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TECNICA Terzaroli in regata, c’è chi dice no

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Nelle prima puntata vi abbiamo parlato di come avere un corretto approccio per cercare di fare una buona partenza. Nella seconda abbiamo toccato un tema cruciale, la comunicazione a bordo. Adesso, in questo terzo approfondimento dedicato alla tecnica di regata, forse penserete che sarà finalmente arrivato il momento di affrontare la tattica di bolina. E invece no. Prima di risalire verso la boa al vento dobbiamo affrontare un altro problema che definirei di “impostazione”: il tema della mano/i di terzaroli in regata. C’è chi ne è contrario per linea di principio, c’è chi invece, richiamando improbabili raccomandazioni di buon senso, ha fatto dei terzaroli i suoi migliori amici. La verità, come sempre, probabilmente non sta ne da una parte ne dall’altra parte. Ma allora quando è giusto, in regata, dare una o più mani di terzaroli e quando invece non lo è? Andiamo con ordine.

LA PREMESSA

Partiamo da una premessa: quando una vela naviga terzarolata viene sottoposta a delle forze e dei carichi che la pongono sotto uno stress importante. Sarà infatti solo una porzione della sua superficie a lavorare e a farsi carico di tutta l’intensità del vento e della propulsione della barca. Ciò farà si che, una volta che isseremo nuovamente la randa intera, probabilmente noteremo, con uno sguardo attento, una differenza tra la porzione di vela che ha navigato terzarolata e quella che invece era a riposo.

TIPI DI REGATA E TIPI DI RANDA

Per capire e risolvere questo problema dobbiamo parlare allora dei tipi di randa, delle tipologie di regate e dell’attrezzatura della barca. La prima grande discriminante è la differenza tra regate sulle boe e regate offshore. Partiamo da queste ultime. Nel caso di una regata offshore l’utilizzo della mano/i di terzaroli è doveroso se le condizioni meteo lo impongono, con intensità del vento superiore ai 25 nodi, sotto questa intensità il cambio progressivo delle vele di prua ci consentirà di navigare in controllo con la randa piena. Attenzione però, ciò presuppone che la randa che abbiamo a disposizione sia stata pensata per l’offshore e quindi sia in grado di navigare per lunghe ore terzarolata, il che significa essere sottoposta come dicevamo a delle trazioni e a dei carichi  decisamente differenti rispetto a quando, anche con vento forte, la vela lavora su tutta la sua superficie. Terzarolata la vela avrà un tipo di lavoro meno naturale con dei carichi molto concentrati in delle zone precise, gli attacchi dei terzaroli in inferitura e balumina, che normalmente non sono così sollecitate. Se la vela non è progettata per avere del supplemento di materiale in queste zone il risultato sarà quello di perdere in maniera quasi irreparabile la forma originaria. La necessità di navigare terzarolati in una regata offshore deriva anche dal fatto che possiamo trovarci ad affrontare bordi lunghi anche centinaia di miglia, con l’equipaggio che non potrà restare in falchetta perfettamente in assetto per giorni. Depotenziare la randa significa quindi anche sopperire alla mancanza di peso in falchetta e fare navigare la barca meglio. Inoltre anche una randa pensata per regatare in altura se lasciata a sbattere per lunghissime ore alla fine accuserebbe il colpo, meglio terzarolarla e non farla sbattere lascata. In definitiva quindi la mano in altura deve essere sempre pronta, ma meglio darla su una randa adatta se non vogliamo “buttare” la nostra vela una volta passato il colpo di vento. Normalmente una buona vela da offshore sarà dotata di 2 o 3 mani di terzaroli.

TERZAROLI TRA LE BOE? MA ANCHE NO

Il discorso cambia, e in maniera quasi radicale, se parliamo di regate sulle boe. Qui, se siamo su una barca attrezzata per regatare a un buon livello, avremo in dotazione una randa dove non sarà presente nessun rinforzo in eccesso ma solo quelli essenziali. Normalmente sulle rande pensate per le regate inshore è presente al massimo una mano di terzaroli o a volte nessuna. Prendere una mano su una randa simile significa rischiare di segnarne la forma irrimediabilmente ed è consigliabile farlo solo in caso di reale emergenza. Anche perché a volte nella concitazione si presta poca attenzione al come prendere una mano di terzaroli, cazzando magari la mano con la drizza troppo in tensione e sottoponendo la vela a trazioni brutali.

Del resto in una prova tra le boe raramente ci troveremo ad affrontare più di 27-28 nodi, e se accadrà sarà solo per un tempo limitato. Avremo poi tutto il peso dell’equipaggio attivamente presente in falchetta che ci darà una mano decisiva a mantenere sempre la barca in un assetto accettabile, avremo già cambiato la vela di orua con una da vento forte, il resto del lavoro toccherà a un bravo randista lesto alla scotta. Ma c’è di più. Non rovinare la vela è l’unico motivo per cui non prendere la mano di terzaroli durante una regata tra le boe? No. Quando navigheremo in poppa sotto spinnaker infatti la randa sarà importante per proteggere lo spi. Con molto vento infatti non andremo a navigare con lo spi eccessivamente quadrato, ma lo porteremo un po’ più strallato e in protezione sotto la randa, per lasciargli prendere un po’ meno d’aria ed evitare che la vela ci trascini in strapoggia per un eccessiva esposizione sopravvento. Avere la randa piena ci aiuterà decisamente in questo lavoro, per non parlare del fatto che la superficie maggiore ci consentirà di tenere la barca più veloce, quindi con un vento apparente basso e con meno carico sulle manovre e sull’albero. La regola è semplice: in poppa più sei veloce più l’apparente sulle vele diminuisce. Se ci sono 25 nodi di reale e noi navighiamo a 9-10 l’apparente sulle vele sarà più o meno di 15 nodi, essere veloci serve quindi anche a preservare l’attrezzatura della barca. Navigare con poca tela, rollando e subendo le onde, è un buon modo per procurarsi una qualche rottura. In definitiva in una regata tra le boe vale la pena resistere, mettere a prua una vela da vento, cercando di concentrarsi su una buona conduzione della barca. Il che prevede anche di utilizzare al meglio le manovre e le regolazioni: drizza, cunningham, vang, paterazzo, tutto verrà sottoposto a delle tensioni importanti perché l’obiettivo sarà smagrire il più possibile le vele.

SE LA BARCA HA LE DRIZZE IN STILE CHEWING GUM

E qui arriviamo a toccare anche la tipologia della barca e della sua attrezzatura. Il discorso che abbiamo appena affrontato sottointende che ci troviamo a bordo di una barca con una buona qualità delle drizze, rigorosamente in dyneema, e delle manovre. Se invece siamo a bordo di una barca vetusta, con drizze molli e molto sfruttate, difficilmente riusciremo a restare in piedi con tutta la randa sopra i 20-25 nodi di vento. Sarà impossibile smagrirla a dovere perché le drizze cederanno irrimediabilmente, avremo una vela e una barca fuori assetto e un equipaggio in tensione. In quel caso forse, più che prendere una mano di terzaroli, si può valutare con obiettività la possibilità di non prendere parte alla regata per evitare probabili danni all’attrezzatura e alle vele e riservare la partecipazione alle giornate in cui le condizioni sono più consone al nostro mezzo.

IL PIANO VELICO

Un’ultima precisazione va fatta sul tipo di piano velico. Per i piani in stile IOR anni ’80 le rande spesso sono così piccole da rappresentare realmente l’ultimo dei problemi con vento forte. La prima cosa da fare sarà infatti ridurre in maniera drastica la sovrapposizione della vela di prua passando velocemente a fiocchi piccoli che ci consentano di portare la randa scarrellata senza un eccessivo rifiuto sulla stessa dato dal fiocco. Un fiocco piccolo con vento forte ci consente poi un migliore angolo di bolina, anche se, in caso di onda, rinunceremo a qualche cavallo in più che potrebbe essere utile nella risalita verso le creste. Difficile trovare quindi in tutte le condizioni un equilibrio perfetto, starà anche alla sensibilità dell’equipaggio capire cosa è meglio per la propria barca.

Mauro Giuffrè

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