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Quella penisola proibita (dove il tempo si è fermato)

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Una navigazione inconsueta, da cui è nato un bel libro. “La Vela di Odessa” di Luciano Piazza
(cinquantenne romano che alcuni anni fa ha mollato il lavoro per dedicarsi alla navigazione e alla scrittura) racconta un viaggio in barca a vela (per la cronaca, un Bavaria 350 Lagoon, 11 m di lunghezza) in uno dei mari meno frequentati dai diportisti: il Mar Nero.
“Sono partito da Poros, piccola isola non distante da Atene” racconta Piazza, “e ho navigato lungo il Mar Egeo, i Dardanelli, il Mar di Marmara e il Bosforo, prima di arrivare in Mar Nero.

Luciano Piazza

Ho cercato di raccontare sia la preparazione del viaggio che le tappe per giungere a Odessa, con tutte le emozioni che una rotta così lunga può offrire, compresa la risalita del Danubio per un breve tratto. Poi, lentamente, verso casa, percorrendo a ritroso la lunga rotta per rientrare a Roma”. Il libro sta avendo molto successo ed è stato premiato al Premio Carlo Marincovich per la letteratura di mare. Pubblichiamo l’ultimo dei tre estratti che Luciano ha selezionato per noi (il primo lo trovate QUI, il secondo QUI).

LA PENISOLA PROIBITA

Odora di terra riarsa la brezza decisa che investe Piazza Grande da sud e ne gonfia le vele stanche. Il meltemi, il vento impetuoso che nei mesi estivi spazza la Grecia marezzando il mare di bianco, si spegne prima di arrivare in questo estremo lembo nord-orientale dell’Egeo e lascia spazio a un’aria infuocata e secca.

Il sole brucia sulla pelle – anche se già decisamente abbronzata – e i suoi raggi irradiano un calore così intenso che è impossibile camminare a piedi nudi sul teak arroventato della coperta. Sottocoperta il caldo soffocante toglie il respiro, e lo sciabordio deciso delle onde sullo scafo, esaltato dalla barca che fa da cassa armonica, dà una sensazione di freschezza illusoria e frustrante.

Il meltemi è lo spauracchio che tiene lontani molti velisti dall’Egeo ma in realtà è più una facilitazione che una difficoltà. È vero, soffia forte, ma mediamente intorno ai venti/venticinque nodi, trenta al massimo, un’intensità che chi va a vela deve saper affrontare e gestire in tranquillità. Le volte che soffia più forte è sempre annunciato qualche giorno prima da tutti i siti di previsioni meteo. Le sorprese sono quindi davvero rare, a patto ovviamente di saper riconoscere con anticipo i punti in cui una montagna o uno stretto provocano un effetto catabatico o una accelerazione dovuta all’effetto Venturi.

Di contro, sapere che il vento proviene tutti i giorni dalla stessa direzione è una certezza che rende molto più semplice programmare una navigazione o individuare sulla carta un ancoraggio sicuro. Le distanze fra le isole, poi, sono modeste, il che vuol dire che in caso di difficoltà si ha sempre un ridosso nel raggio di poche ore di navigazione. E il mare, viste le dimensioni contenute dell’Egeo, non si alza mai repentinamente in modo davvero preoccupante, lasciando quindi il tempo di trovare un riparo.

Per apprezzare il meltemi, che certamente è fastidioso quando si sta alla fonda o ci si deve ormeggiare in un porto affollato, basta farsi un giro alle Cicladi in un giorno senza vento: l’afa è terribile e non dà scampo, l’aria è ferma, e tutto si trasforma in un gigantesco pantano.

Sono davvero esausto di sole quando finalmente caliamo l’ancora nella meravigliosa cornice di Ormos Platy, un’ampia baia, deserta e molto protetta, sulla penisola di Akti, la più orientale delle tre “dita” che formano la Calcidica.

La luce a toni caldi del tramonto e la superficie immobile del mare rendono l’atmosfera incantata, accendendo il cuore oltre che le rocce sulla riva, e ripagando pienamente della fatica fatta per arrivare fin qui. Un piatto di linguine con le cozze, che Roberto ha pazientemente raccolto sul fondo della rada, e una bottiglia di Müller-Thurgau gelato che giaceva in frigorifero da settimane sono la degna conclusione della giornata.

Ormos Platy è all’interno del golfo di Ierissos, dove i Persiani, durante le guerre del V secolo avanti Cristo contro i Greci, scavarono un canale – detto canale di Serse, dal nome del loro re – che tagliò l’istmo della penisola ed evitò loro la navigazione attorno al monte Athos.

Avendo precedentemente perso circa trecento navi in quel mare burrascoso, preferirono passare tre anni a scavare piuttosto che affrontarlo nuovamente. Nei secoli successivi il canale è stato richiuso – anzi, fino a poco tempo fa gli archeologi dubitavano addirittura che fosse mai esistito – ma oggi davvero non ci sono ragioni per temere quella rotta; e noi è proprio per percorrerla che siamo qui. Accendo la luce di fonda e vado a dormire.

Il monte Athos è forse il luogo di massima spiritualità per il cristianesimo ortodosso nelle sue varie confessioni. Su questo promontorio di circa trecento chilometri quadrati si trovano venti monasteri secolari dove risiedono circa duemila monaci di fede greca, serba, russa, rumena e bulgara, che vivono distinti fra loro perché ciascuna di queste chiese (nel senso di entità religiosa, non di edificio di culto) è autocefala, non fa riferimento cioè ad alcuna autorità esterna a se stessa e in comune con le altre.

È un luogo fuori dal tempo, un brandello di impero Bizantino sopravvissuto fino ai giorni nostri che rifiuta qualunque forma di modernità, sia materiale che sociale, conservandosi come luogo deputato esclusivamente alla preghiera e alla meditazione.

Non ci sono strade, né elettricità, c’è solo qualche linea telefonica e non ci sono collegamenti terrestri con il resto della Grecia; ci si arriva esclusivamente via mare, con un piccolo traghetto che parte da Ouranopoli, previa autorizzazione scritta dell’arcivescovo di Atene o di Salonicco e previa disponibilità da parte di un monastero ad accogliere l’ospite. Perché, inutile dirlo, alberghi non ce ne sono.

Anche il tempo qui è diverso: a differenza del resto del mondo ortodosso, che nel 1923, seppure con cinquecento anni di ritardo, ha adottato il calendario gregoriano, su questa penisola vige ancora il calendario giuliano, oggi indietro di tredici giorni sul ciclo solare. Le giornate sono scandite con l’antica “ora bizantina”, di durata variabile a seconda delle stagioni.

Oltre ai monaci, sulla penisola del monte Athos vivono molti eremiti, appollaiati in grotte e capanne abbarbicate sulle rocce a picco sul mare. Campano degli avanzi che dai monasteri gettano loro e che devono contendersi con i gabbiani, rischiando di morire di fame se gli uccelli sono più lesti di loro. Ci sono infine alcuni monaci girovaghi che errano permanentemente sui sentieri attorno al monte, alto quasi duemila metri, elemosinando il cibo e passando la notte in ripari di fortuna.

Chi si reca sul monte Athos lo fa generalmente perché è attratto dalla sua aura di ascetismo, perché è alla ricerca di una spiritualità ormai scomparsa nella frenetica società occidentale, sempre più improntata al denaro e al consumo. Le stesse ragioni che spingono alcuni a infatuarsi di religioni e filosofie orientali, magari rivisitandole per adattarle al proprio gusto, come la cucina cinese è stata adattata al palato europeo nei ristoranti in Europa.

Non è il mio caso. Non perché la spiritualità non mi attragga, ma perché quando è legata a doppio filo alla religione ha il sapore irrazionale del misticismo o, peggio ancora, della liturgia. Potrei barare e dire che sono qui perché è un waypoint come un altro lungo la rotta, ma la verità è che un luogo che è rimasto immutato, identico a come era mille anni fa, è per me un’attrattiva irrinunciabile.


TRATTO DA
La Vela di Odessa
di Luciano Piazza
196 pagine

SINOSSI:
Una meta inconsueta, un mare poco navigato e poco conosciuto, eppure ricco di storia e cultura. Un viaggio di scoperta, di ricerca di un altrove che vada oltre l’omologazione planetaria delle mete turistiche. Un lungo percorso per mare a bordo di una piccola barca a vela, confrontandosi con le difficoltà quotidiane della navigazione e della burocrazia frontaliera ed elaborando continuamente i mille stimoli e le mille domande che un viaggio del genere porta con sé. Sei mesi e tremila miglia raccontati con uno stile vivace, colto e spesso ironico. Ricco di spunti storici, di riflessioni, di vita di mare. Prefazione di Simone Perotti.

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