sua parte.

Il “colonnello “ ebbe altri figli e tutti, oltre alle ferrovie, si interessarono alle barche ed era giocoforza lo facessero; a quei tempi per raggiungere New York da Hoboken occorreva servirsi di traghetti chiamati “periagua”, due alberi armati a schooner (goletta) estremamente sicure e, soprattutto, maneggevoli sull’Hudson e la cui gestione commerciale era nelle mani degli Stevens.

Ma nel nostro racconto dobbiamo riservare il ruolo di attore protagonista a John Cox Stevens, nato nel 1785 poco dopo la fine della guerra d’indipendenza, il più snob, il gentleman a imitazione inglese (come andava di moda ai tempi) della famiglia, che a vent’anni si era già fatto costruire un “periagua” da diporto tutto per se, poi un catamarano battezzato Double Trouble, “Doppia seccatura”.

John Cox Stevens

John Cox Stevens è il vero fondatore del New York Yacht Club che tanta rilevanza ha avuto nella prestigiosa avventura di Coppa America. E’ lui che sul terreno di famiglia a Hoboken piazzò la prima sede del Club una piccola, curiosa, bizzarra costruzione in legno che, dopo vari traslochi, si trova oggi, perfettamente conservata, nel Museo di Mystic Seaport nel Connecticut. E stupì i consoci quando, nel 1840, si fece costruire uno schooner di sedici metri, il Gimcrack, da un giovane carpentiere inglese emigrato.

La nascita del New York Yacht Club

A quel tempo l’ambizione dei ricchi era quella di sapersi comportare “british” o essere considerati “british”, Stevens, al proposito, ha un’idea: fondare uno Yacht Club esclusivo dove per potersi iscrivere occorre, per statuto, possedere una imbarcazione da diporto, ed ecco allora la corsa allo yacht dei ricchi anche di quelli che soffrono il mal di mare. La baracchetta diventa un vero centro mondano. È sul prestigioso Gimcrack che nasce ufficialmente, nel luglio del 1844, il New York Yacht Club.

La proposta di Stevens viene accettata con entusiasmo, il fatto di poter avere anche in America quello che hanno gli inglesi entusiasma i ricchi americani, orgogliosi di essere americani, ma invidiosi, ne abbiamo già riferito, del fatto di non essere british e molto impegnati nella speranza di riuscire ad adeguarsi. L’idea della baracchetta di legno arredata come la cabina di comando della nave ammiraglia della flotta diventa estremamente chic.
E anche in Europa ha successo.
Lo vediamo ancora adesso.

Tutto nasce per scommessa

In un clima del genere l’auspicio dei soci è quello di poter arrivare anche a misurarsi sportivamente con gli inglesi. Tenendo ben presente che, se un giorno l’opportunità ci sarà, dovrà essere al massimo prestigio e non saranno loro a fare il primo passo.
L’occasione attesa e, in un certo modo, temuta, arriva nel 1850 quando Alberto, principe consorte della Regina Vittoria accetta, per il giubileo della sovrana, di patrocinare una fiera mondiale organizzata per testimoniare la grandezza e la potenza dell’Impero Britannico. Nel programma non mancheranno certamente delle sfide veliche, cui è importante partecipino barche di tutti i paesi dove l’influenza inglese è significativa. Gli americani non possono quindi non essere invitati.

L’incarico formale di inviare il messaggio, naturalmente al Club di New York, viene ufficialmente affidato al duca di Wilston, prestigioso commodoro dello Royal Yacht Club di Cowes, che abbiamo già indicato come il più aristocratico del Regno Unito. L’austero Duca tanto abilmente quanto signorilmente, conoscendo i destinatari, non manca di far notare la probabilità che all’interno del programma velico, che era in prima battuta non sportivo, si potessero organizzare delle sfide che richiamassero la comune passione per la scommessa.

La mossa è abile, la possibilità di regatare e vincere nel regno riconosciuto e indiscusso della vela era già argomento importante per gli americani, convinti di essere superiori agli inglesi con le loro barche, ma il fascino aggiunto del guadagno con le scommesse convince anche i pochi dubbiosi a unirsi nell’impresa. Alla fine i soci del Consorzio furono sei.

Yankee sicuri di vincere

Perché tanta sicurezza in campo yankee? Non c’era in loro un po’ troppa presunzione? Gli inglesi lo speravano più che crederlo in assoluto, i loro avversari lo affermavano giurando sul progresso tecnologico della loro nautica. Da una parte il culto della tradizione consolidata, dall’altra la fiducia nella novità di un mondo che stravolge il passato obsoleto e lavora per l’avvenire. L’invito del duca di Wilston è dunque accettato.

A questo punto occorre però rendersi conto del perché di tante sicurezze e non pochi timori espressi, come abbiamo accennato, naturalmente in camera caritatis, sia dall’una che dall’altra parte.

Ma è una occasione a breve tempo irripetibile: non si dimentichi che la fama dell’Isola di Cowes nel mondo della vela e il suo conseguente prestigio consolida, o meglio riconosce e autentica anche quello degli invitati. Si pensi poi che la Regina possiede vicino alla mitica sede dello Squadron una residenza chiamata ipocritamente a corte “la casa al mare” e tiene in porto le sue imbarcazioni, Britannia compreso.

Innovatori contro tradizionalisti

L’invito oltre ad essere prestigioso, dà finalmente la possibilità di una sfida con gli inglesi, e l’opportunità di verificare la validità della nuova linea progettuale americana contro quella tradizionale e celebrata dei britannici. Insomma, una sorta di duplice invito, quello sino allora irraggiungibile dagli yankee, alla corte della regina Vittoria e quello nel tempio dello yachting ritenuto il massimo del prestigio al mondo. Se queste sono le ragioni che gratificano i”parvenus” ve n’è un altra per loro non poco interessante.

Va detto, infatti, che nel cosiddetto Nuovo Mondo la mania di prendere a modello ogni cosa facciano gli inglesi è generalizzata, scommettere, giocare a soldi è una di queste abitudini. Lo si vede anche nei film ambientati a quell’epoca dove la scommessa è in gran voga e potremmo dire che il gioco d’azzardo è accettato e riconosciuto, allora come adesso.
Anche i ricchi lo praticano con assiduità: si scommette su tutto e il danaro che corre è molto, soprattutto nei club. È così anche nello New York Yacht Club dove, ovviamente si scommette sui risultati delle regate con lo stesso fervore con il quale si scommette sulla boxe e sulle corse dei cavalli. Ma non è quindi soltanto snobismo quello che induce i gentlemen del Club ad accogliere l’invito del principe Alberto ma anche quello del business, la certezza che, vincendo le regate che verranno organizzate, si guadagneranno tante buone sterline con le scommesse….

…CONTINUA…

UN LIBRO IMPERDIBILE A UN PREZZO ULTRASCONTATO

Il capitolo è tratto da “Coppa America – La Vera Storia 1851 – 2007” scritto dal fondatore del Giornale della Vela Mario Oriani. Un volume ideale se volete conoscere l’affascinante storia dell’epoca d’oro della regata più antica e famosa del mondo. Leggerete una storia avvincente come la saga di una serie televisiva su Netflix. Lo trovate qui al prezzo speciale di 6,99 euro!

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