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Dalla lotta contro la leucemia al giro del mondo in barca | Terza Puntata

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Stiamo pubblicando in anteprima esclusiva alcuni stralci del libro “Altrove” di Paola Turroni (edizioni Lindau), disponibile dal 17 gennaio (e qui in preorder).

Il volume narra la bellissima storia di Michele Piancastelli, operaio in un’importante impresa chimica e velista ravennate che, vincendo la sfida con la leucemia, ha compiuto un’impresa epica con Altrove, una barca di dimensioni ridotte (è lunga 11,60 metri ed è stata costruita nei cantieri Riva-Sarnico nel 1938), antimoderna per eccellenza, con la quale ha fatto il giro del mondo in sette anni, e ha dato corpo a un sogno. In questa ultima puntata, il ritorno.

IL MARE MI HA INSEGNATO TUTTO
Quando, a fine febbraio del 2015, sono arrivato alle Chagos, arcipelago situato nell’Oceano Indiano, a sud delle Maldive e a nordest dell’isola di Mauritius, ho capito che stavo tornando. Sentivo che il giro del viaggio era cambiato.

Nel 2014 avevano diagnosticato un tumore a mio padre. Nonostante sembrasse tutto sotto controllo, sapere del suo male, e conoscerlo per esperienza, aveva in qualche modo cambiato il colore del mio viaggio, la sua musica di sottofondo. Egli si era raccomandato affinché io proseguissi e sono certo che fosse davvero quello che voleva. Stavo tornando da lui, e la lentezza con cui questo avveniva era un lungo infinito pensiero, un modo di amarci a distanza, di riuscire a farlo, stando nello stesso mare, da due porti differenti.

Prima andavo verso l’ignoto, avevo bisogno di essere libero e di essere esploratore, poi sono cresciuto, sono diventato un uomo, dovevo portare a termine un impegno e chiudere il cerchio.


Quando sono arrivato a Rodrigues, nell’Oceano Indiano, mia sorella mi chiamò per dirmi che nostro padre era peggiorato all’improvviso e sono ripartito. Ho dovuto raggiungere l’isola di La Réunion, al largo di Madagascar, con un viaggio di quattro giorni sotto la pioggia incessante, come se il cielo dovesse amplificare e celebrare il mio stato d’animo; lì ho potuto lasciare l’Altrove in cantiere senza limiti di tempo. Sono arrivato in Italia il 7 giugno e mio padre è morto il 22. Sono riuscito a parlare con lui, gli ho raccontato tutto, abbiamo avuto tempo di salutarci, di chiamarci per nome e ritrovarci.

Il 28 febbraio 2016 ero di nuovo in Guadalupa, dopo sette anni dalla prima volta. Sono rimasto lì tre mesi, ad aspettare le condizioni migliori per raggiungere l’Europa.

Il ritorno è una lezione altrettanto profonda quanto l’andare. All’inizio si prende e si saccheggia, si lancia e si spera, si procede, voraci e ignoranti. E poi c’è un momento in cui si ritorna a casa, in cui si prende tra le braccia quello che si è imparato, si fa tesoro di quello che si è amato, come un cuore in più, un momento in cui non si sperpera più niente, si va avanti più piano, lasciando che lo stupore sia rinnovato da quello che siamo e non da quello che stiamo cercando.

Il 17 settembre, mentre mi avvicinavo al porto di Marina di Ravenna, piangevo. Numerose barche a vela e motoscafi mi venivano incontro per accogliermi. Mi sentivo fiero e grato, e in pochi minuti ho capito: ero uscito dall’ospedale, dopo sette mesi di cura rigorosa, con il corpo sbattuto in tempesta, dove si era allenato alle maree e alle spiagge solitarie; ero guarito ed ero uscito dall’ospedale con la cartella clinica in una mano e una mappa dell’oceano nell’altra. Avevo ripagato ogni mese di malattia, con un anno di viaggio. E quel giorno, alle 13,30, dopo sette anni, due mesi e diciassette giorni, l’Altrove mi stava riportando nel punto esatto da cui era cominciato tutto.

Avevo un nome nuovo, una nuova sapienza. Il mare mi aveva liberato, aveva creato spazio fra me e il mondo. Il mare mi ha insegnato tutto, anche a stare senza di lui.

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1 Comment

  1. Rodolfo ha detto:

    Buona vita Michele
    Rodolfo del Freccia

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