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Acapulco, 1968. Storia di una grande medaglia olimpica italiana

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Mentre il Finn, a partire dal 2024, sarà salvo sorprese fuori dalle Olimpiadi, vi raccontiamo la storia della prima storica medaglia olimpica in questa classe conquistata da un italiano, cinquant’anni fa. Erano i Giochi Olimpici di Messico ’68, disputati nella baia di Acapulco. E a vincere il bronzo fu il grande Fabio Albarelli, scomparso 23 anni fa. Ecco il ricordo del giornalista Lorenzo Fabiano.

“Da nord soffia una fresca brezza, che qui a Torri del Benaco chiamano «Pelèr»: dal porticciolo vediamo le barche spiegare le vele al largo. Erano queste le giornate in cui Fabio Albarelli preparava la rincorsa al suo sogno olimpico nella baia di Acapulco. In perfetta linea con i tempi, i giochi del 1968 a Città del Messico segnarono una rottura, anche drammatica, con qualsiasi forma di canone prestabilito. Rimangono in memoria la voce degli studenti messa a tacere nel sangue di Piazze delle Tre Culture, i pugni alzati di Tommy Smith e John Carlos sul podio più rivoluzionario che la storia ricordi, il salto in lungo dell’inarrivabile Bob Beamon e il folle volo in cielo del dinoccolato Dick Fosbury. Nulla fu più come prima. L’Italia chiuse con tre ori, quattro agenti, e nove bronzi: tra quest’ultimi, dopo mezzo secolo brilla ancora la storica medaglia conquistata dal gardesano Albarelli nella vela.

La sede delle regate olimpiche di Messico 1968 ad Acapulco

Fu la prima di un italiano nel Finn, dal 1952 classe regina in acque a cinque cerchi. Nato a Torri del Benaco il 26 giugno del 1943 dalla famiglia che diede in natali allo Yachting Club della cittadina gardesana, Fabio Albarelli era un predestinato. Grazie ai suoi fratelli, in barca salì ben presto e le giurò amore eterno. Dopo i brillanti esordi da giovanissimo in Dinghy, a 19 anni ricevette dalla Federvela un’imbarcazione Finn appositamente realizzata per le regate olimpiche. Fu così che si dedicò alla classe resa celebre dal danese Paul Elvstrom, il più grande di sempre.

La svolta giunse ai campionati italiani del 1965, quando nelle acque amiche di Malcesine il suo Geronimo (il nome dello scafo la dice lunga sul suo temperamento) sfrecciò davanti a tutti; secondo fu un sedicenne di Monfalcone, tal Mauro Pelaschier, un nome che negli anni a venire qualcosa avrebbe detto. Il successo aprì ad Albarelli le porte della nazionale; da quel giorno mise nel mirino l’olimpiade del 1968. Nel 1967 prese confidenza con il campo di regata di Acapulco, classificandosi terzo alle prove preolimpiche.

Forte di quel risultato si presentò l’anno dopo al grande appuntamento. Le cose non si misero bene: un sedicesimo e un ventisettesimo posto nei primi due turni lo relegarono ai margini. Da lì, iniziò però una fantastica rimonta che lo vide risalire posizioni su posizioni: la sua impressionante regolarità fu premiata con il bronzo finale alle spalle dell’irraggiungibile sovietico Valentin Mankin, ma ad appena una lunghezza e mezza dall’austriaco Hubert Raudaschl: «Con un pizzico di fortuna in più avrei potuto prendere l’argento. Inutile recriminare, va benissimo così» disse alla fine ai giornalisti.

Fabio Albarelli in divisa azzurra nel 1968

Con Raudaschl divennero amici: anni dopo Albarelli avrebbe commercializzato in Italia le vele col marchio dell’austriaco. Innovativo ingegnere del mare, la sua carriera non si concluse affatto ad Acapulco, ma si arricchì di altri successi, tra cui un altro tricolore Finn e due titoli nazionali Soling. Rimasto fuori per un soffio dai giochi di Monaco del 1972 (al suo posto si qualificò l’amico Mauro Pelaschier), quattro anni dopo prese parte senza fortuna alle olimpiadi di Montreal nel Soling. Chiuse con la vela a inizio degli anni ottanta, dedicandosi al lavoro nell’azienda di famiglia a Verona. Nel 2000 a Sidney un altro veronese, Luca Devoti, avrebbe raccolto il suo testimone conquistando l’argento proprio nel Finn.

Così lo ricorda oggi Mauro Pelaschier, suo giovane secondo in Messico: «Ero giovanissimo, avevo appena 19 anni. Mi portarono alle olimpiadi. L’ho assistito quando arrivarono i materiali con gli alberi di legno. Quella medaglia fu una gioia immensa. Ho condiviso con lui migliaia di regate. Grazie a lui sono migliorato. Fabio non era geloso della sua sapienza, ma anzi amava avere gente forte intorno lui. D’inverno organizzava allenamenti di gruppo a Torbole, in modo che tutti potessero migliorarsi. Voleva creare attraverso la competizione condizioni che alzassero il livello delle prestazioni di ognuno. Era molto atletico, aveva un fisico adatto al Finn. Con tanto vento era fortissimo e me le dava di santa ragione. Con vento debole potevo dire la mia. Aveva esperienza, mi ha dato grandi spunti per perfezionarmi. Io presi il suo posto in Finn quando lui passò al Soling. Era una persona veramente piacevole. Per me fu un maestro».

Fabio Albarelli era un uomo fuori dagli schemi che in barca trovava la sua libertà d’espressione: molti ricorderanno i suoi baffoni e gli inseparabili Ray-Ban a goccia sugli occhi, quando girava mezza Europa al volante del suo Citroen Squalo e il Finn adagiato sul carrello. Visse un’epoca irripetibile e se la prese tutta.

Questo il ritratto che ne traccia Pietro, il secondo dei suoi tre figli: «Lo ricordiamo per la medaglia olimpica ma, se possibile, il quarto posto al mondiale Finn del 1972 ad Anzio fu la sua impresa più significativa. Forte fisicamente e abile tatticamente, papà era un tipo tosto che in regata non mollava mai». A 52 anni il 4 ottobre del 1995 se lo portò via l’unico vento che non potè domare. È trascorso mezzo secolo da quel bronzo nella baia di Acapulco; oggi scrutiamo le acque del lago e tra tante vele, d’istinto siamo portati a cercare la sua. In fondo le belle storie non muoiono mai”.

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