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La bella storia dello Smeralda 888 e tutti i segreti del suo successo

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Foto YCM/Carlo Borlenghi

La classe Smeralda 888 festeggia nel 2020 i 25 anni di attività. Un traguardo che pochi monotipo possono vantare. Cinque lustri di regate per questo progetto di 8,88 m che German Frers disegnò nel 1992, riprendendo per molti versi elementi tipici di uno (anzi di cinque) dei suoi capolavori progettuali, Il Moro di Venezia, che in quell’inizio di decennio stava facendo volare un equipaggio italiano a sfiorare la Coppa America (primo equipaggio non anglosassone della storia a vincere una regata di America’s Cup) e teneva milioni di appassionati incollati davanti allo schermo televisivo. Ma questa, come direbbe Carlo Lucarelli, è un’altra storia.

La storia dello Smeraldino, come è chiamato affettuosamente da chi bazzica per regate, è comunque interessante perché è la dimostrazione di come una barca da regata può superare le barriere del tempo e dello spazio garantendosi una lunga esistenza. L’importante è che sia sostenuta da un buon campionato, una buona organizzazione a terra, e da armatori appassionati.

Foto YCM/Carlo Borlenghi

Il monotipo nasce come barca sociale dello Yacht Club Costa Smeralda, da cui il nome, e 888 sono, come è facile immaginare, i centimetri di lunghezza fuoritutto. Un po’ per contesto natale, un po’ per tipologia è scelta da armatori ben conosciuti nel campo della vela agonistica di alto livello. Nel 1992 partecipa alla Sardinia Cup come barca piccola del team: Carpaneda, Donà Dalle Rose, Motta, Illbruck e Fiorio gli armatori. La classe è fondata nel 1995 e cresce bene sin dall’inizio: sono una quindicina gli equipaggi di cinque persone a sfidarsi nelle regate organizzate a Porto Cervo. E il numero di barche attive non è mutato nel tempo. Anche perché Galetti, il cantiere costruttore, ne sfornò soltanto 16.

Foto YCM/Carlo Borlenghi

Oggi la casa dello Smeralda 888 è a Monte Carlo, dove è diventato una delle icone dello Yacht Club de Monaco che dall’inizio degli Anni 2000 ha ridato impulso e vigore alla classe. Con in mare sempre almeno una dozzina di imbarcazioni, la stagione si inaugura nelle acque del Principato con la Primo Cup e sempre qui si conclude con la tappa finale di ottobre, dopo aver regatato a Cannes, St. Tropez e a Porto Cervo in sette prove.

A garantire la presenza delle barche già ormeggiate alle banchine messe a disposizione dagli yacht club che organizzano le varie tappe ci pensa Monaco Plaisance che gestisce la logistica e la manutenzione delle barche, svincolando l’armatore da ogni pensiero prosaico e lasciandogli solo il piacere di timonare. Già perché questa classe nasce come owner driver e quindi nonostante non manchino i professionisti a bordo, a tenere la barra in mano sono sempre i proprietari. Circostanza che ai tempi della sua nascita era abbastanza insolita, si pensi, per esempio a chi andavano in mano gli stick di J24 e di Mumm 30 a quei tempi.

E oggi, perché funziona, quando sul mercato ci sono barche più… tutto? Più economiche, più costose, più grandi, più veloci, più frequentate… Lo abbiamo chiesto a chi può dare l’unica risposta sensata alla domanda: gli armatori che ci regatano.

«Innanzitutto perché è una barca molto competitiva, ha un buon piano di coperta, si manovra facilmente. In più è tecnica: si può regolare tutto il piano velico e quindi per sfruttarla a fondo serve molta esperienza». Inizia a parlare Francesco Vauban Miani, una rappresentante della terza generazione di regatanti. È il nipote di Adalberto Miani ancora armatore, dalla prima stagione, del Botta Dritta IV.

Nella foto si riconoscono: Nicolò Stimamiglio (terzo da sinistra), Andrea Statari (quarto da sinistra), Charles de Borbone (presidente di classe, quinto da sx), Francesco Vauban Miani (sesto da sx), Marco Stevenazzi (segretario di classe, settimo da sx), Claude Rodellato (Monaco Plaisance, ultimo a destra)

Si aggiunge Charles de Borbone, presidente di classe e armatore di Vamos Mi Amor, campione in carica: «Poi basta poca aria per cominciare a regatare e a divertirsi. È una vera monotipia ed è piacevolissima da timonare. In più la classe è un bel gruppo affiatato. Si può dire che il segreto è che siamo combattivi in acqua, ma a terra c’è solo divertimento. C’è una vita sociale molto attiva». Espande il concetto, anche visivamente, Nicolò Stimamiglio co-armatore di Black Star, nel suo completo da regata total black con stampato sulla schiena l’elmetto delle Stormtrooper, i terribili soldati bianchi imperiali del film Guerre Stellari. Tra parentesi, nel tempo ogni Smeralda ha acquisito un suo simbolo totemico che appare sugli spinnaker. E spesso, questo marchio di equipaggio, è anche il filo conduttore delle feste che ogni armatore organizza dopo ogni tappa.

Foto YCM/Stefano Gattini

«Ogni regata è un’occasione per ritrovarsi. Tutti veniamo agli appuntamenti con grande entusiasmo perché sappiamo che dopo delle vere regate, tirate, combattute c’è del piacevole tempo da passare insieme, una festa, un gioco», spiega il timoniere. «C’è l’impegno degli armatori di creare ad ogni appuntamento, che sia Monaco, St. Tropez, Porto Cervo c’è una festa durante il weekend e questo è molto piacevole, talvolta è una festa a tema… insomma ci divertiamo», illustra il principe de Borbone.

«Ma anche nelle feste c’è una punta di simpatica competitività», dice Andrea Statari, armatore dell’azzurro Gorilla Gang, uno dei più recenti acquisti della classe. Per proteggersi dalla fresca aria di febbraio ha ben calzato in testa il berretto dell’equipaggio su cui è impressa la faccia di gorilla decisamente aggressivo, ma con splendenti occhiali da sole (anche loro azzurri), lo stesso scimmione che urla dallo spinnaker e aggiunge: «Durante la cena di ieri sera, per esempio, ospiti di Timofey Sukhotin, l’armatore di Beda, c’è stata una delle nostre… regate all’asciutto. Ogni team poteva proporre una clip video: di presentazione, di ricordo della stagione passata, sui membri dell’equipaggio… insomma qualcosa che rappresentasse la barca e chi ci regata. Dopo aver proiettato i differenti video, tutti molto divertenti e con molta voglia di prendersi in giro, sono stati scelti i due migliori con i voti espressi dal comitato di regata (il premio della giuria) e dagli equipaggi (premio del pubblico). E c’è stata anche la premiazione finale. Perché anche in questi momenti ci piace stuzzicarci, tirare fuori l’idea più strana, inaspettata…».

Foto YCM/Carlo Borlenghi

Insomma approccio professionale, ma scanzonato sia in mare sia in terra. E a proposito di terra, quando si chiede quanto conti avere una classe che si fa carico di tutti gli aspetti logistici risponde un coro unanime: «È essenziale!». Claude Rodellato, della Monaco Plaisance, regatante di lunga fama, gestisce non solo gli aspetti legati al far trovare le barche in un dato punto e a riportarle alla base, ma anche l’attrezzatura di ogni Smeralda: le scotte di tutte le barche, per esempio, sono identiche. «La forza di una classe si sente anche nella sua presenza costante», dichiara Marco Stevenazzi, segretario di classe e regatante.

«Il nostro presidente è presente con ogni tempo a tutti gli appuntamenti. Abbiamo avuto la possibilità di regatare in posti magnifici. Prima della finale di Coppa America a Valencia abbiamo organizzato là una tappa con 15 barche in acqua, eravamo solamente due classi oltre gli IACC a regatare in quelle acque in quei giorni. Poi Calvi, Elba, Sicilia… sempre luoghi di grande fascino…» Una classe presente e intelligentemente mobile.

Ma comunque al di là di tutti i vantaggi pratici a tenere salda la classe è lo spirito degli armatori e degli equipaggi. «Non siamo tanti, ci conosciamo tutti e ci piace stare insieme», dice il presidente di classe che continua indicando i numerosi J 70 ormeggiati alle banchine dello Yacht Club de Monanco per la Primo Cup: «Il loro bello è che sono, qui, in 65, ma non so, poi, una volta a terra in quanti si frequentino. Per noi è diverso, è la stessa famiglia che gira da un posto all’altro e questo davvero affascina e fa resistere la classe».

Foto YCM/Stefano Gattini

Il giovane Miani si accoda: «un bel mix tra sportività e sociale, luoghi e organizzazione. Io sono nato lo stesso anno della classe e son cresciuto su questa barca. Un giorno mio nonno Adalberto mi ha detto: ‘vieni con me ti porto a regatare…’ Avevo 10 anni e venimmo alla Primo Cup. Ecco non me lo scorderò mai, il mio amore per la vela è cominciato proprio con lo Smeralda 888». Terza generazione da una parte, nuovi armatori dall’altra in genere in queste condizioni si arriva allo scisma con gli arrivi recenti che vogliono modernizzare le cose. Qui, invece non c’è rischio, non ci sono gattopardi che tengano: cambiare nulla perché nulla cambi. «I nuovi membri della classe devono essere approvati dagli altri iscritti, ma la regola di base è una sola: siccome le cose hanno funzionato ottimamente finora, non c’è nessun motivi di cambiare le carte» afferma Charles de Borbone, mentre gli altri armatori, dalla terza alla prima generazione, annuiscono soddisfatti.

Ma quanto può durare ancora questa Smeraldam888? Beh, realmente per quanto ne avranno voglia gli armatori. Piacere piace ancora: «è una linea atemporale», «è un’icona», «è come la Ferrari», «è una vecchia signora», «German Frers ha dato la pennellata perfetta», sono i commenti armatoriali che si susseguono. «Lo spirito agonistico rimane alto in mare e a terra», aggiunge Stimamilglio e, a riassumere il tutto alla sua più essenziale realtà ci pensa Statari: «le barche sono davvero tutte identiche, a bordo non ci sono strumenti, non c’è motore, non c’è nulla, è solo barca a vela, come una volta. Perché dovrebbe stufare una barca che è nata perfetta per quello che doveva fare?».

Giacomo Giulietti

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