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C’è una grande storia dietro ogni grande regata. E noi ve la raccontiamo

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regate

Come sono nate le classiche di altura, la saga della Coppa America, il mito del giro del mondo a vela. Vi raccontiamo il dietro alle quinte delle più importanti e famose regate internazionali. Vi raccontiamo sei storie tutte da scoprire, sei grandi avventure, con radici più o meno antiche e un futuro ancora da scrivere. E che un vero marinaio deve vivere almeno una volta nella vita

Dietro ogni regata c’è una grande storia e grandi avventure. Molte sono note, alcune meno… In queste pagine una serie di regate con radici antiche e un futuro ancora da scrivere: siamo partiti dalla saga della Coppa America, navighiamo sulle grandi onde delle regine dell’offshore internazionale…

La vela diventa anche uno spettacolo emozionante, da vedere e da non praticare. È la nuova frontiera inaugurata con la Coppa America degli anni successivi al 2010 (quando Alinghi venne sconfitta dal trimarano di Oracle). Nella foto, siamo nell’edizione 2013, corsa sui maxi catamarani: quella della mitica rimonta di Oracle (a destra nella foto) nella finale contro i kiwi di Emirates Team New Zealand: da 1-8 a 9-8!

COPPA AMERICA, LA “MAGA CIRCE” DEI TYCOON

Difficile trattare l’argomento senza scadere nella retorica e resistere alla tentazione di utilizzare aneddoti ben conosciuti. La Coppa è la Coppa, con la C maiuscola e basta. A sostegno di ciò, e al di là che non vi sia alcun secondo, la Coppa America è il più antico trofeo sportivo ancora in palio con una storia, vicende, persone – e costi – che non hanno precedenti in alcuno sport; l’America’s Cup, considerata “l’Everest” della vela, è il più antico trofeo nella storia dello sport. Le sue origini risalgono, infatti, al 1851, anticipando di ben 45 anni le Olimpiadi moderne (1896).

In antitesi alla sua lunga tradizione la Coppa di sportivo – nell’accezione decoubertiana dell’agonismo – ha ben poco. Le regole, il famigerato deed of gift, le scrivono i vincitori, i quali negli anni non hanno risparmiato bassezze di ogni tipo nei confronti degli sfidanti. Questi, con il passare delle sfide, si sono armati di pazienza, di ingegno e di più o meno noti – e leciti – stratagemmi per conquistarla.

Più che un Sacro Graal, per i molti tycoon che hanno dedicato tempo e molti danari, la Coppa ha assunto le sembianze della maga Circe. Dal 1851 a oggi l’America’s Cup ha attirato i personaggi più influenti: Sir Thomas Lipton, mercante di Tè, il Barone Bic (il business è nel cognome), Alan Bond magnate immobiliare e della birra, Sir T.O.M. Sopwith pioniere dell’aviazione, Ted Turner mogul della comunicazione, Harold S. Vanderbilt, Ernesto Bertarelli e Patrizio Bertelli tra i recenti. La Coppa America è certamente uno dei trofei più ambiti e più difficili da conquistare: in quasi 170 di storia, soltanto quattro Paesi hanno avuto l’onore di portarsi a casa la ‘vecchia brocca’ (che, per la cronaca, è un capolavoro realizzato nel 1848 dall’argentiere londinese Garrard).

Negli anni la sfida si è evoluta, ha visto protagoniste le barche con il più grande contenuto tecnologico del momento partendo dalle big boats degli anni Venti; i 12 Metri, Classe incontrastata fino agli anni Ottanta (Azzurra e Italia le sfide italiane), gli IACC (il Moro di Venezia, Luna Rossa, +39) degli anni Novanta e Duemila per arrivare ai monoscafi volanti di 75 piedi della prossima edizione. In tutto questo alcuni capitoli bizzarri tra cui, vale citare, la sfida tra Davide e Golia del 1988 tra il gigantesco monoscafo kiwi con terrazze e il piccolo cat con cui Dennis Conner difese la brocca – fu più avvincente la bagarre legale che si scatenò a contorno della sfida in mare – e la più recente sconfitta (2010) degli svizzeri di Alinghi e il monumentale trimarano di Oracle. La Coppa moderna si svolge con una fase di regate in cui gli sfidanti regatano tra loro (la ex Vuitton Cup ora diventata Prada Cup). Il vincitore di questa assume il ruolo di sfidante e va alla ‘resa dei conti’ con il defender che, nel mentre, ha avuto l’enorme vantaggio di analizzare le performance del suo avversario. L’appuntamento per 36ma edizione del «challenge perpetuo per competizioni amichevoli tra nazioni», come è ufficialmente definito nel Deed of Gift originale, è fissato per l’estate 2021 nelle acque di Auckland.

Prima si chiamava Whitbread, poi Volvo Ocean Race, ora soltanto The Ocean Race. Cambia il nome ma non il senso di quella che resta una grande avventura: il giro del mondo a tappe in equipaggio, 45.000 miglia e nove mesi per i sette mari. Nella foto, a bordo di Telefonica Black durante la Volvo Ocean Race 2008/09. Il mare è infuriato al largo delle Filippine, nella quarta tappa che ha portato i partecipanti da Singapore a Qingdao, in Cina.

IL MITO DEL GIRO DEL MONDO A VELA

Se la Coppa gode dell’accostamento al Monte Everest, analogamente il K2 potrebbe avvicinarsi all’attuale The Ocean Race, il giro del mondo in equipaggio che vanta anche lui una lunga tradizione e una posizione di rilievo nel cuore dei navigatori – e sognatori – italiani.

Nata nel 1972, anche questa regata ha una leggenda che la vede nascere in un pub inglese davanti a una serie di pinte di birra scura prodotta dal leggendario birrificio londinese che, primo nel 1750 crea una realtà industriale nella fermentazione del luppolo. Quella birra si chiama Whitbread e diventa il title sponsor del giro del mondo fino al 2001. La prima edizione della Whitbread Round The World Race prende il via l’8 settembre del 1973 dalle acque di Portsmouth con 17 imbarcazioni provenienti da tutte le parti del mondo. Il primo giro lo vince un equipaggio non professionista a bordo di uno Swan 65, il Sayula II del messicano Ramon Carlin in 152 giorni di navigazione. I messicani non erano certo tra i favoriti e durante la regata venivano presi in giro dalla stampa inglese con vignette non molto lusinghiere. Da allora la Whitbread si svolge ogni tre anni e porta decine e decine di equipaggi a sfidarsi in un’avventura dai risvolti epici – e talvolta drammatici – nella circumnavigazione del globo con tappe che variano ogni edizione. Se agli inizi la flotta dei partecipanti era quanto di più eterogeneo si possa immaginare, negli anni il giro ‘risente’ anche lui del progresso tecnologico e dell’avvento del professionismo.

Con l’edizione 1989-1990 si raggiunge l’apice del successo della fase storica della regata, questo è infatti l’ultimo giro che si può correre con barche diverse e prima dell’introduzione della monotipia. Quell’anno sulla linea di partenza di Portsmouth c’è il meglio della vela oceanica mondiale, sia in termini di equipaggi che di imbarcazioni; il ketch neozelandese Steinlager II di Peter Blake ha la meglio su una flotta di 23 avversari. Per le 3 edizioni successive gli scafi ufficiali diventano i Whitbread 60 fino al 2001, anno che coincide con il passaggio del testimone a un nuovo grande sponsor, la casa automobilistica svedese Volvo, che si lega al giro di mondo fino al 2015. Le barche diventano i velocissimi Volvo Open 70 per arrivare ai One Design 65 dell’ultima edizione. Autentiche macchine da corsa capaci di medie giornaliere da fare impallidire chiunque; a oggi il record di velocità sulle 24 ore è dello scafo AkzoNobel che ha macinato 602,51 miglia alla media di 25,1 nodi!

Anche questa regata è stata sempre frequentata dai navigatori italiani, Giorgio Falck in testa, che ci ha provato in diverse occasioni con i suoi Guia, Rolly Go e Gatorade. La prossima edizione prevede 13 tappe e, per la prima volta, sono ammesse due tipologie di barche: i monoscafi dell’edizione precedente, ovvero i One Design 65 e gli Imoca 60 con i foil… Un altro scatto in avanti di un’avventura che – al giorno d’oggi – non ha paragoni sportivi che tengano. Last but not least, per la prima volta nella sua storia, la città di Genova sarà il punto di arrivo per il grand finale nella primavera del 2022.

La flotta record di 388 imbarcazioni all’ultima edizione si dirige verso ovest lungo il Solent, inseguita dai due più grandi monoscafi in competizione, Rambler (USA) e Scallywag (Hong Kong).

MERAVIGLIOSO FASTNET

Sempre rimanendo in tema di epica velica, ci sono poi altre regate che hanno assunto un’immagine evocativa anche grazie a un punto cospicuo, un faro per l’esattezza, come nel caso del Fastnet e della Giraglia. Nel primo caso, il faro del Fastnet è noto anche come “Lacrima d’Irlanda”, poiché storicamente era l’ultimo lembo d’Irlanda visibile dagli emigranti prima di abbandonare definitivamente la propria patria. Lo scoglio del Fastnet è situato 4.5 miglia a sud-ovest di Cape Clear e Mizen Head. Due pinnacoli di scisto argilloso striati di quarzo si ergono 30 metri sopra il livello della bassa marea e sono circondati da acque profonde e da una fama sinistra.

È dal 1925 che negli anni dispari si corre il Fastnet con un’unica interruzione per la guerra dal 1941 al 1949. Poco più di 600 miglia tra andata e ritorno in una delle aree marittime più trafficate del pianeta con la quasi certezza, per i marinai che vi partecipano, di incontrare condizioni particolarmente dure. Nata, appunto, nel 1925 dall’intuizione dell’inglese Weston Martyr, un eccentrico pioniere, navigatore e giornalista inglese, che prese ispirazione dalla Bermuda Race cui aveva partecipato l’anno precedente.

Il 15 agosto sulla linea di partenza della prima regata d’alto mare, 7 barche su 15 iscritte. La storia di quella prima edizione la scrive il cutter Jolie Brise che chiude la regata in 6 giorni, 14 ore e 15 minuti (meno di 100 miglia al giorno), alla fine del primo Fastnet. È proprio durante la cena in onore del primo arrivato, nasce anche l’Ocean Racing Club, che a breve aggiungerà anche la designazione Royal con il compito statutario di ‘organizzare annualmente una regata di almeno 600 miglia’. Già 3 anni dopo, nel 1927, la regata dimostra il suo carattere con una tempesta che imperversa sulla flotta; solo due scafi riusciranno a doppiare il faro. La popolarità della regata procede spedita interrotta solo dalla seconda guerra mondiale che ne impone uno stop fino al 1949. Nel 1957 con la nascita dell’Admiral’s Cup, la regata del Fastnet ne diventa la prova lunga (con un punteggio che vale tre volte), ma è nel 1979 che il Fastnet raggiunge, suo malgrado, il picco della sua fama con un’edizione tragica che si porta via 15 velisti e affonda 23 barche. Da allora l’organizzazione impone il numero chiuso e porta a quota 300 il numero massimo di iscritti. Nel 2001 accadono poi due fatti salienti per la regata: si chiude l’era dell’Admiral’s Cup e Rolex prende l’evento sotto il suo cappello. Il risultato è immediato, con 229 scafi al via (incluso lo Stealth di Gianni Agnelli che conquista la line honour); da lì in poi il vecchio Fastnet assume il nome di Rolex Fastnet Race e mantiene alta la sua posizione nell’olimpo delle regate d’altura.

Il passaggio attorno al mitico scoglio corso della Giraglia, simbolo della classica d’altura più famosa del Mediterraneo, la Giraglia Rolex Cup: la regata fu concepita nel 1952 da Beppe Croce e René Levainville, rispettivamente presidente dello Yacht Club Italiano e dell’Union Nationale des Croiseurs.

GIRAGLIA, NATA IN UN BISTROT PARIGINO

Ma si deve sempre tornare in un bar per scovare l’origine del secondo faro… in un bistrot parigino per l’esattezza. È il dicembre del 1952 e due persone infreddolite passeggiano per le vie di Parigi. Sono due figure eleganti e spedite, uno di loro tiene una carta nautica arrotolata sotto il braccio. Sono Beppe Croce e René Levainville, rispettivamente in rappresentanza dello Yacht Club Italiano e dell’Union Nationale des Croiseurs.

I due sono reduci da una lunghissima riunione presso lo Yacht Club de France dalla quale ne sono usciti con una missione piuttosto spinosa: ipotizzare il percorso di una regata, o crociera d’altura come erano chiamate allora, che fosse analoga al Fastnet. Il compito di identificare un percorso simile che fosse abbastanza lontano dalle coste per meritare, sia pure nei limiti del Mediterraneo, il titolo e la qualifica di regata d’altomare, era tutt’altro che semplice. Anche in virtù del fatto che le regate nelle nostre acque erano sempre considerate piuttosto modeste dal punto di vista tecnico, ma sempre sfarzose e memorabili dal punto di vista mondano. Dopo poco più di sei mesi da quella notte di dicembre, l’11 luglio del 1953 sul triangolo Cannes-La Giraglia-Sanremo, ben 22 imbarcazioni al via e 17 sulla linea d’arrivo si sfidano sulle 196 miglia del percorso. Per la cronaca, la prima Giraglia la vince una barca francese con un tempo reale di 31 ore. L’anno successivo, si invertono i porti di partenza e di arrivo, gli iscritti arrivano a quota 31 e lo scoglio della Giraglia rimane lì, immutabile. ‘Per mancanza di alternative’ diventa uno dei punti di riferimento dello yachting mondiale.

Negli anni sono aumentati i partenti in maniera inversamente proporzionale ai tempi di percorrenza. Il record attuale di barche sulla linea di partenza è dell’anno 2016, ben 302. Mentre il tempo più basso appartiene allo yacht Esimit Europa 2 di Igor Simcic che nel 2012 brucia il record precedente con un tempo di 14 ore, 56 minuti e 16 secondi. Dal 1998 anche la Giraglia entra a far parte della famiglia Rolex e assume il formato moderno: ci si trova a Saint Tropez intorno alla metà di giugno, tre giorni di regate costiere nello splendido golfo, crew-party in spiaggia – caratteristica sempre memorabile – e partenza la mattina per la ‘lunga’ di 241 miglia sull’triangolo Saint Tropez – Giraglia – Genova dalle caratteristiche meteo tanto imprevedibili quanto capricciose. Il format funziona e il numero di iscritti alla regata dello Yacht Club Italiano lo conferma.

SYDNEY HOBART, LA MITICA

Se il Royal Ocean Racing Club ha fissato a 600 miglia la quota minima per rientrare nella categoria delle regate d’alto mare, tra esse e a pieno titolo rientrano due icone della vela d’altura mondiale. Altre due medaglie imprescindibili per chi vuol dirsi – o sentirsi – un velista esperto: La Sydney-Hobart e la Middle Sea Race, due regatone che completano il bouquet di Rolex nel mondo delle regate offshore.

La prima è organizzata dal Cruising Yacht Club of Australia e tra le diverse peculiarità ha la data della sua partenza: il boxing day – o 26 dicembre – di ogni anno dal 1945. I regatanti hanno così modo di smaltire il tacchino e i bagordi delle festività natalizie lungo le 628 miglia che separano Sydney dalla città di Hobart, in Tasmania, in uno dei tratti di mare più insidiosi al mondo. Il percorso e la destinazione hanno sempre avuto pari importanza nella Rolex Sydney Hobart: la gara porta infatti le barche a discendere il mare di Tasman costeggiando il Nuovo Galles del Sud e ad attraversare l’estremità orientale dello Stretto di Bass fino alla costa orientale della Tasmania, per poi entrare nella Storm Bay e risalire l’estuario del fiume Derwent fino a Hobart. Le condizioni meteorologiche possono variare in maniera significativa, sono spesso difficili e anche in questo caso, responsabili di edizioni piuttosto drammatiche.

Nel 1998 una tempesta perfetta causò la morte di 6 velisti e innumerevoli affondamenti. La prima edizione la vinse Rani, un 35 piedi al comando del celebre ufficiale della marina britannica John Illingworth (pochi anni dopo sarebbe arrivato anche a prendersi la prima Giraglia). Anche la storia di questa regata l’hanno scritta le centinaia di barche che vi hanno partecipato con alcuni passaggi memorabili (e forse impensabili alle nostre latitudini) come la folla all’arrivo a Hobart, la prima barca a terminare la regata viene sempre accolta con grande entusiasmo e da centinaia di imbarcazioni. Tra i più famosi vincitori internazionali vale la pena citare Larry Ellison con Sayonara nel 1995 e nel 1998, la leggenda francese Eric Tabarly con Pen Duick II nel 1967 e l’imprenditore tedesco Hasso Plattner con Morning Glory nel 1996. Se la line honour rappresenta un motivo di prestigio per i più grandi, per la maggior parte degli equipaggi, gli obiettivi principali restano la vittoria overall con applicazione dell’handicap e l’agognata Tattersall’s Cup.

Non scherziamo quando diciamo che il Mediterraneo può diventare il mare più impegnativo per i velisti. Nella foto sopra, passaggio complicato per il Maxi 100 Leopard di Pascal Oddo (che, tra l’altro, tagliò per primo il traguardo nell’edizione 2009 della Middle Sea) in prossimità dell’isola di Favignana, nella ventosissima edizione del 2017.

MIDDLE SEA RACE, UNA REGATA UNICA

Sempre nel grande slam delle regate d’altura sopra le 600 miglia, la Rolex Middle Sea Race è, a detta di moltissimi navigatori, una regata strepitosa per tutta quella serie di caratteristiche tecniche che la rendono unica al mondo. Il percorso è il periplo della Sicilia e delle sue isole in senso anti orario con le isole minori da lasciare alla propria sinistra. Si parte da Malta e si ritorna a Malta… In mezzo un po’ di tutto: dalle correnti dello Stretto di Messina, il passaggio radente al vulcano attivo di Stromboli, la navigazione verso le Egadi e l’insidioso passaggio del Canale di Sicilia, mai avaro di vento e di onde frangenti.

La regata non deve i suoi natali a qualche pinta di birra, bensì alla solita sfida tra velisti inglesi – ma residenti a Malta – che nel 1968 disegnano il percorso della regata e ne collocano le date di partenza in un periodo sicuramente ventoso. Da lì la sua storia è tutta in discesa, salvo una pausa tecnica tra il 1983 e il 1996 e l’arrivo di Rolex nel 2002. La Middle entra a pieno titolo nel mirino dei grandi predatori di trofei oceanici – e non – come il Maxi Rambler di George David che nel 2007, complice un quadro meteo funesto per i più, brucia il record precedente di 64 ore e abbassa l’asticella su un tempo reale pressoché inarrivabile: 47 ore, 55 minuti e 3 secondi… Non male per una rotta di 606 miglia teoriche… Salvo cause a oggi imprevedibili, l’appuntamento per il 2020 è per il 17 ottobre.

Luigi Magliari Galante

(foto di Carlo Borlenghi, Abner Kingman, Mikel Pasabant, Kurt Arrigo)


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