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Chi va a vela vive meglio. Lo psicologo spiega perché

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Foto di Gregorio Ferrari – Giornale della Vela

Titolo banale? Forse, ma è vero e scientificamente dimostrato. La vela fa bene non solo dal punto di vista fisico, ma, soprattutto, dal lato psicologico. Chiunque si sia fatto un giro per i social, in questo periodo di “quarantena casalinga forzata” del coronavirus, lo ha potuto intuire. Centinaia i post di armatori lontani dalla loro barca e presi dallo sconforto per non poterla raggiungere, anche solo per assicurare gli ormeggi o per piccoli lavori a bordo. La barca, per gli appassionati, costituisce la “comfort zone” ed è fonte di benessere.

Elisa Deponte

Per capire come la vela aiuti ad aumentare l’autostima verso sé stessi e la capacità di risolvere problemi nella vita di tutti i giorni, ci siamo fatti aiutare da Elisa Deponte, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta Psicoanalitica, Membro dello staff del Dipartimento di Welfare presso Università Medicina Integrata Economia UniMeier e dell’Associazione Internazionale di Psicologia Clinica e Psicoanalisi dello Sport. Da anni conduce attività di ricerca e attuazione di progetti di Welfare con strumenti psicoanalitici in ambito sportivo e velico.

La dottoressa (velista e istruttrice) Deponte ha un curriculum ricchissimo di pubblicazioni scientifiche e libri: il suo ultimo lavoro è ‘Tracciare la rotta. Strumenti di auto-potenziamento’ (lo trovate QUI).

LA CAPACITA’ DI COPING

“I dati delle ricerche e dei progetti che abbiamo avviato con soggetti ‘sani’ parlano chiaro”, esordisce Elisa. “L’esperienza della vela li ha aiutati nel superamento di difficoltà psicologiche derivanti dalla vita di tutti i giorni”. La barca a vela è veramente una ‘scuola di vita’, un laboratorio dove mettersi alla prova: “Il primo risultato positivo che abbiamo riscontrato è stato l’aumento della capacità di coping, in parole povere la facoltà di gestire situazioni complesse e conflitti sapendo, talvolta, fare i conti con la frustrazione”.

LA VELA SVILUPPA L’ATTENZIONE SELETTIVA E FOCALE

Ma questo perché accade? “Innanzitutto c’è una ragione neuropsicologica. Navigare su una barca ti obbliga a sviluppare le tue capacità attentive. In primis dal punto di vista della selezione dell’attenzione. A bordo ci sono tante cose a cui pensare: regolare le vele, timonare, gestire l’equipaggio. Ognuna di queste azioni merita uno spicchio di attenzione, stimolando il nostro cervello a ragionare su più fronti. Poi c’è l’attenzione focale: ovvero la capacità di mettere tutto in secondo piano per concentrare la mente su un unico stimolo.

È il caso, ad esempio, di un’emergenza a bordo o di una manovra improvvisa e non prevista: in questo la vela è maestra. È un continuo problem solving che ci fa uscire dal guscio e che ci dà la possibilità di utilizzare la nostra aggressività per azioni esplosive e decisioni ‘al secondo’. Una buona attenzione selettiva e focale si traduce in una migliore capacità decisionale, in barca e nella vita”.

STABILIRE IL “LOCUS OF CONTROL”

Il fatto che la barca a vela ci ponga davanti a una continua risoluzione di piccoli problemi apre un altro tema molto interessante, quello della definizione del nostro ‘locus of control’. In psicologia questo indica la modalità con cui un individuo ritiene che gli eventi della sua vita siano prodotti da suoi comportamenti o azioni, oppure da cause esterne indipendenti dalla sua volontà.

In barca ci si possono inventare poche scuse. Ogni azione, a bordo, determina effetti immediati: in caso di fallimento, che può essere ad esempio una manovra errata o una drizza lascata al momento sbagliato, il velista ‘impara la lezione’ ed è portato a domandarsi dove abbia sbagliato e come possa fare di diverso per migliorare. Questa capacità di capire cosa sia determinato dalla propria responsabilità e cosa, invece, sia prodotto da eventi esterni è utilissima anche nel lavoro e nella vita di tutti i giorni”. Non deve stupire infatti il largo ricorso che fanno le aziende alla barca a vela per eventi di team building.

L’AUTO-EFFICACIA PERCEPITA

Parlavamo della vela come ‘farmaco miracoloso’ per aumentare la capacità di coping: questo porta con sé un altro fattore positivo, che è l’aumento dell’auto-efficacia percepita. “Aver saputo gestire delle situazioni difficili, come emergenze e problematiche in barca, porta ad avere molta più autostima di sé e dirsi ‘anche questa volta ce la posso fare’, aumentando la determinazione e le possibilità effettive di successo. La barca dà l’opportunità di affrontare condizioni inusuali in modo tutto sommato ‘controllato’ e di uscirne contando su sé stessi o sulla collaborazione tra membri dell’equipaggio. Non sconfigge la paura, ma aiuta a gestirla”. D’altronde, lo ripetono tutti i navigatori oceanici: per fortuna che esiste la paura, è quella che non ti fa fare fesserie.

LO SVILUPPO DEL SE’ CORPOREO

Si sperimenta con successo la ‘velaterapia’ anche con pazienti affetti da disturbi mentali e psicosomatici: “Andando in barca, si può sviluppare il proprio sé corporeo, ovvero consolidare la propria identità attraverso il movimento. La vela è fisica, nel contesto ‘barca’ il velista può utilizzare il proprio corpo per il raggiungimento della performance richiesta senza troppe inibizioni e migliorarsi. Pensate ai movimenti dei prodieri”.

IL POTERE TERAPEUTICO DELLA ROUTINE

Last but not least, e qui ci ricolleghiamo al discorso iniziale sui lavori di bordo, la barca a vela è routine: “Prendersi cura della propria barca costantemente diventa un’abitudine. E le abitudini ci trasmettono sicurezza e stabilità, sono un faro tra l’incertezza e le difficoltà di tutti i giorni. Quando l’armatore si dedica alla sua barca, con i lavori di manutenzione ordinaria (come possono essere la pulizia della coperta o delle vele), lo fa stare bene perché si sta occupando di una cosa che ha deciso di inserire nella sua sfera intima. Prendendosi cura della barca, si prende cura di sé stesso”.

Eugenio Ruocco

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