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Dal laser ai foil: la storia del farmacista che ha deciso di volare sull’acqua

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CARLO DE PAOLI Uno dei velisti italiani “volanti” di punta. Regata in classe Moth, e nel 2018 ha centrato l’argento all’Europeo di Borstahusen, Svezia, e il titolo italiano sul Garda. Premiato al Velista dell’Anno 2019 con il riconoscimento TAG Heuer Performance. Foto Martina Orsini

Quando si pensa ai velisti che praticano il foiling spesso i luoghi comuni ci spingono a immaginare dei ragazzi tutti muscoli, “beach life” e velocità. Velisti che sconoscono la vela “classica” e vanno solo alla ricerca di adrenalina. Poi conosci Carlo De Paoli, che di professione, oltre a essere da poco papà, fa il farmacista ed è cresciuto sulla più classicissima delle derive, il Laser, e allora ti rendi conto di quanto gli stereotipi siano lontani dalla realtà. L’atleta che abbiamo premiato al Velista dell’Anno 2019 con il premio TAG Heuer Performance, è quello che potremmo definire uno “studioso della disciplina”. Un velista che ha una mentalità aperta su più mondi della vela. “Io sono cresciuto sulle derive e le amo, in particolare il Laser. Volevo farlo anche a livello olimpico, era il sogno che avevo da ragazzino, poi crescendo le cose cambiano e ti rendi conto anche di quanto sia difficile il percorso olimpico. Ma quando si chiudono delle strade magari se ne aprono di altre. Il foiling e i moth li ho visti per la prima volta dal vivo a un campionato nel 2012 e per me è stata una folgorazione”.

ISTANTANEE IN VOLO
I Moth in regata alla Foiling Week sul Garda immortalati con la tecnica fotografica
del “panning”. La Foiling Week è il raduno di barche volanti che ogni anno si svolge sul Garda, a Miami e a Sydney. Foto Martina Orsini

Carlo è arrivato a questa disciplina gradualmente. Prima la formazione in Laser, poi una classe acrobatica come il catamarano Formula 18. “In Formula 18 sono andato con Vittorio Bissaro. Lui aveva in mente già di passare sul Nacra 17 ma aveva ancora bisogno di un prodiere sul 18 per una stagione. Così ho deciso di passare sui due scafi e ho poi continuato quest’esperienza con Lamberto Cesari. Tecnicamente mi sono completato non poco in questa fase”. Poi è arrivato il Moth. “Ero a Campione del Garda nel 2012, e per me è stata una rivelazione rendermi conto che i migliori velisti al mondo si stavano cimentando con questa classe”.

Cerchiamo allora di provocarlo con un’affermazione: “Quindi ti sei reso finalmente conto che quella del foiling non è vera vela e sei diventato un non velista”. Sorride. “Con cosa ci muoviamo quindi? E allora vi dico, venite a vedere una regata, venite ad osservare che tattica c’è dietro il foiling e capirete tante cose, comprenderete per esempio che è solo una vela diversa da quella che abbiamo inteso fino agli ultimi anni. Ma vi chiedete come mai moltissimi velisti olimpici di fama mondiale hanno voluto provare le barche foil”?

Entriamo nel vivo della conversazione da un punto di vista tecnico e ci facciamo spiegare quali siano le differenze sulla tecnica di conduzione di una barca foil come il Moth rispetto a una classica. “Sulla conduzione ci sono dei comportamenti che definirei “antintuitivi” per un velista classico. Su una deriva o su qualsiasi altra barca, di bolina si naviga leggermente sbandati sottovento. Sul Moth si naviga sbandati sopravvento. Questo comporta che la virata va fatta al contrario. Su un laser correggo il timone e resto fino all’ultimo fuori bordo, per poi spostare il peso sul nuovo lato provocando il celebre effetto rollio. Sul Moth si fa l’opposto. Prima si sposta il peso al centro, poi si corregge il timone e si chiude la virata sedendosi sul nuovo bordo. Se da sbandati sopravvento agiamo sul timone, senza spostare il peso al centro, la scuffia è immediata. Un processo simile, ma meno estremo, va fatto anche in strambata”.

Nel cambio di mura la barca è ancora sul vecchio bordo , il peso del corpo però si è già spostato. Il contrario di quanto succederebbe su una deriva classica. Foto Martina Orsini

Le due manovre fondamentali, virata e strambata, sono quindi differenti rispetto alle barche comuni. Ma c’è un’altra differenza. “Siamo abituati a ragionare con l’orza-poggia. Quando navighi sui foil c’è anche l’alto e il basso, il controllo del volo, il velista deve quindi avere una visione tridimensionale. Cercare l’angolo ottimale al vento ma al tempo stesso un’altezza che gli permetta di essere veloce senza uscire con parte delle appendici dall’acqua, azione che causerebbe una “picchiata” con conseguente tuffo”.

Ma è sulla tecnica e sui meccanismi di “volo” che vogliamo insistere nella nostra chiacchierata con Carlo, che ci spiega: “nel Moth, ma anche in altre barche simili, c’è un sensore a prua che è collegato al flap della deriva (al lato corto della deriva a T rovesciata) e ne autoregola l’angolazione. Questo sensore non fa altro che “allineare” l’angolo di incidenza del flap con le oscillazioni della barca dovute all’onda in modo da ottenere un foiling stabile. La sensibilità di questo sensore può essere regolata. Con mare piatto va settato al minimo della sensibilità, con onda questo parametro va aumentato. Una maggiore sensibilità comporta maggiori variazioni di angolo dell’appendice e quindi una barca più lenta. Con onda e vento i più bravi cercano di non portare la sensibilità al massimo, si rischia di più in termini di stabilità, ma la barca è più veloce”.

A prua si nota un asta obliqua, è il sensore che, collegato alla deriva a T, autoregola l’angolo di incidenza del flap. Foto Martina Orsini

Non si tratta dell’unico parametro a cui prestare attenzione. “Sullo stick c’è una manovra che ti permette di regolare l’angolo di incidenza del timone in base a come sale o scende la barca”. Arriva quindi il momento della domanda fatidica: “Torneresti indietro alla vela tradizionale”? “Ci torno spesso. Io sono nato e cresciuto con la vela classica, semmai non mi piacciono le barche grandi, sui barconi non mi vedo. Ci sono delle cose del Laser per esempio, aspetti tecnici e tattici, che ci sono solo lì e che io adoro. Come ci sono alcune cose che si provano solo sui foil e mi piacciono altrettanto. Per quale motivo una disciplina deve per forza escludere l’altra? Certo il foiling, anche se lo possono provare in molti, a certi livelli non è per tutti: occorre preparazione fisica e tantissime ore di allenamento. Ma non è niente di diverso da ciò che accade sulle derive”.

Mauro Giuffrè

 

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