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Strane storie dal Mar Nero: in barca a vela verso “l’isola fantasma”

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Una navigazione inconsueta, da cui è nato un bel libro. “La Vela di Odessa” di Luciano Piazza
(cinquantenne romano che alcuni anni fa ha mollato il lavoro per dedicarsi alla navigazione e alla scrittura) racconta un viaggio in barca a vela (per la cronaca, un Bavaria 350 Lagoon, 11 m di lunghezza) in uno dei mari meno frequentati dai diportisti: il Mar Nero.
“Sono partito da Poros, piccola isola non distante da Atene” racconta Piazza, “e ho navigato lungo il Mar Egeo, i Dardanelli, il Mar di Marmara e il Bosforo, prima di arrivare in Mar Nero. Ho cercato di raccontare sia la preparazione del viaggio che le tappe per giungere a Odessa, con tutte le emozioni che una rotta così lunga può offrire, compresa la risalita del Danubio per un breve tratto. Poi, lentamente, verso casa, percorrendo a ritroso la lunga rotta per rientrare a Roma”. Il libro sta avendo molto successo ed è tra i finalisti del premio Carlo Marincovich. Pubblichiamo il primo dei tre estratti che Luciano ha selezionato per noi.

L’ISOLA FANTASMA

Le antiche leggende marinare, quelle storie fasulle e abusate che per secoli sono rimbalzate fra i tavoli delle taverne dei porti di tutto il mondo, narrano spesso di visioni incredibili e improvvise: vascelli fantasma e isole, apparsi un solo istante per imprimersi come un lampo negli occhi di chi osserva l’orizzonte e poi scomparire di nuovo. Sempre, ciarlatani e imbroglioni hanno alimentato in malafede queste leggende così da abbindolare meglio il malcapitato di turno e derubarlo, dopo averlo incantato, oltre che con le parole, con qualche bicchiere di rum. Ma al giorno d’oggi chi può ancora credere a certe fantasie? A volte giochiamo a farlo, perché chi va per mare ha sempre un pizzico di romanticismo nel cuore, ma nel momento della verità l’uomo del terzo millennio pondera le sue scelte sui fatti dimostrabili e sulla conoscenza scientifica, giammai sulla superstizione. Meno che mai un razionalista come me.

Cos’è allora, mi chiedo, quella strana cosa che vedo delinearsi lontana, in controluce, su questo mare deserto di imbarcazioni e liscio come l’olio? Un tratto in cui secondo la carta nautica non dovrebbe esserci nient’altro che acqua. La osservo da un po’ strizzando bene gli occhi, senza però riuscire a coglierne forma e dimensioni. Afferro il binocolo e la inquadro ma non cambia molto. Neanche una foto con il teleobiettivo, ingrandita poi al computer, riesce a darmi qualche dettaglio in più. Un po’ per curiosità, un po’ perché potrebbe esserci qualcuno in difficoltà, faccio una piccola deviazione e vado a vedere di che si tratta.

Tanti anni fa, alcune miglia a largo di Civitavecchia, una mattina in cui soffiava un deciso Forza 6, una visione simile è poi risultata essere la prua di un piccolo motoscafo che affondava. Intorno, a mollo già da un’ora nel freddo mare di aprile, due ragazzi e una ragazza intirizziti che ho fortunatamente raccolto prima che finissero assiderati o peggio. Sarà mica qualcosa di simile, ora? Accompagnato dallo scoppiettio del motore mi avvicino sempre di più, continuando a osservare e credendo di riconoscere prima la sagoma di una barca, poi di un peschereccio intento a salpare le reti, infine di una piccola isola. Ma isole qui non ce ne sono, a meno che ne sia spuntata improvvisamente una nella notte.

Ipotesi favolistica? Non proprio. Nel luglio del 1831, a seguito dell’eruzione di un vulcano sottomarino, emerse un’isola alta sessanta metri nel mezzo del canale di Sicilia. Fu battezzata Ferdinandea e si inabissò nuovamente nel giro di cinque mesi; un tempo comunque sufficiente perché Borboni, Inglesi e Francesi se ne ontendessero la sovranità.

Che si tratti di qualcosa ricoperto di vegetazione mi appare sempre più chiaro man mano che mi avvicino; vedo ormai perfettamente il profilo di un fascio di canne di fiume appena agitate da un vento leggerissimo. Decisamente incredulo, come a darmi un pizzicotto, controllo di nuovo la carta nautica ricavandone ancora una volta la medesima informazione: non ci sono isole qui. Ma in mare non è facile cogliere l’esatta dimensione delle cose e solo a pochissime centinaia di metri di distanza riesco a capire cos’è davvero: un’enorme zolla di terra di diversi metri quadrati, ricoperta di vegetazione, che galleggia immobile sulla superficie del mare. Il pensiero va subito a cosa potrebbe succedere incrociandola di notte; non sarebbe molto salutare centrarla a cinque o sei nodi di velocità. Probabilmente qualche piena del Danubio l’ha strappata via dall’argine, trascinandola fino alla foce per lasciarla poi andare alla deriva nel Mar Nero.

Chissà, magari qualche antica leggenda di mare è nata proprio così, ricercando nell’ultraterreno le risposte che il sapere umano del tempo non era in grado di fornire e individuando di volta in volta nella crudeltà del demonio o nella benevolenza della divinità il castigo o la salvezza che Madre Natura dispensa spesso con fatalistica casualità. Il ricorso al sovrannaturale è spesso la scorciatoia più comoda che hanno le menti pigre per trovare le risposte alle domande insolute che accompagnano la nostra intera esistenza.
L’isola che non c’è, anzi che non ci dovrebbe essere, sembra però portarmi fortuna: si alza un po’ di vento e posso quindi spegnere il motore e ritrovare il silenzio perfetto della navigazione a vela.

TRATTO DA
La Vela di Odessa
di Luciano Piazza
196 pagine

SINOSSI:
Una meta inconsueta, un mare poco navigato e poco conosciuto, eppure ricco di storia e cultura. Un viaggio di scoperta, di ricerca di un altrove che vada oltre l’omologazione planetaria delle mete turistiche. Un lungo percorso per mare a bordo di una piccola barca a vela, confrontandosi con le difficoltà quotidiane della navigazione e della burocrazia frontaliera ed elaborando continuamente i mille stimoli e le mille domande che un viaggio del genere porta con sé. Sei mesi e tremila miglia raccontati con uno stile vivace, colto e spesso ironico. Ricco di spunti storici, di riflessioni, di vita di mare. Prefazione di Simone Perotti.

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