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Così ho navigato 1000 miglia di bolina in oceano (con un 9 metri vecchio 50 anni)

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Quando l’Oceano chiama è difficile non rispondere. Vi racconto la mia traversata da Capo Verde a Madeira. Diciannove giorni di navigazione non stop in due in Oceano Atlantico su uno Scampi 30 del 1971. Non senza problemi.

IL MIO OCEANO SU UNO SCAMPI 30

L’autore del nostro racconto è Gregorio Ferrari. Genovese, 22 anni, lavora per il Giornale della Vela e Barche a Motore. Regatante da 11 anni, dal 2018 è istruttore derive FIV.

Che nome si può dare a una traversata Atlantica in verticale? Cioè, non da est a ovest o viceversa. Una “traversata” piuttosto particolare, a dire il vero, soprattutto per il periodo dell’anno. Mille miglia in bolina nell’Oceano Atlantico tra dicembre e gennaio quando l’Aliseo soffia per andare ai Caraibi. Se invece la rotta va da Mindelo (Capo Verde) su fino a Porto Santo, piccola isoletta vicino a Madeira (Portogallo), beh, non resta che bolinare: 19 giorni di navigazione non stop per fare, in linea d’aria, oltre 1000 miglia.

oceano

SHALOM II. La barca usata per la traversata è uno Scampi 30, progetto di Peter Norlin del 1971.

La barca? Uno Scampi 30 del 1971, Shalom II. Ritornando alla domanda iniziale capirete bene che “traversata” non va bene perché non rende la fatica del risalire a nodi e tre di media. E lasciamo subito perdere “risalita” che sa di impianto sciistico. Allora eccoci qui a raccontarvi di una “salmonata” oceanica (quale nome più adatto?) contro corrente, onde e vento. A bordo Giovanni “Gianni” Chiappino, anni 54, armatore e instancabile giramondo, ed io, Gregorio Ferrari, anni 22, al battesimo in Atlantico.

Gianni Chiappino, nato a Torino e residente a Maiorca, ha 54 anni ed è un navigatore appassionato e skipper di barche a vela e a motore, nonché armatore e comandante di Shalom II.

Finire in Oceano per colpa di un thé

Premessa. Io e Gianni prima di quest’avventura insieme non ci conoscevamo. “Sai, ho incontrato una persona giù a Capo Verde, ha bisogno di una mano a portare la barca su, possibilmente in Mediterraneo”. A parlare qui è il velista oceanico Matteo Sericano. Stiamo chiacchierando davanti a un the in un’uggiosa giornata di novembre. Matteo è appena tornato da Sao Vicente (Capo Verde) dove è stato costretto a ripiegare dopo aver rotto la chiglia del suo Mini 650 durante la Mini Transat. La prospettiva non mi dispiace, anzi. Ci rifletto per due minuti abbondanti e maturo una decisione.  “Ciao Gianni, sono Gregorio. Posso essere lì per il 12 dicembre”. “Perfetto – mi risponde – inizio a preparare la barca. A presto”. A questa conversazione seguiranno ore e ore di chiamate serali per discutere finestre meteo, armo, rotte seguibili e cambusa, fino al giorno X. Arrivo a Sao Vicente il 12 dicembre e passiamo una giornata di frenetici preparativi. Il momento è propizio per partire.

Basta regolare le vele per l’andatura che si vuole seguire e metterlo a segno in base alla direzione del vento. Uno skipper infaticabile che naviga
per giorni e giorni di fila, senza sbagliare. Grazie timone a vento!

Ancora non sappiamo che saranno 19 giorni di bolina nuda e cruda, con sorprese, rotture nel cuore della notte, venti previsti e poi mai visti, tante, tantissime stelle e pure un po’ di sfiga. Un primo velato indizio lo abbiamo dopo aver mollato gli ormeggi, il 13 dicembre a mezzanotte. Oltre ad avere il vento in faccia, tanto per prenderci subito la mano, il timone a vento si incastra nella trappa di una barca vicina, facendo saltare il fusibile che tiene in acqua la pala. A bordo con noi, c’è anche la mitica Yuki, uno yorkshire di 8 anni che in barca sta meglio che a casa.

Salpare di venerdì 13 e diventare superstiziosi

Dopo aver rimesso a posto il timone a vento, che per le prime ore rimarrà inutilizzato, ci lanciamo carichi di adrenalina nel buio della notte con un vento a 20-22 nodi che dovrebbe farci bolinare veloci. Dovrebbe, sì, perché siamo nel canale tra Sao Vicente e Santo Antao dove la corrente ci fa sudare ogni millimetro e non riusciamo a stringere il vento quanto vorremmo. L’onda alta completa l’opera. Il bilancio della prima giornata è di 80 miglia percorse e 40 miglia tra noi ed il punto di partenza. Dimenticavo di dire che l’obiettivo alla partenza era il porto di Almeria, nel sud della Spagna, poco dopo Gibilterra. Come anticipato nell’introduzione, non ci arriveremo mai, ma ci fermeremo prima.

Mal di mare: la “mia” soluzione capoverdiana

La giornata segue la falsa riga e per la prima volta in “carriera” sperimento una sensazione nuova. Il mal di mare. Questo piccolo grande inconveniente mi accompagna per circa due giorni relegandomi tra pozzetto e cuccetta. Tutto quello che sta in mezzo, compreso il mangiare, lo evito. A posteriori ancora non capisco bene in che momento sia finita, ma il merito è probabilmente di alcuni biscotti al mais presi a Capo Verde. Morso dopo morso il mal di mare inizia a passare. Nel mentre sono due i momenti migliori della giornata: dormire, perché dormivo, e stare in pozzetto a regolare, il meno possibile in realtà, le vele. Tanto a timonare ci pensava uno skipper impareggiabile: il timone a vento. Nel frattempo con Gianni si discute la rotta. Facile, bolina. Sempre bolina. Con il vento che oscilla da “molto in faccia” a “considerevolmente in faccia”.

“Siamo a rumbo (“sulla rotta” in spagnolo)?”

“Se continua così arriviamo alle Azzorre!”,

“Dai, viriamo e proviamo a rientrare un po’”.

Passiamo oltre 20 ore in bolina a rientrare verso l’Africa. Alla fine guardo il GPS e la distanza da Mindelo, Capo Verde, da dove siamo partiti. Qui finalmente ho scoperto cos’è la fantomatica “componente psicologica”. Ci vuole pazienza per fare tanta strada in mare ed essere sereni. Mi spiego meglio. Mentre guardo il GPS l’unica cosa che penso è che non ci siamo mossi. Su una mappa, con tanta strada da fare, soprattutto all’inizio, la barca sembra sempre ferma. Questo è dovuto anche al fatto che Shalom II naviga in media a circa 3,5 nodi.

Non ho mai pensato che sarebbe stata una crociera relax, anche perché non è nelle mie corde, ma vedere la barca che naviga per 20 ore e sembra sempre incollata allo stesso punto di prima è stato difficile da capire, soprattutto all’inizio. Ma una cosa che, senza dubbio, si può imparare a bordo di uno Scampi 30 in Oceano è la pazienza. E si hanno 24 ore al giorno, tonde tonde, per fare esercizio. Già, durante il giorno in linea di massima non si ha troppo da fare. Controllare che la barca sia in rotta, che la rotta rimanga quella, cucinare, mangiare, controllare il meteo e mandare messaggi a casa, “Tutto bene! Voi?”. Insomma, regolare navigazione. Poi però il sole tramonta.

ATTENTI AL FIOCCO
A prua del pannello solare, principale fonte di energia di Shalom, si vede il fiocco rollato e “assicurato” alla sartie, dopo che si era staccato di notte dalla coperta.

Perché se si rompe qualcosa è sempre di notte

Dopo il tramonto del sole iniziava una serie di sveglie a cui a turno ci alzavamo per controllare che tutto fosse in ordine, circa una ogni ora. Una notte, è probabilmente la seconda o la terza e il mare si sta facendo sentire. Intorno un buio completo, la luna è nascosta tra le nuvole e Shalom avanza come una piccola candela (la luce di via) tra le onde, sbattendo in modo ritmato e non troppo dolce. 

Poi, verso le quattro uno schiocco secco ci porta entrambi in pozzetto alla velocità del fulmine. È l’arridatoio di una sartia bassa che ha ceduto. L’albero di Shalom II ha un ordine di crocette con una sartia alta che arriva in testa d’albero e due basse. Per prima cosa levo il timone a vento e viriamo, per alleggerire il carico della alta. Con le sartie sottovento senza tensione tengo la barca in bolina, mentre Gianni si mette a scavare in quel gran bazar che è la barca, dove si può trovare ogni sorta di bozzelli, cime e ricambi. E menomale. Ne esce fuori dopo pochi minuti e si mette ad armeggiare con la torcia frontale sulle lande. In un’ora tutto è sistemato e riprendiamo ad andare dalla parte giusta. Di bolina, ça va sans dire. Un’altra notte sicuramente degna di nota è stata quella dopo. Se la sartia bassa che salta non fa piacere, vedere il tamburo del rolla fiocco staccato dalla coperta e tenuto a mano è sicuramente peggio. Sinceramente non ho ricordi precisi di cosa sia successo e neppure del come. Probabilmente stavamo rollando il fiocco.

Ciò che ricordo dopo è Gianni a prua tiene il fiocco dal tamburo e urla qualcosa in modo concitato. Non capisco cosa, ma alla fine siamo in due a urlare per cercare di tenere la vela, rollata a metà, a bordo. Lo riusciamo a chiudere del tutto facendo girare il tamburo in due, a mano. Non ho idea di cosa avremmo potuto (fisicamente) fare se ci fosse scappato via e si fosse srotolato del tutto in quel momento. Restiamo per qualche ora senza genoa mentre a prua iniziano i lavori di messa in sicurezza, perdonate la definizione da consiglio comunale, dello strallo, rimasto solo a farsi carico dell’albero. Tutto viene sistemato da Gianni, in solitario a prua con la sua immancabile torcia frontale, con una soluzione che ci accompagnerà senza più dare problemi fino a Porto Santo. In sostanza ha messo su uno strallo con un paranco su cui ingarrocciare un altro fiocco. L’altro era ormai inutilizzabile. La barca è di nuovo in sicurezza e possiamo ripartire tranquilli.

Ritornando a quel che si diceva prima, le giornate, una volta passato il mal di mare, scorrono piuttosto lisce e lineari. Della cucina solitamente se ne occupa Gianni, nei momenti in cui ci viene fame. Dal riso alla pasta con scatolame di ogni genere anche se forse sarebbe stato necessario portare più varietà, anche perché dopo 10 giorni di bolina, con altrettanti da fare, ti viene voglia di mangiare qualunque cosa che non sia a bordo. Mi ricordo ancora di aver sognato nitidamente più di una volta una pizzetta da panificio con speck e uova, sostanziosa merenda preparata due estati prima (e mai veramente digerita).

Negli ultimi giorni di navigazione, una volta capito che Gibilterra non sarebbe stata raggiungibile, è a scattata, essendo così vicini all’arrivo, la corsa per fare Capodanno a casa. Anche se probabilmente Gianni sarebbe rimasto lì, l’obiettivo era arrivare per la sera del 30 dicembre a Porto Santo. Il 29 navighiamo alla velocità record di quattro nodi e mezzo di media, con punte a cinque. Un primato per Shalom II in questa salmonata, carica di bagagli e con un fiocco sottodimensionato. La nostra destinazione è ad appena una quarantina di miglia. Sulla nostra sinistra si erge altissima Madeira.

Di bolina è dura. Stare fermi è molto peggio

Giunto a questo punto devo fare una precisazione: non è vero che abbiamo sempre avuto il vento in faccia. Quella notte, tra Madeira e le Isole Deserte di vento non ne abbiamo praticamente avuto. Le Isole Deserte, infatti, impedivano ad ogni refolo proveniente da nord-nord est di passare. Dopo la carica di una giornata a “correre” a oltre quattro nodi ogni istante che passava a 0.3 nodi sembrava un contrappasso quasi surreale.

Pensavamo di arrivare in scioltezza, eh? Quella notte, muovendoci di pochi centimetri alla volta, la meta sembrava allontanarsi sempre di più. Le vele incapaci di gonfiarsi sbattono al ritmo delle lente onde dell’Oceano e la luna è invisibile sopra la nostra testa. Sembra quasi di essersi persi in una gigantesca pozzanghera e tutti i sogni di gloria piano piano svaniscono. Oltre ai sogni di gloria andati in frantumi anche un po’ di sospiri pensierosi: i voli, dopo il 31, sarebbero costati per almeno un paio di settimane più di 600 euro, a testa.

Diciotto giorni in Oceano di bolina, però, ti insegnano la pazienza. Non è che cresca subito, tipo fungo, ma viene piuttosto seminata e al momento buono si può raccogliere. Passo quella notte del 30 al timone, imprecando a più riprese mentre la barca non supera mai il nodo di velocità. Siamo in trappola e devo stare al timone perché anche l’esperto timone a vento, quando il vento manca e l’onda fa sbattere le vele, non può nulla. Gianni nel frattempo fa la spola tra la cuccetta e il pozzetto, a vedere se la situazione migliora.

Al mattino, però, arriva una prima piccola grande ricompensa: un’alba esagerata irrompe dalle Isole Deserte alla nostra destra che per la prima volta riusciamo a scorgere nitidamente. Sono dei grandi muri di 400 metri, sul mare (questo lo sapevamo anche prima che venisse fuori la luce, ma vederle faceva comunque impressione).

Con il sorgere del sole iniziamo a carburare e passiamo da 0.3 ad un nodo, poi due, poi, due e mezzo. A mezzo giorno siamo quasi fuori dal pantano, quasi a “rumbo” per Porto Santo, con Madeira che scivola sottovento e le Isole Deserte che piano piano finiscono. Ci lasciamo entrambe alle spalle sul far della sera del 30 dicembre: davanti a noi, a nord, la nostra meta.

Tra noi e la meta, implacabile, un vento da nord-nord est. Anche quell’ultima, fatidica, notte c’è ancora da bolinare per circa 20 miglia. Viaggiamo a quasi quattro nodi, stringendo il vento come fosse la regata della vita. Con l’adrenalina a mille – a posteriori non saprei spiegare perché, sarà il gusto della sfida – passo anche quella notte al timone. Shalom è in volata, il vento sale ancora, e ormai siamo stabili sopra i quattro nodi, con Porto Santo che inizia a prendere forma con le sue luci davanti ai miei occhi impastati dal sonno. Alle 6 del mattino mancano 400 metri al porto. Ce l’abbiamo fatta. Forse. Forse no.

Lo Scampi è il primo progetto dello svedese Peter Norlin. Debutto niente male, visto che tra il 1969 ed il 1971 lo Scampi 30 ha vinto due Half Ton Cup. Una barca piccola, ma veloce e comoda. In giro si trovano diversi usati a prezzi bassi ad un prezzo compreso tra i 5.000 ed i 12.000 € a seconda delle condizioni e dell’anno.

Mal di terra: l’ho evitato ormeggiando a vela con 25 nodi

Iniziamo a levare fiocco e ad accendere il motore. Già, il motore. Shalom è una barca degli anni Settanta con una caratteristica inusuale: è 100% elettrica. A bordo non ci sono motori termici. E nelle ultime 72 ore di sole non ne abbiamo preso molto perché la barca è stata perlopiù sbandata verso ovest. In sostanza le batterie non hanno tanto spunto, ma questo lo scopriremo dopo. Alle 6.10 ci sono 25 nodi, corrente a fiumi e la barca, solo con la randa, naviga a meno di due nodi. Arriviamo davanti all’ingresso del porto e ammainiamo anche la randa. Come al solito siamo prua al vento per entrare. A tutto motore la barca inizia a scarrocciare e non riusciamo ad andare avanti. Io sono al timone, Gianni a prua issa di nuovo randa e fiocco. Timonando con il polpaccio (sempre sia lodata la barra), metto la barca in bolina cazzando – con qualche imprecazione – fiocco e randa.

Ci portiamo di nuovo sopra la diga ed entriamo a vela nel bacino. Ammainiamo di nuovo, ma il vento è ancora troppo e il motore non ce la fa proprio.

Dopo un paio di tentativi, scarrocci e frasi ingiuriose al destino, decidiamo.

“Gianni, ormeggiamo a vela!”. “Ok”.

Ammainiamo il fiocco e rimaniamo solo con la randa. Mi metto in poppa, la barca va a 2 nodi. A 15 metri dalla banchina (posizionata “in bolina” rispetto al vento) Gianni ammaina anche la randa e io butto la barca all’orza. Scarrocciamo, con la barca perpendicolare al vento, fino al molo di cemento. L’arrivo è un po’ brusco e dobbiamo saltare a terra per tirare la barca verso le bitte. Questo però ha un bel vantaggio: non mi accorgo di toccare terra, tanto sono preso dalla situazione. Mi spiego meglio. Nei giorni immediatamente precedenti l’ormeggio mi infastidiva l’idea che, dopo aver sperimentato il mal di mare, scendendo dalla barca avrei potuto soffrire il “mal di terra”. Credo che l’attracco con fiatone e adrenalina a mille sia stato il modo migliore per evitare questo problema.

La vista dal cielo tra Porto Santo e Lisbona. Dopo 19 giorni in mare, la notte del 31 dicembre Gregorio l’ha passata a bordo di un aereo.

Pronto per fare Capodanno…in aereo

Ormeggiamo, mettiamo la barca a posto. Gianni ed io ce l’abbiamo fatta. Un lungo abbraccio salato e liberatorio con le gambe un po’ traballanti, sancisce la riuscita dell’impresa. In 19 giorni in due su uno Scampi 30 del 1971 ci siamo sparati 1500 miglia di Atlantico in bolina. Sono le 6.40 di mattina, non dormo da due giorni, ho gli occhi e le guance piene di salino. E alle 7.50 ho il volo che parte da Porto Santo. Sistemiamo ancora un po’ la barca, il marina non avrebbe aperto per un’altra ora almeno. Alle 7.20 sono a prendere il biglietto, con un caffè americano bollente in una mano ed un toast di dubbia fattura nell’altra. Non so ancora che passerò quasi 15 ore in aeroporto tra Funchal e Lisbona incluso un Capodanno sonnecchioso in aereo sopra la Spagna, verso Milano. Ma ormai, dopo il corso più intensivo mai visto, ho pazienza da vendere.

Gregorio Ferrari

 


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