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“Così ho risalito il Danubio a vela fino a un villaggio sperduto in Romania”

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Una navigazione inconsueta, da cui è nato un bel libro. “La Vela di Odessa” di Luciano Piazza
(cinquantenne romano che alcuni anni fa ha mollato il lavoro per dedicarsi alla navigazione e alla scrittura) racconta un viaggio in barca a vela (per la cronaca, un Bavaria 350 Lagoon, 11 m di lunghezza) in uno dei mari meno frequentati dai diportisti: il Mar Nero.
“Sono partito da Poros, piccola isola non distante da Atene” racconta Piazza, “e ho navigato lungo il Mar Egeo, i Dardanelli, il Mar di Marmara e il Bosforo, prima di arrivare in Mar Nero. Ho cercato di raccontare sia la preparazione del viaggio che le tappe per giungere a Odessa, con tutte le emozioni che una rotta così lunga può offrire, compresa la risalita del Danubio per un breve tratto. Poi, lentamente, verso casa, percorrendo a ritroso la lunga rotta per rientrare a Roma”.

Il brano che vi proponiamo, tratto dal libro, narra la strana navigazione di Piazza Grande (questo il nome del Bavaria di Luciano) dal delta del Danubio fino a un piccolo villaggio romeno raggiungibile solo in barca. Vedendo questi luoghi, sembra di tornare indietro di cento anni.

APPROCCIO AL DANUBIO
La bonaccia della notte sembra lasciare spazio a un timido accenno di vento quando, verso le sei di mattina, mi sveglio da un sonno breve ma rigenerante. La luce del sole rivela finalmente alla vista il posto dove ieri sera, a tentoni, ho gettato l’ancora su un fondale di poco più di due metri, a quasi mezzo miglio dalla costa: una baia completamente deserta all’interno del grande delta del Danubio, vero e proprio tempio della natura selvaggia.

Dopo una stancante giornata di navigazione, quando in serata il vento è calato fino a sparire del tutto, mi sono diretto verso Sfintu George, uno dei bracci non navigabili del corso d’acqua, dove la terra si estende leggermente formando un piccolo promontorio, l’unico in zona in grado di offrire ridosso da nord.

Avanzando al buio in un’atmosfera quasi spettrale, fatta di aria densa, carica di umidità, di caldo, di silenzio totale, mi sono avvicinato alla costa con il motore al minimo, a volte in folle, e un occhio fisso sull’ecoscandaglio. Il portolano avverte che le piene del Danubio riversano carichi di fango nell’estuario e per questo le batimetriche possono differire molto da quelle riportate dalla cartografia. Toccare con la deriva un fondo così limaccioso non è certamente un problema, ma certo è meglio evitare. Alla fine ho trovato il riparo che cercavo e, ingranata la retromarcia al minimo, ho lasciato scorrere la catena dell’ancora attraverso il telecomando che tengo appeso al collo. Zanzare a parte, la notte è scorsa tranquilla.

Un caffè, una sciacquata al viso, e mi metto in rotta verso nord, sospinto da una brezza che cresce progressivamente fino a superare i venti nodi. Lascio Piazza Grande nelle mani dell’autopilota e mi siedo al carteggio a studiare il portolano del Danubio per prepararmi a entrare al suo interno.

Il grande fiume attraversa mezza Europa prima di sfociare in Mar Nero, per questo è spesso utilizzato dai diportisti nordeuropei che vogliono raggiungere il Mediterraneo senza passare per l’Atlantico. La sua portata è enorme ed è perfettamente navigabile anche dalle grandi navi mercantili. La mia idea è di entrare al suo interno per alcune miglia fino a Sulina, un piccolo paese della Romania raggiungibile solo in barca.

Quando sono all’imboccatura, ho vento al traverso e mare formato. Pochi metri a nord del fanale verde, un cargo semiaffondato funge da silenzioso monito ai naviganti. L’ingresso in un fiume è una manovra sempre molto delicata per la forte corrente in uscita, l’onda del mare in entrata e la probabile formazione di barra. In genere affronto i passaggi di questo tipo con il motore su di giri, il solo genoa a riva e l’ancora pronta a essere calata in un attimo qualora fosse necessario. So che alcuni preferiscono tenere aperta la randa e non il genoa, ritenendo di avere così una migliore visuale a prua. Forse è vero, ma considerato il rischio di ingavonarsi sull’onda e fare una strambata involontaria, ritengo più sicuro non avere un boma che possa passare in modo violento da una parte all’altra del pozzetto.

Mi allineo con il centro dell’estuario e lo punto deciso, avvertendo la forza della corrente che contrasto con un affondo di gas. Appena ridossato dalle prime propaggini della massicciata del frangiflutti, la superficie dell’acqua si spiana e la mia attenzione viene catturata dagli stormi di gabbiani, cormorani e cicogne che affollano il cielo fra le due sponde. C’è un discreto viavai di piccole imbarcazioni che trasportano i turisti in gita sul delta, ma non mancano i rimorchiatori e qualche grossa nave. Ora che non c’è più onda e il vento continua a essere sostenuto, basta il genoa a farmi avanzare, ma tengo comunque il motore acceso al minimo per utilizzarlo in caso di necessità: gli spazi ristretti e la forte corrente impongono tempi di reazione praticamente istantanei.

Lungo gli argini si alterano piccole costruzioni e i relitti arrugginiti di vecchie navi in disarmo. Una moderna torre ricoperta da una selva di antenne indica certamente una stazione radio, civile o militare. È un posto incredibile: ogni tanto, nascosta fra i canneti, scorgo qualche casupola con il tetto di paglia, brandelli di passato che sopravvivono sfilacciati in una terra che la Storia ha tenuto al margine per diversi decenni.

Quando arrivo a Sulina si pone il problema dell’ormeggio: le sponde sono tutte ingombre di barche e con questo vento e questa corrente manovrare da solo è impossibile. Un ragazzo mi fa il cenno di spostare un piccolo motoscafo e mi dice a gesti di accostarmi a un pontile di ferro galleggiante. Ho pochi istanti per lasciare il timone e correre a prua per lanciare a terra la cima che impedirà a Piazza Grande di arretrare. Una scarica di adrenalina accompagna una manovra davvero rischiosa, ma tutto fila liscio, grazie anche ai numerosi parabordi che ho piazzato sul lato di accosto.
Sistemo un paio di spring, poi offro una birra al ragazzo che mi ha aiutato, per ringraziarlo e per cominciare a prendere confidenza con il posto. Vengo dal Tevere, sono un fiumarolo anch’io come lui. Chissà se anche lui, come me, “anela il mare eppur lo teme”.

TRATTO DA
La Vela di Odessa
di Luciano Piazza
196 pagine

SINOSSI:
Una meta inconsueta, un mare poco navigato e poco conosciuto, eppure ricco di storia e cultura. Un viaggio di scoperta, di ricerca di un altrove che vada oltre l’omologazione planetaria delle mete turistiche. Un lungo percorso per mare a bordo di una piccola barca a vela, confrontandosi con le difficoltà quotidiane della navigazione e della burocrazia frontaliera ed elaborando continuamente i mille stimoli e le mille domande che un viaggio del genere porta con sé. Sei mesi e tremila miglia raccontati con uno stile vivace, colto e spesso ironico. Ricco di spunti storici, di riflessioni, di vita di mare. Prefazione di Simone Perotti.

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