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A 86 anni vuole le Galápagos, l’incredibile storia di Alex Carozzo

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La passione per il mare, lo abbiamo raccontato tantissime volte, non ha età. E c’è chi, come Alex Carozzo, con i 90 anni all’orizzonte decide di partire ancora una volta per l’Oceano, dove in tempi passati si era sfidato con mostri sacri come Moitessier e Tabarly. Il viaggio non sarà in solitario e nella sua impresa sarà accompagnato da alcuni giovani che lo aiuteranno in questa ennesima navigata transoceanica. Un’occasione speciale per cui riproponiamo questo articolo in cui viene ripercorsa tutta la vita di questo mitico navigatore.

 

ALEX E IL PACIFICO
Alex Carozzo nasce a Genova nel 1932, ma si trasferisce a tre anni nella Serenissima, dove frequenta l’istituto nautico e l’Accademia navale per poi entrare nella Marina Mercantile come ufficiale di rotta. Negli anni ’40, intanto si era avvicinato alla vela per la prima volta frequentando la Compagnia della Vela di Venezia, salendo su Snipe, Star e 5.50. “Non sono andato a scuola di navigazione – racconta – quello che so, l’ho imparato da autodidatta. Le cose, per impararle davvero, bisogna farle; altrimenti finisci per commettere gravi errori”. È così Alex. Concreto nell’animo. Nel 1965 diventa il primo navigatore solitario italiano: attraversa il Pacifico, da Tokyo a San Francisco, a bordo del Golden Lion, una barca che si era costruito durante i turni di riposo e con attrezzi di fortuna nella stiva di una nave americana su cui era imbarcato, il Liberty. L’anno successivo è l’unico italiano a partecipare, sul trimarano Tristar, alla prima Traspacifica per multiscafi (da Los Angeles a Honolulu).

 

Alex Carozzo alla partenza del Golden Globe

Alex Carozzo alla partenza del Golden Globe

I RITIRI ALLA OSTAR E AL GOLDEN GLOBE 
Nel giugno del ’68 prende parte alla terza edizione della Singlehanded Transatlantic Race (la OSTAR) sul catamarano di 16 metri San Giorgio, da lui progettato e costruito, partendo con due ore di ritardo rispetto ai 34 avversari. La barca, a causa di difficoltà economiche risolte all’ultimo momento grazie all’intervento de “L’Espresso”, era arrivata a Plymouth non ancora perfettamente messa a punto. Nonostante sia indicato come uno dei favoriti, Alex è costretto al ritiro (a causa dell’urto con una balenottera al largo della Cornovaglia), sorte che condivide con un grande suo “contemporaneo”, Éric Tabarly. Non si perde d’animo, poiché nell’ottobre dello stesso anno è a Cowes, schierato sulla linea di partenza del Sunday Times Golden Globe Race, lo storico giro del mondo in solitario non-stop vinto da Robin Knox-Johnston dopo che Bernard Moitessier aveva abbandonato la gara facendo rotta sulla Polinesia per ritrovare, a detta sua, se stesso: “Nel ’68 ho ceduto il San Giorgio, assieme a un po’ di denaro, al cantiere di Uffa Fox a Cowes e in cambio mi è stato consegnato il Gancia Americano (il 20 metri progettato da Alex con cui ha preso parte al Golden Globe, ndr). Tutta l’attrezzatura di coperta, albero incluso, appartenevano al San Giorgio: ho armato un monoscafo di 20 metri con ciò che avevo recuperato da un catamarano di 16 metri. Alla prima uscita, miracolosamente, tutto era in bolla, la barca era un razzo”. Se la barca è a posto, lo stesso non può dirsi di Alex: “In Inghilterra ero da solo, freneticamente al lavoro sulla barca: ero sfondato di fatica, e come se non bastasse in precedenza ero stato operato di ulcera duodenale. Il limite massimo per la partenza della regata era intorno al 20 ottobre, per cui ho dovuto varcare la linea di partenza e rimanere 10 giorni fuori all’ancora a sistemare le ultime cose a bordo, nel gelo più totale”. Quando finalmente parte il 31 ottobre, assieme allo sfortunato Donal Crowhurst, che poi si suiciderà durante la regata, Carozzo sta male: “Non mi consideravo pazzo. Semplicemente, stavo facendo quello che volevo fare. I miei amici non condividevano la mia scelta ma sapevano che avrei portato la pellaccia a casa in ogni caso, anche a cavallo di un pagliolo”. L’avventura di Alex si conclude il 14 novembre, quando decide di ritirarsi facendo rotta verso Porto. Il navigatore veneziano forse non potrà vantare un palmares carico di vittorie e record internazionali: ma è stato il primo italiano a prendere parte alle più grandi regate del secolo (che allora sembravano essere all’esclusiva portata di inglesi e francesi), con imbarcazioni da lui progettate e, spesso, costruite.

UN ITALIANO ALLA CORTE DEI “GRANDI”
In quegli anni, Carozzo era circondato da vere e proprie leggende della vela quali i succitati Chichester, Moitessier, Tabarly, Knox-Johnston e Crowhurst. “Ho tradotto il libro di Chichester, mentre di persona l’ho conosciuto a Sanremo in una serata in cui nessuno parlava inglese (tranne me, che da bambino leggevo le riviste inglesi e con il vocabolario me lo sono imparato da solo) e volevano trascinarlo al Casinò: lui mi venne incontro chiedendomi di salvarlo”. Simpatico anche il siparietto che mi racconta su Donald Crowhurst: “Le uniche volte che l’ho incontrato, è cascato in acqua: a Cowes sono andato a trovarlo che era ormeggiato all’ancora, e nel scendere dalla barca al mezzo di supporto è caduto in mare. Un’altra volta la scena si è ripetuta. O all’epoca era già fuori controllo, oppure ero io a portargli sfiga. Ricordo che mi regalò uno dei primissimi radiogoniometri che produceva la sua ditta”. Ecco invece ciò che Alex pensa della presunta rivalità tra Bernard Moitessier e Robin Knox-Johnston (Moitessier sostenne che si era ritirato in Polinesia per ritrovare se stesso, mentre Knox-Johnston, dicono alcuni, dichiarò che in realtà lo aveva fatto perché aveva capito che sarebbe arrivato dietro dietro di lui): “Sono stronzate da giornalisti di poco conto. Bisogna levarsi il cappello dinnanzi a entrambi, così diversi tra loro: Moitessier era l’essenza del romanticismo e possedeva il dono della scrittura, Knox-Johnston proveniva, come me, dalla Marina Mercantile: era quindi l’incarnazione di un certo pragmatismo di stile britannico”. Meno entusiasta è del suo contemporaneo Ambrogio Fogar, che preferisce non commentare: “Mi son fatto del sangue marcio allora, non voglio rifarmelo adesso”.

Zent_BNIL LUPO (DI MARE) PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO
Nel 1989 Alex si toglie anche la soddisfazione di entrare nel mondo del cinema: non come attore, ma come “armatore”. Una sua barca viene infatti utilizzata nelle scene di mare del film “Nostos – Il Ritorno” di Franco Piavoli, una rivisitazione del mito di Ulisse che sorprese positivamente la critica. Le scene sono state in realtà girate sul lago di Garda, dove Carozzo, residente a Padenghe, vive da oltre 40 anni. Alex non si stanca mai: nel 1990 ripercorre la rotta di Cristoforo Colombo da Gran Canaria a San Salvador: 3.800 miglia in quaranta giorni, sette più del navigatore genovese, a bordo di Zentime, una scialuppa in vetroresina lunga 6 metri da lui recuperata in un cantiere di demolizione a Las Palmas e messa a regime in tre mesi di lavoro. L’armo è più che essenziale: il sartiame è cavo abbandonato da gru, il bompresso un tavolone di recupero, la tuga una cassa di legno di un metro cubo. Randa e fiocchi sono in cotone, cuciti a mano con l’aiuto di un materassaio. Non c’è motore, non c’è radio a bordo; anche le vivande sono razionate. Una forma di navigazione primitiva, un ritorno alle origini per Alex, che nel frattempo (lo indica anche il nome della barca, Zentime, letteralmente “il tempo della semplicità”) è diventato buddista. A bordo porta sempre con sé una statua, che lui chiama “Il Maestro”, con cui ha diverse conversazioni durante la navigazione. Questa avventura è narrata nel suo libro, Zentime Atlantico, edito da Nutrimenti.

L’ONDA GIGANTE E IL SOGNO DELLA MADRE
Non posso non chiedere ad Alex, che in mare ne ha passate di cotte e di crude, se si sia mai trovato in una situazione in cui ha rischiato di lasciarci la pelle: “Era l’ottobre del ’65 ed ero nel bel mezzo del Pacifico, quando venni investito da una depressione anomala, con il barometro che era andato improvvisamente giù. Si stava annunciando una burrasca senza precedenti. Preparai la barca al peggio, ammainando le vele, piazzando l’ancora di poppa e via dicendo. ‘Ci siamo’, mormorai tra me e me. Ero spaventato, ma poi mi sono tranquillizzato: ho pensato che alla fine, tutto quello che potevo fare per salvarmi l’avevo fatto. Non è che se al posto mio ci fosse stato un Tabarly o un Moitessier avrebbe potuto fare di più. Ciò che mi faceva rabbia, però, era pensare a come avrebbero reagito i miei amici alla notizia della mia morte: ‘Guarda un po’ l’Alex, ha fatto il cretino ed è andato giù come una pera’. È l’orgoglio del cavolo del marinaio: sentirsi vittima di un giudizio iniquo. Fortunatamente la tempesta passò, la barca resistette ai frangenti e io la passai liscia. Quando tornai a casa, mia madre e mia sorella mi raccontarono che il 16 ottobre entrambi avevano fatto un brutto sogno. Mia madre mi aveva sognato vestito con una palandrana nera e bisognoso di aiuto, mia sorella mi vide alla base di una grande montagna di sabbia che cercavo di raggiungerla in cima. Il 16 ottobre era esattamente la sera in cui venni investito dalla burrasca”. E adesso Alex, non ci resta che attendere la tua prossima “carozzata”.

1 Comment

  1. Marco Pellanda Venezia Gio 23 Ago 2018 ha detto:

    Beato te che “ti ga ancora morbin”
    Dai Alex.
    Marco

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