Storia “losca” della Coppa America | Ecco come gli australiani “fregarono” gli yankee
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In banchina, sia quella reale che virtuale (leggi: i social), sono tante le voci “contro” la Coppa America. Una regata con le regole del gioco che cambiano di continuo, dove il defender fa il bello e il cattivo tempo, dove è più importante della sfida in mare quella che avviene a terra, nei capannoni dei costruttori, nei meandri inesplorati del regolamento e (Ellison e Bertarelli lo hanno dimostrato, qualche tempo fa) nei tribunali. Chi ha più soldi vince. E chi dovrebbe vincere ma perde, fa i capricci e si crea la sua anti-Coppa (Ellison e Coutts).
Ma non dobbiamo stupirci. Nella storia della Coppa America è sempre stato così. Abbiamo spulciato indietro negli anni, con l’aiuto del libro di Mario Oriani “Coppa America, la vera storia”, riscontrando polemiche e accuse reciproche tra challenger e defender fin dalla prima edizione della Coppa! Vi abbiamo parlato nella prima puntata delle presunte irregolarità del 1851, 1871 e 1956… oggi “esplodiamo” il caso Australia II.

Siamo nell’edizione del 1983, nel match finale si sfidano il defender Liberty con Dennis Conner al timone, e Australia II, con skipper John Bertrand. Gli australiani avevano capito che per battere finalmente gli americani bisognava sorprenderli, più che cercare di copiarli. Australia II troneggiava nascosta da grandi “mutandoni” che facevano da sipario all’opera viva: questo per non far vedere le famose “alette” sulla chiglia. C’era grande attesa per vedere queste alette. Alette che avevano rischiato di mandare a monte la Coppa.
MI SERVE UNA VASCA NAVALE
Per capire bene la storia bisogna tornare a quando Ben Lexcen, progettista di Australia II, aveva detto a Alan Bond, il patron del sindacato, di avere avuto un’idea che però andava verificata in una vera, attrezzata affidabile vasca navale. La vasca di cui aveva bisogno era la Nederland Ships Model Basin, in Olanda. Non volendo fare il “clandestino” e contravvenire alle regole di Coppa America, a proposito dell’obbligo dell’uso autarchico di realizzare la barca a casa propria, chiese correttamente al New York Yacht Club l’autorizzazione ad utilizzare la vasca di un paese che, tra l’altro, non aveva mai partecipato alla Coppa e non ne era interessato. Ottenne l’autorizzazione ma si guardò bene dallo svelare per che cosa gli servisse la vasca navale.

Il soggiorno olandese durò sei mesi, e incuriosì gli americani che vennero a scoprire che i test riguardavano soprattutto, oltre a una nuova forma di timone, delle piccole ali poste all’estremità della chiglia. Scoppiò una polemica ferocissima. Lo scandalo si infiammò ancora di più quando si scoprì che una delibera segreta, approvata nel 1982 dal Keelboat Technical Committee dell’IYRU (l’odierna ISAF), aveva stabilito che aggiungere gli addendi in chiglia era legale. Gli yankee cercarono di scoprire chi era stato l’autore di quel “colpo di mano” all’IYRU, ma non ne cavarono un ragno dal buco.
E CHI HA IL CORAGGIO DI ANNULLARE LA COPPA?
Si venne a scoprire poi che il Committe si riunì segretamente e che tutti i membri erano convinti che gli australiani, in qualche modo, avessero barato (e cioè che avessero manomesso loro, in qualche modo, il regolamento), ma far venir fuori la verità avrebbe rischiato di affossare la Coppa, portando forse all’annullamento dell’edizione 1983. I nove membri del Committee erano divisi, quattro contro cinque, ma fra i cinque contrari nessuno ebbe il coraggio di proporre la votazione, era una responsabilità troppo grande. Quindi niente, gli australiani ne uscirono immacolati.

Ma a questo punto gli americani chiesero chi era il vero progettista della barca. Sostenevano che l’idea delle alette non era di Lexcen ma di tecnici olandesi e quindi andava contro alla regola di “autarchia” sopraccitata. Gli australiani negarono. Alan Bond consegnò di persona un “affidavit” nel quale dichiarava che tutto era opera di Lexcen. L’affidavit venne accettato, alla condizione che Bond s’impegnasse sotto giuramento a dichiarare che gli australiani avevano agito senza alcuna volontà di violare il regolamento. Bond, assistito da un collegio di legali prezzolati, si rifiutò di giurare ritenendosi, anzi, gravemente offeso perché la sua parola di gentiluomo era stata messa in dubbio.
Alla fine, Australia II vinse la sfida, prima a terra e poi in acqua, battendo gli yankee per 4-3 e portando la Coppa America nella terra dei canguri dopo 24 edizioni.

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