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Per una scommessa attraversò l’Atlantico in solitario su un “guscio” di 6 metri. Nel 1876!

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A volte sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare” amava dire l’Alan Turing interpretato da Benedict Cumberbatch nel film “The Imitation Game”. (fonte immagine di apertura: https://culturamarinara.com)

Dai tempi di Cristoforo Colombo, fino al 1876, nessuno si era mai sognato di attraversare l’Atlantico a vela in solitario, per puro spirito d’impresa. Poi arrivò un pescatore “pazzo”, Alfred Johnson. Portò incredibilmente a termine l’impresa partendo a bordo del piccolo “Centennial”, un dory di 6,1 metri (una piccola barca aperta da pesca, a basso pescaggio e con il fondo piatto) da Gloucester, negli Stati Uniti, il 15 giugno 1876 per approdare, dopo 3.000 miglia e 58 giorni di navigazione ad Abercastle, in Galles.

fonte immagine: http://blog.samseidel.org

IL MARE NEL SANGUE
Nato nel 1846 in Danimarca, Johnson fuggì da casa ancora adolescente per imbarcarsi, lavorando come mozzo a bordo di vari velieri e finendo poi a fare il pescatore nel Nuovo Mondo, in Massachusetts. A 28 anni (era il 1874), stava giocando a carte con alcuni amici quando qualcuno tirò fuori l’idea, forse tra i fumi dell’alcol, di compiere la traversata dell’Oceano, dagli Stati Uniti all’Inghilterra in solitario. Il giovane dichiarò che secondo lui non solo era possibile, ma che lui sarebbe riuscito a farlo con una barca aperta da pesca, un dory, appunto. Gli amici ovviamente gli diedero dell’esagerato. Questo lo caricò a mille e per dimostrare che si sbagliavano decise di mettersi in gioco. Cosa ci fa fare, talvolta, l’orgoglio!

FOLLE? SI. STUPIDO? NO
Folle? Può darsi, ma non certo stupido. Innanzitutto stabilì che sarebbe partito due anni dopo, nel 1876, in modo tale da poter celebrare con la sua impresa il centenario della nascita degli Stati Uniti d’America (da qui il nome della barca, “Centennial”, che poi diverrà anche il suo soprannome), garantendosi l’appoggio dei media.

Poi, da uomo di mare qual era, capì immediatamente che salpare senza aver effettuato opportune modifiche al dory di 20 piedi da lui acquistato, barchetta per la navigazione costiera e in acque basse, sarebbe stato un suicidio. Installò una deriva pivotante (soluzione inventata nel 1783 dall’ammiraglio inglese John Schank) per migliorare le prestazioni in navigazione e ridurre lo scarroccio e dotò lo scafo di tre compartimenti stagni che l’avrebbero aiutato a galleggiare in caso di scuffia.

L’INIZIO DEL VIAGGIO
Tra la curiosità generale, salpò da Gloucester il 15 giugno 1876, con la speranza di raggiungere Liverpool entro 90 giorni. Si fermò brevemente in Nuova Scozia per apportare alcune modifiche alla barca, per poi partire per l’oceano aperto intorno al 25 giugno. Fu avvistato da diverse navi lungo il percorso: chi era a bordo puntualmente lo scambiava per un naufrago, tentando di salvarlo: e Johnson, con grande stupore degli equipaggi, puntualmente rifiutava. Una volta gli lanciarono da una nave di passaggio due bottiglie di rum.

Vi abbiamo anticipato che Johnson era un marinaio “con gli attributi” e lo dimostrò tenendo una media di circa 70 miglia al giorno, tantissime per una barca aperta di tali dimensioni. Riuscì a salvare la pellaccia anche durante una grossa tempesta che lo investì in pieno Atlantico e capovolse parzialmente la barca. Contro ogni previsione, sabato 12 agosto approdò ad Abercastle, un piccolo porto del Galles. Dopo due giorni di riposo, recuperate le forze salpò e il 21 agosto terminò la sua traversata verso Liverpool, accolto dai locali come un eroe.

“ERO PAZZO”
Per alcuni mesi, Alfred “Centennial” Johnson fu una celebrità. La sua barca (che oggi è visibile nella collezione del Cape Ann Museum di Gloucester) fu esposta a Liverpool per un po’ di tempo. Il giovane pescatore ce l’aveva fatta. E non solo: aveva dato il via all’epoca delle grandi avventure oceaniche, alle traversate eroiche di Bernard Gilboy, ai giri del mondo che avrebbero dato la gloria al suo conterraneo Joshua Slocum. E pensare che tutto questo era nato da una serata di baldoria con gli amici. Quando gli fu chiesto alla fine della sua vita (si spense nel 1927) perché l’avesse fatto, Johnson rispose candidamente: Ho fatto quel viaggio perché ero un dannato pazzo, proprio come dicevano che io fossi”.

E.R.

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