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Specie invasive nel Mediterraneo? Colpa (anche) delle barche a vela

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Un monumentale studio realizzato dall’Università di Pavia sul biofouling
(le incrostazioni di origine organica su carene e parti immerse in acqua) non lascia spazio a dubbi. L’invasione di specie marine esotiche, che mettono in pericolo l’ecosistema del mar Mediterraneo, è anche colpa di yacht e barche a vela.

COME AVVIENE L’INVASIONE
Cosa succede? Tutto parte dalla navigazione commerciale: le grandi navi arrivano nel Mare Nostrum, nei porti internazionali, con il loro carico di alghe e animali provenienti da oceani lontani, immessi nei nostri mari e nei porti dalle acque di zavorra delle navi, dagli acquari privati o dagli impianti di acquacoltura che importano molluschi asiatici destinati all’allevamento e al consumo.

Nei suddetti porti, tali organismi “alieni” incrostano le chiglie delle barche a vela e degli yacht da diporto: questi si spostano da una marina all’altro consentendo agli “intrusi”, peraltro molto resistenti, di compiere lunghi tragitti e a insediarsi in ambienti nuovi (andando spesso a sostituirsi alle specie locali). Ecco quindi che i porti turistici più frequentati diventano dei veri e propri “crogioli” di specie invasive, che il traffico da diporto contribuisce a diffondere da un sito all’altro.

E non solo: secondo lo studio, alcune marine turistiche abbondano più del previsto di specie aliene (provenienti da Nord America, Giappone, Galapagos…), spesso diverse da quelle presenti nei porti, e in numero comparabile a quello dei grandi porti. Questo significa che le barche a vela e gli yacht provenienti da fuori il Mediterraneo, che d’estate affollano le nostre coste, sono a loro volta vettori di introduzione e dispersione di specie aliene marine.

Lo studio è stato realizzato di un team di ricercatrici dell’Università di Pavia, membri della Società Italiana di Biologia Marina: nel 2017, la squadra ha analizzato gli organismi che incrostano le banchine portuali di cinque grossi porti lungo la costa ligure, toscana e sarda (Genova, La Spezia, Livorno, Olbia, Porto Torres) e cinque marina vicini a ciascuno di essi (Santa Margherita Ligure, Lerici, Viareggio, Porto Rotondo e Castelsardo).

C’è poi un altro studio pubblicato sul Journal of Applied Ecology, dove sono stati analizzate le chiglie di 600 imbarcazioni da diporto in vari porti nel Mediterraneo, alla ricerca di specie marine di origine aliena. Il 70% delle chiglie presentava almeno una specie aliena!

COSA POSSIAMO FARE
Che cosa possiamo fare, nello specifico? Innanzitutto cercare di utilizzare vernici antivegetative di qualità (evitando di andare al risparmio con prodotti “pistola”) e, quando possibile, scendere in acqua, al largo (visto che spesso tali specie non sopravvivono, libere, in mare aperto), a pulire la carena.

Pensate che in alcuni paesi è vitato entrare in un porto con lo scafo incrostato di organismi (accade in Australia e Nuova Zelanda), mentre in Europa non esiste, per ora, una simile legislazione.

QUI il primo studio citato

QUI il secondo studio citato

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2 Comments

  1. lucia della corte ha detto:

    ma si è anche abbassato il potere biocida delle antivegetative

  2. Marco ha detto:

    Interessantissimo articolo! Ho avuto modo di constatare con i miei occhi i fenomeni della cosiddetta contaminazione aliena durante un viaggio in Nevada, quando ho visitato il lago Mead, il più grande lago artificiale degli Stati Uniti. Nel 2016 il livello di contaminazione era tale che molte barche venivano posizionate all’ormeggio su dei sistemi galleggianti che letteralmente fanno emergere completamente la barca ed evitano il contatto con l’acqua. Se non ricordo male un tipo di crostaceo proveniente dal nord africa il “Quagga” se non erro. Ho visto barche ridotte in condizioni allucinanti… Credo che prima o poi saremo costretti ad intraprendere un qualche tipo di azione per contrastare il fenomeno, i danni alle imbarcazioni possono essere estremamente elevati.

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