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Processo all’Optimist: è ancora la barca giusta per i più piccoli?

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2019 Optimist World Championship, Antigua.

Criticato, bistrattato, accusato di essere vecchio, eppure una nuova stagione di vela giovanile è appena iniziata e in Italia, come in buona parte d’Europa (differente il discorso nell’emisfero sud), l’Optimist è ancora la barca più numerosa nell’attività velica destinata ai bambini. Disegnato nel 1947 dall’americano Clark Mills, lungo appena 2,35 metri, sbarca in Europa a metà anni ’50 e oggi conta oltre 300.000 nuovi giovani velisti ogni anno, numeri impressionanti che da soli basterebbero a cancellare ogni critica. La sua fortuna è dovuta ad alcuni fattori: al netto di un’estetica “antimarina” e di alcuni obiettivi limiti tecnici che andremo ad analizzare, i punti forti dell’Optimist sono la costruzione semplice, il prezzo contenuto, la leggerezza, il rig essenziale, un piano velico intuitivo da regolare, e una generale facilità di conduzione. Attenzione però, come vedremo la facilità di conduzione non implica che sia semplice diventare bravi e vincenti sull’Optimist, anzi.

COSTRUZIONE

L’Optimist è una barca One Design dal 1996 ma prodotta da numerosi cantieri con un prezzo medio che parte da 2.900 euro. Ciò significa che le barche devono essere tutte uguali e i margini di tolleranza sono minimi per essere classificata come barca monotipo. Ogni scafo per partecipare a manifestazioni ufficiali, riconosciute dalle federazioni nazionali e internazionali, deve quindi superare la prova della stazza per essere certi che rispetti i canoni e le regole della classe. La costruzione, in vetroresina, si articola sostanzialmente su tre elementi: lo scafo, il bordo e la panchetta che fa da sostegno all’albero, la paratia centrale con la cassa di deriva. Una costruzione essenziale, per un peso finale di 35 kg che consente anche a un bambino di trasportarla a terra su un carrellino, o di prenderla a braccio insieme a uno o due compagni di squadra per spingerla in acqua.

Di poppa l’Optimist va condotto in modalità “strapoggiata”, ovvero andando a cercare il massimo angolo di discesa sbandando la barca decisamente sopravvento.

ALBERO E PIANO VELICO

L’albero è un “palo” che non consente alcuna preflessione, anche perché non c’è nessuna attrezzatura a bordo che possa fletterlo. Tramite la regolazione del piede si può gestire il rake, ovvero l’inclinazione diagonale verso poppa, per rendere la barca più o meno orziera a seconda del peso del velista e delle condizioni meteo. La vela, dalla particolare forma quadrata, è regolata dalla scotta, da un tesa base, dal vang e dal picco e collegata all’albero attraverso una serie di stroppetti non essendo prevista una canaletta. La regolazione del picco è una delle più importanti: è decisiva nel controllo del grasso sulla vela, ma risulta facilmente visibile agli occhi del velista. Una piega diagonale attraverserà la vela avvisando il giovane optimista che il suo picco non è cazzato a dovere.

CONDUZIONE

La fase finale
di una virata con rollio, una tecnica fondamentale da usare in regata, decisiva anche su molte derive olimpiche.

L’Optimist è una barca facile e maneggevole, consente in pochi giorni a qualsiasi bambino di manovrare. Questo non significa che sia però una barca facile da portare al 100%. La sua semplicità la rende perfetta per la scuola vela. Basta pensare che uno dei metodi classici del primo giorno di scuola prevede di mettere a bordo il bambino senza vela, e farlo muovere solo con lo spostamento del peso e le correzioni di timone, prendendo così rapidamente confidenza con le reazioni della barca che anche in questo caso saranno decisamente intuitive.

Se in poppa con vento forte il peso del velista non è in posizione molto arretrata si rischia quanto si vede in foto: la prua affonda e la scuffia è quasi certa e disastrosa.

Dal punto di vista della scuola vela nessun bambino, anche quelli fisicamente più minuti, è inadatto a questa barca. Per chi decide invece di proseguire su un percorso agonistico il punto di vista cambia. La forma dello scafo, con la particolare prua quadrata, obbliga i più tecnici a un lavoro continuo di spostamento del peso in base al vento e alle condizioni dell’onda. La giusta attenzione a questo dettaglio cruciale causa delle differenze di velocità macroscopiche, ed è così che si scava il solco tra chi entra in sintonia con la barca e chi invece rimane al livello della scuola vela.

IL DIBATTITO

In tema di Optimist ormai da anni si sono create almeno due fazioni: chi lo odia visceralmente e chi lo difende per principio, due posizioni inconciliabili e entrambe parziali. Partiamo dai suoi indubbi limiti tecnici: il design dello scafo è ormai fuori dal tempo e, con una vela sempre più proiettata verso il futuro, appare quasi anacronistico che i ragazzi che si affacciano a questo sport debbano iniziare da una barca ormai trapassata sotto l’aspetto progettuale. Ma è anche vero il contrario: più la vela è semplice e su mezzi essenziali, più questa può essere inclusiva e meno classista e in un certo senso l’Optimist è una bandiera di questo concetto. Il suo enorme limite tecnico è quello di non essere una barca auto svuotante e di costringere gli atleti a un faticosissimo lavoro di “sassola” dopo ogni scuffia, restando nel frattempo in balia delle onde e del vento con la barca quasi incapace di manovrare per la troppa acqua imbarcata. Anche in questo caso però c’è un altro punto di vista: questa difficoltà abitua l’allievo alla fatica e a combattere in acqua, un bagaglio d’esperienza che gli servirà non poco se passerà a una classe superiore dove l’intensità fisica crescerà in maniera esponenziale. Il passaggio di classe è un altro tema caldo usato dei detrattori, che sostengono: l’Optimist essendo una barca lenta e vecchia non è propedeutica per nessuna classe, anzi finisce per danneggiare gli atleti che passano a una barca più grande perché devono ricominciare tutto dall’inizio. Si tratta di una tesi lacunosa e incompleta. Alcuni movimenti che si sviluppano in Optimist sono decisamente utili, pur in scala e con tecniche differenti, a quelli che si impareranno su alcuni singoli come per esempio il Laser o il Finn. Semmai il problema è diverso, la leggerezza e il ridotto piano velico dell’Optimist fanno si che il velista arrivi fisicamente impreparato al passaggio su un 420 o un Laser, barche che in confronto sembreranno una Lamborghini impazzita. Ma attenzione: l’Optimist non è una barca che nasce solo per la competizione, anzi il suo principale obiettivo è quello di essere usato come barca scuola anche dai piccolissimi. A 14,15 o 16 anni, quando il velista deciderà di cambiare barca, è ancora in un’età dove la capacità di apprnedimento e di evoluzione tecnica sono intatte e, con la giusta volontà e motivazione, non sarà difficile “rinascere” su una nuova barca. In definitiva, al netto di numerosi e obiettivi limiti tecnici, bisognerebbe considerare l’Optimist per quello che è: una barca scuola prima di tutto, sulla quale anche i bambini di 8 anni possono divertirsi senza lo stress della regata. La si può usare divertendosi anche per regatare, ma senza addossare per forza a questa piccola barca tutti i mali del mondo della vela.

Mauro Giuffrè

NELLA PROSSIMA PUNTATA DEL PROCESSO ALL’OPTIMIST ANDREMO A VEDERE TUTTE LE DERIVE CONCORRENTI SUL MERCATO

6 Comments

  1. Marco Bracchi ha detto:

    Ho letto e riletto l’articolo e permettetemi di commentare in qualità di tecnico optimist.
    In primis, per chi mastica le scuole vela e la vela giovanile, l’articolo non aggiunge niente di nuovo… ciclicamente si parla di alternative all’optimist. Sono infatti curioso di leggere gli articoli successivi che parleranno di “derive concorrenti” 🤔

    Comunque non mi piace sia per vari aspetti tecnici totalmente imprecisi, sia per questa ricerca spasmodica delle fazioni pro-contro..
    Alcune osservazioni:

    1. È una barca che non ha eguali in termini di peso, quindi è adatta ai più piccoli. 45kg il bic!! Tanto direi, quando un bambino della scuola vela si accorge della differenza tra un optimist in stazza e uno riparato dove magari c’è mezzo chilo in più di materiale
    2. La forma “antiestetica” è invece la sua forza: la grande stabilità di forma permette ai piccoli di sentirsi al sicuro, lo spigolo permette di giocare al top con i centri di pressione e la velocità della barca. Non perdona gli errori ma è molto intuitivo
    3. L’armo è più complesso di tanti altri, in primis il laser, dove non regoli la posizione dell’albero e la forma della vela se non con vang base e cunningham…(noi in più abbiamo picco e stroppini , e dato che la vela è piccola 1/2cm fa una differenza pazzesca) al limite è TROPPO complesso per la maggior parte degli istruttori di vela, che quindi per la scuola preferiscono la vita facile con barche più semplici.
    4. Il fatto che non sia autosvuotante la rende così leggera ma anche sicura (se scuffio con tanto vento la barca sta lì) e soprattutto insegna che scuffiare è un grave errore, oltre che un gioco 🤭
    5 sui passaggi ad altre classi… essere preparati fisicamente non è un problema della barca, ma della tradizione che in questo sport si tende a formare molto dal punto di vista tecnico tralasciando l’aspetto atletico… ma ci si sta arrivando. Riguardo al ricominciare da capo.. beh non lo commento neanche, cambiare barca ha senso se impari qualcosa di nuovo e arricchisci la tua esperienza, è per questo che tra il passaggio in laser (barca più semplice) e il passaggio ad un doppio (essere in due, avere due tre vele…) non c’è paragone: meglio cercare stimoli nuovi, a mio parere. Poi, certo, entrano in gioco una serie di altri fattori nella diatriba singolo-doppio, numero di atleti nelle varie classi, costi, ecc…

    Altro che barca trapassata, insomma! 300.000 nuovi optimisti ogni anno, l’avete scritto anche voi, basta questo dato a spazzare via le polemiche 😉

    In conclusione, giusto a rinforzo della tesi che l’articolo è pieno d’imprecisioni..nella quarta foto, che poi è la stessa della copertina, non c’è “un optimist di poppa che se non tieni la prua alta quella affonda”, quello è un optimist in virata, una super virata con onda 🌊😍

    Grazie dello spazio e buon lavoro al Giornale della Vela

  2. Andrea ha detto:

    Io mi preoccuperei delle classi che regatano in max 30 e non delle classi che hanno successo , OPTIMIST e LASER

  3. Nuvola ha detto:

    Provo a dire anche la mia, sapendo che mi attirerò critiche
    Il numero vastissimo di Optimist in acqua, personalmente lo vedo come un limite e non come un’opportunità
    In pratica il fatto di essere così tanti, secondo me, impedisce qualsiasi evoluzione significativa dell’imbarcazione, sia nello scafo che nell’armo.
    Pena la rivolta di chi ce l’ha già.
    Si rischierebbe una situazione simile al Laser … o ILCA Dinghy 😉
    E quindi, di conseguenza, si insegna ad andare in barca ai bambini su un’imbarcazione progettata nel 1947 e da allora praticamente inalterata.
    Ma voi insegnereste ad andare sugli sci ai vostri figli con sci in legno, attacchi in fil di ferro e scarponi in pelle del 1947 o con quelli sciancrati contemporanei con attacchi a sgancio progressivo?
    E per una garetta quale gli fareste mettere: quelli del 1947 lunghi duri e rompigambe o quelli moderni?
    O pensereste che essendo degli sci del 1947 diano più possibilità ai vostri figli di imparare meglio e godersi la neve di più di uno sci moderno?
    E perché l’andare in vela sarebbe diverso?
    In merito all’archeologia velica dell’Optimist, ho trovato interessante quello che scrive Marco Bracchi a proposito dell’armo: è talmente obsoleto che nemmeno gli istruttori di vela sanno più insegnarlo.
    Ad esempio se fate una ricerca con il citato “stroppo vela”, anzi “stroppino” vedrete che usciranno risultati solo attinenti all’Optimist …
    Alla fine mia figlia ha imparato su un O’pen Bic (e io su quell’altra tinozza che era il Flying Junior, abbandonata subito per il 4.70)
    L’ho ritenuto più vicino alla sua (spero) crescita velica e più decisamente più divertente in acqua.
    E poi – PER ME – l’Optimist è pure brutto (e su questo concorda pure mia figlia 🙂

    P.S. scuffiare è sempre un errore che fa perdere tantissime posizioni, dall’Optimist al 49er e si impara subito a capire quanto sia grave e da evitare.
    L’Optimist in questo non è diverso dalle altre classi, solo che forse scuffia di più ::-P

    • Marco Bracchi ha detto:

      Ciao Nuvola, un paio di riflessioni in più:
      -la vela è uno dei pochi sport in cui CONTINUANO a cambiare le cose (vedi la crisi a livello olimpico) non è che tutta st’evoluzione penalizza la base? Sempre a cambiare, sempre a moltiplicare le classi.. il calcio è il calcio da quando l’hanno inventato, per non parlare dell’atletica… credo sia grande responsabilità delle federazioni nazionali e internazionale (e interessi economici dei costruttori) se ciclicamente le classi vanno a morire.
      Sui materiali, abbi pazienza, sbagli. L’optimist è evoluto a livello internazionale tanto quanto gli sci.. o rimanendo nella vela, la star…
      Citi il 470, la deriva regina a mio parere.. non ci faresti andare i tuoi figli? Il progetto è dei ‘60..
      Sull’armo: non ho detto che è obsoleto, ho detto che è complesso, e un istruttore dovrebbe essere maggiormente preparato, o documentarsi, ma questa è un’altra parentesi enorme.. come dire che un prof di storia può limitarsi a insegnare dall’800 perché guardare più al passato non serve.

      Finisci citando l’open Bic, che scuffia Moooooolto più facilmente dell’optimist!! È una barca che non sta dritta da sola!! Tant’è che nelle regole di regata c’e il lato freestyle dove ogni tanto si DEVE scuffiare 🤔

      Il vero discorso da affrontare, al massimo, dovrebbe essere il dibattito tra barca dislocante, semi-planante (l’optimist), planante, volante (i foils…) perché è tutta vela, ma sono proprio sport diversi. E non è detto che più lento sia sinonimo di meno spettacolare, o meno tecnico, o meno formante… e forse a parlare dovrebbero essere i mostri sacri della vela internazionale, che si divertono nella star sailors league, con una barca progettata all’inizio del 1900…

      • Nuvola ha detto:

        Caro Marco,
        ti do assolutamente ragione su tanti punti, soprattutto perché è vero che l’Optimist non lo conosco affatto bene: a me sembra lo stesso da quando avevo 10 anni, e probabilmente non lo è.
        Ma predo il punto e farò qualche ricerca su internet e al Circolo per capire se si è evoluto o solo ripittato 🙂
        Il paragone con il 4,70 nel mio caso non è azzeccatissimo
        E’ vero, ho visto e vissuto sulla mia pelle e sulle mie mani, un pezzo dell’evoluzione del 4.70.
        Ma a un certo punto – brutta cosa l’adolescenza – anche il 4,70 è diventato “vecchio”, forse perché non ne potevo più di vedermi passare sopra dagli HC16.
        Passato all’FD (altro che 4,70: la più bella deriva mai creata, e il nostro era pure un Mader) ma più che un’uscita in barca, sembrava un esame di ingegneria aerodinamica ogni volta che si toccava qualsiasi punto dell’armo …
        Bava tanta, piacere 0, per non parlare delle maledette crocette.
        E stavolta erano gli HC18 che continuavano a passarci con nonchalance mentre noi regolavamo il cicciocoso di sotto di mezzo centimetro.
        E con mare più duro e vento teso, loro giocavano con le onde, noi entravamo in “modalità: sopravvivenza”.
        E allora multiscafo fu: uno spettacolare Hobie 18. E fu amore assoluto e totale!
        Una scoperta del piacere di volare sull’acqua, diventato immenso con il Tiger (che ora è un po’ vecchiotto, ma mi fa sempre tornare a riva con il sorriso stampato in faccia)
        Poche regolazioni per lasciare più spazio al piacere della navigazione, ma tutte efficaci e immediatamente sensibili. Mi ricordo che spesso con il prodiere ci trovavamo ad urlare per la gioia nei lasconi surfando le onde.
        Pessimi risultati in classifica, ma tanto divertimento.
        Tornando a noi, a mia figlia, al 4,70 e quello che dici sulle tipologie di barche a vela con cui divertirsi e fare anche regate
        Mia figlia è affascinata dai foil, se vede passare un Moth in acqua me lo indica sbracciandosi a rischio di scuffiare
        E la capisco totalmente. O forse l’ho influenzata.
        Dubito che uscirà su un 4,70. Non perché non sia sicuro o perché al Circolo non ce ne siano (credo, non ci ho mai fatto caso), ma perché è … vecchio! Lo è per me, per lei sarà un’oggetto del pleistocene.
        Io spero di averla presto al timone del nostro Tiger, e che poi scelga lei se passare al Laser o al 29er del Circolo o di chiedermi i dindi per comprale un kite, un Ufo o un F101, e poi magari vederla su un WASZP
        Ma soprattutto farò il possibile perché continui a divertirsi ad andare in acqua con qualcosa spinto dal vento e che le faccia venire voglia di uscirci ancora il w.e. dopo e dopo ancora. Anche con l’acqua gelata e le mani rosse dal freddo
        Magari insieme.
        Non importa se dislocante (ma spero di no), planante, volante, acquilonante o tutte le cose insieme
        Baste che anche lei urli di gioia mentre lo usa

        P.S. l’O’Pen Bic non è vero che scuffia facilmente … è agile 🙂
        P.P.S. non sono validi i confronti con sport senza attrezzi personali.
        Vela, sci, tennis, ciclismo, si. Magari anche il salto con l’asta
        Calcio, pallavolo, pallanuoto, scacchi, atletica, no dai. 😛

  4. Salvatore ha detto:

    È normale (o perlomeno assai frequente) che chi ha successo (in particolar modo quando questo ha risvolti economici non trascurabili) venga criticato e, nel caso dell’Optimist, venga accusato di essere “vecchio” ma poter annoverare (fra le proprie fila) 300.000 nuovi giovani velisti ogni anno non è certo facile e, come ha scritto Mauro Giuffrè, si tratta di “numeri impressionanti che, già da soli, basterebbero a cancellare ogni critica”. Dietro un successo del genere c’è senz’altro la forza della IODA (e, in Italia, dell’AICO) sia per la loro legittima attività di lobbying che per la capacità di operare sinergicamente con le diverse federazioni nazionali ma (piaccia o meno) è anche un fatto che, dal punto di vista tecnico-sportivo, l’Optimist sia la barca più piccola possibile in grado di accogliere un piccolo velista (e, all’occorrenza, anche un istruttore e/o un allievo più esperto) e di essere manovrata e gestita (con un minimo di autonomia e in estrema sicurezza) da un bambino di 6 anni.
    Disegnata (come è stato scritto) nel 1947 dall’americano Clark Mills, l’Optimist aveva la sua caratteristica forma “a spigolo” innanzitutto per poter essere facilmente costruita (e anche auto-costruita “in casa”) in compensato marino, ad esempio grazie a “scatole di montaggio” che furono messe in vendita…anche in Italia e conosco un circolo che, per questa via, dal nulla (e letteralmente con le proprie mani) costruì una quindicina di Optimist, dando così vita a un’entusiasmante attività giovanile! Detto della semplicità costruttiva, la particolare geometria di carena dell’Optimist (con la relativamente notevole larghezza mantenuta fino a prua) gli conferisce una stabilità di forma di gran lunga superiore a ogni altra piccola deriva che non sia un catamarano e infatti, se un piccolo “optimista” riesce a bolinare in sicurezza con 25 nodi di vento, non credo che lo stesso accadrebbe con altre piccole derive. Ciò, in particolare, grazie alla sua particolare geometria di carena “a cassa” (che, peraltro, ne aumenta la “vivibilità” a bordo) l’Optimist è largo al galleggiamento circa 1,014 metri (a fronte di una larghezza massima di 1,140 metri) mentre l’O’pen Bic, a fronte di una larghezza massima di 1,15 metri, al galleggiamento è largo soltanto 0,868 metri (ovvero il 14,4% in meno) e la sua sezione orizzontale (volgarmente detta “in pianta”) più che alla “cassa” dell’Optimist, in verità, assomiglia maggiormente alla ben più affusolata “barchetta” di una seppia ed è proprio dalla sua particolare forma a“cassa” che deriva la maggior stabilità di forma dell’Optimist rispetto all’O’Pen Bic che dipenderà dal maggior momento d’inerzia Iwp del suo piano di galleggiamento (che aumenterà all’aumentare delle larghezze “distribuite” lungo l’intero piano di galleggiamento) e farà sì che il raggio metacentrico trasversale BMT = Iwp/Volume di carena del primo (l’Optimist) sia di gran lunga maggiore del BMT del secondo (l’O’Pen Bic).
    Aumento della stabilità di forma trasversale perseguita per questa via anche nei più recenti Mini 6.50 dalla prua “tonda” o a “scow” che (nelle manifestazioni a loro riservate) di solito navigano (perlomeno statisticamente) perlopiù non di bolina stretta e, grazie alla maggior stabilità di forma così acquisita, hanno la possibilità di aumentare (anche in maniera significativa) la superficie velica a riva. Qualora capiti, poi, di dover obbligatoriamente bolinare contro mare e vento…Con prue siffatte bisognerà mettere in atto una tecnica di condotta molto attenta e mettere in conto dei “passaggi sull’onda” non proprio e non sempre “soft”.
    Quanto appena scritto non significa assolutamente che l’O’Pen Bic sia una cattiva barca da sconsigliare assolutamente e, con al timone un giovane velista esperto (desideroso di rinforzare adeguatamente i propri addominali) saprà sicuramente regalare prestazioni ed emozioni davvero esaltanti ma, come è anche scritto chiaramente nel sito dell’O’Pen Bic, il “peso ideale” che si consiglia di avere è di 65 kg…tipico sicuramente di un adolescente di corporatura media ma, normalmen-te, lontano da quello di un cadetto di età compresa tra i 6 e i 12 anni (che, magari, ne peserà 40 o 50 al massimo).
    Sono pressoché d’accordo su tutto con Marco Bracchi…Forse perché anch’io,come lui, per anni ho svolto attività di scuola vela e di preparazione ai raduni dei giovani “optimisti” e ho imparato, sul campo, la “necessaria e sensibile arte del saper regolare” (a terra o dal gommone) picco, stroppini e base…Ho iniziato ad andare in barca a vela a 16 anni e quindi, ovviamente, non ci ho mai regatato ma quando, nel 1976, sono diventato istruttore federale ho verificato sperimentalmente (in mare) l’effetto delle suddette regolazioni e la grande…quasi stupefacente stabilità di forma che può avere un piccolo scafo come l’Optimist a patto che si sappia navigare “in equilibrio sullo spigolo” perché, vista la sua presenza, bisognerà evitare di superar l’angolo di sbandamento (sottovento come sopravvento ) oltre il quale la stabilità di forma calerà bruscamente…ma è un angolo direi…”molto tranquillo”!
    I primi Optimist con cui mi sono trovato ad operare, erano dei “Lanaverre gialli” comprati con il contributo della F.I.V. e dotati di albero, boma e picco in legno: ciò rendeva l’armo un po’ più “lavorabile” e si poteva anche far flettere (leggermente) l’albero stando, però, attenti a non esagerare troppo perché erano alberi che potevano rompersi (e, oltre una certa flessione sotto carico si rompevano) perlomeno per la fatica, gli improvvisi aumenti del carico di punta sotto raffica e le vibrazioni indotte dal passaggio sulle onde di un mare forza 4÷5.
    Nel confrontare le loro diverse “visioni” dell’andare “a vela” che è già una partizione dell’andar “sull’acqua” (che, ovviamente, a sua volta può esser “dolce” oppure “di mare”) spesso ci si divide in “gruppi” e/o “classi” i cui adepti amano visceralmente e ritengono (giustamente) sia senz’altro la migliore, rispetto a tutte le altre (anche perché, diversamente, non l’avrebbero di certo scelta)…In origine si navigava solo sui monoscafi a chiglia…Poi vennero le “derive” via via più sportive e dai “trapezi” che si moltiplicavano progressivamente…Anche i multiscafi divennero sempre più popolari (e già nei primi anni ’70 iniziarono a “volare”…Seguirono le “tavole a vela”, negli ultimi anni i “kites” e, negli ultimissimi, i “foilers” (che già non pochi apprezzano) ma è sbagliato, “settario” e “controproducente” per lo sport (e il diporto in genere) stabilire delle classifiche che sono il frutto delle scelte spesso “irrazionali” di ciascuno e, non dimentichiamolo, decidere di navigare “a bordo di un mezzo che ci consenta di muoverci sull’acqua” (eventualmente, in essa, più o meno immersi) è una scelta che facciamo per gratificarci, per provar piacere…un piacere che potremo provare privatamente o magari troveremo confrontandoci, sportivamente, con altri su di un campo di regata per cui se Nuvola sente l’esigenza imprescindibile di andare a vela “as fast is possible” fa benissimo a seguirla perché ciò lo fa stare bene e solo questo è importante per lui come per chiunque altro…anche se altri, invece, ameranno confrontarsi in affollate regate combattute sino all’ultima strambata prima dell’arrivo! Non c’è, pero, un solo modo di vivere la vela e la scelta di quale sia il migliore è, appunto, irrazionale ed è (e sarà sempre) strettamente individuale.
    Anche se ho smesso di istruire e preparare alla regata dei giovani “optimisti” la simpatia e la passione per la classe (essenzialmente per la sua funzione formativa) non mi ha mai abbandonato…continuo ancora a seguire le nuove leve e anche io mi chiedo (come mi son chiesto tante volte) dove siano finiti e/o finiscano tanti campioni italiani e/o mondiali che sono agonisticamente nati sull’Optimist. In Italia, ad esempio, abbiamo sinora avuto 5 campioni mondiali:
    Sabrina Landi (1987) – Ugo Vanelo (1988) – Luca Bursic (1997) – Mattia Pressich (1998 e 1999) e Marco Gradoni (2017, 2018 e 2019).
    Della prima ricordo, negli anni, apparizioni vincenti simili a “bagliori” ma non so cosa faccia ora e temo proprio che si sia allontanata dal mondo della vela…nel 2017 a Ugo Vanelo chiesero se, quando diventò campione del mondo, pensò poi di sviluppare ulteriormente la sua carriera agonistica ed egli rispose: “Ci ho pensato, ci ho pensato tanto ma poi ho scelto di laurearmi. Era successo tutto molto in fretta: a 13 anni la prima volta in barca e, 2 anni dopo, sono diventato campione del mondo. Adesso ho una bella famiglia ma, comunque, non ho rimpianti”.
    Luca Bursic, dopo aver primeggiato nella classe 420 (all’inizio degli anni 2000) passò ai 470 senza, però, ottenere altrettanto successo. Intorno al 2009 regatava sui Melges 24 mentre ora fa allenatore per la squadra nazionale austriaca della classe 49er.
    Mattia Pressich (insieme a Giovanna Micol) nel 2000 conquistò il titolo iridato a squadre nella classe 420 mentre nel 2001, nello stesso Campionato Mondiale 420 a squadre, si classificò 2°. Nel 2002 si cimentò poi sul 470, classificandosi 8° nel Campionato Mondiale Juniores mentre nel 2004, tornato sui 420, si classificò 3° al Campionato Mondiale di quell’anno e, per quanto ho potuto leggere, negli ultimi anni si è infine dedicato all’attività di allenatore della squadra agonistica del Reale Yacht Club Canottieri Savoia di Napoli.
    Forse non è un caso che dopo aver imparato ad andare a vela e avere regatato a bordo di una barca “semplice ma comunque tecnica” come l’Optimist si preferisca passare sul 420 piuttosto che sul più semplice Laser (anche a costo di imparare a condividere le scelte tecniche e tattiche con un’altra persona) e, nel farlo, ci si deva abituare a gestire tre vele al posto di una e un numero di manovre e regolazioni (soprattutto nel caso del 470) ben maggiore. Come penso che non sia un caso che l’ostacolo maggiore sia il passaggio dal 420 al 470 dove la concorrenza agonistica (a livello internazionale) è molto più forte e (per affrontarla e possibilmente superarla) bisogna mettere in campo risorse significative a livello organizzativo, logistico e (ovviamente) anche economico. A quel punto è quasi obbligatorio per l’equipaggio (che, non dimentichiamolo, è di due persone) concentrarsi esclusivamente sull’allenamento, la preparazione psico-fisica e tecnica e la motivazione nel raggiungimento dei propri obiettivi, lasciando ad altri i non pochi compiti accessori…e tutto ciò costa a livello nervoso, emotivo e soprattutto economico! Poi l’età avanza e con essa, magari, gli impegni personali e/o familiari senza una risoluzione efficace dei quali (che dia all’atleta la necessaria serenità per concentrarsi sull’obbiettivo sportivo e/o agonistico) non si va, ahimé, da nessuna parte.

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