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Il “battesimo” di Alberto Bona: dodici anni fa la sua incredibile traversata (ispirata da Moitessier)

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Smartphone e tablet a bordo: APP…rofittane!
3 luglio 2018
Il mare si sta vendicando e ci rimanda indietro la plastica (dentro le cozze)!
3 luglio 2018

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Complici i 50 anni dal mitico Golden Globe che consacrò lo spirito libero di Bernard Moitessier, in questo periodo è Moitessier-mania. Vi abbiamo raccontato le storie di Andrea Fanfani, che partirà a breve per la “Longue Route”, e di Patrick Phelipon, anch’egli prossimo a partire sulla “Lunga Rotta”. Senza contare la freschissima partenza del Golden Globe del cinquantenario (a cui l’italiano Francesco Cappelletti non ha perso le speranze di partecipare).

Alberto Bona

IL SENSO DI ALBERTO BONA PER IL MARE APERTO
Ma Moitessier ha ispirato anche un’altra persona, nel lontano 2006. Oggi è un navigatore oceanico affermato, ma all’epoca era un ragazzo di vent’anni laureando in filosofia che decise di compiere la sua personale impresa. Alberto Bona, classe 1986 da Torino, sognando di emulare Moitessier si costruì una microbarca di 2 metri e mezzo, Semplice, e attraversò il Tirreno. Era nato un navigatore. Vi riproponiamo la bellissima storia raccontata in prima persona da Alberto stesso.

SOGNANDO DI EMULARE MOITESSIER
DA SOLO HO COSTRUITO UNA BARCA DI DUE METRI E MEZZO
E HO ATTRAVERSATO IL TIRRENO

Novembre 2006. Sto leggendo “Un vagabondo dei mari del sud” di Bernard Moitessier. Il navigatore francese racconta le sue esperienze a spasso per il mondo su una barca di legno di dieci metri. Non è solo un libro di mare che racconta un viaggio, è molto di più. E’ la prova che la felicità esiste e non è sempre dove l’uomo pensa di trovarla. E lui la cercava così, viaggiando su una barca a vela nei posti più belli della terra a contatto con la natura. La libertà del mare, immersi negli elementi, con persone tanto diverse e con una sola preoccupazione: vivere. Dopo un naufragio alle Chagos nell’Oceano Indiano, persa la barca, non si perderà d’animo e ne costruirà un’altra con le sue mani. Ed è allora che trovo delle radici nel cuore che non immaginavo. “Pensa, costruirti una barca e viaggiare per il mondo. Un sogno”. Semplice nasce così, da una visione. Voglio costruirmi una barca. Comincio a leggere libri su libri e scopro che la letteratura sull’argomento non manca. Ma a volte sono libri per chi la barca la sa già costruire e a volte per chi la barca non se la costruirà mai. A me sono serviti per ridimensionare un po’ le mie ambizioni iniziali. Decido infatti di partire da qualcosa di semplice. E sarà proprio questa parola a guidarmi nel corso della mia avventura. Come diceva Moitessier, “la filosofia del semplice… fare con quello che si ha”.

Mi presento, sono Alberto, ho 21 anni e una grande passione per il mare. Ho la fortuna di navigare e voglio che il mare diventi la mia vita. Allora ci siamo. Un “cantiere” ce l’ho, è un piccolo garage in città. Ho scelto un progetto di Dudley Dix, una deriva a spigolo di 2,5 metri. Trovare piani di costruzione non è difficile, anche su internet adesso c’è di tutto, il problema è piuttosto quale scegliere. Ma la scelta, per un “beginner”che deve prendere confidenza con materiali e strumenti, è quasi obbligata a piani che sfruttino il sistema cuci-incolla. Questo metodo di costruzione fece la sua apparizione in Gran Bretagna nel 1962 con il dinghy Mirror disegnato da Jack Holt. Consiste nell’effettuare i giunti tra le varie parti dello scafo con filo di rame e successivamente resinare le giunzioni con resina epossidica e fibra di vetro. La struttura sarà ulteriormente rinforzata da paratie, panche, gavoni ecc.

La prima impressione è che sia un metodo poco nobile e grossolano, ma che tuttavia permette di creare dei veri capolavori (o delle vere mostruosità). La precisione per esempio nel taglio del legno per le varie parti dello scafo è fondamentale, ne va di tutto il lavoro in quanto i pezzi dovranno combaciare perfettamente. Il “cantiere” in cui lavoro non è male. è un garage usato come magazzino e sul soffitto ci sono un sacco di tubi…delle fogne! Imparo a conoscere i ritmi biologici di tutto l’edificio…! Però non mi lamento: è già mio, e il vero affare è non pagare l’affitto, così posso lavorare con calma e senza l’ansia di finire. Certo non è la quiete all’ombra dei ciliegi che Joshua Slocum aveva scelto come luogo di costruzione del suo Spray. Raccoglieva di persona ogni pezzo di legno pensando già al posto che avrebbe occupato sulla barca.La ruota di prua era più solida di uno scoglio, ricavata “dalla parte più grossa del tipo migliore di quercia dei pascoli”. Alle Keeling salì su un reef e non si graffiò nemmeno. Altri tempi… io sono nel mezzo del traffico di Torino…

INIZIANO I LAVORI
Arriva il progetto per posta. Non ne ho mai visto uno in vita mia. Lo apro, comincio a studiarlo. Mi cattura. Penso solo che ho una voglia matta di comprare il legno e cominciare. All’inizio si è presi un po’ dallo sconforto, ma poi con un po’ di buona volontà tutto diventerà più chiaro. Si tratta di tracciare delle perpendicolari sul compensato marino da 6 mm, in modo da individuare i punti per tracciare le curve. Questa fase si chiama appunto “tracciatura”. Un incubo per molti, ma basta essere precisi. Dopo aver segnato i punti si mettono dei chiodini e con una sbarra flessibile si traccia la linea che servirà da guida per il taglio. Bisogna essere scrupolosi, direi il 50% della riuscita della barca dipende da questa prima fase. Con il progetto arriva una rapida spiegazione in inglese dei punti principali delle varie fasi di costruzione. Una guida molto sommaria ma estremamente utile.

LA RICERCA DEI MATERIALI
Febbraio 2007. Vado in cerca del legname, comincio a ordinare i fogli di compensato per tracciare le parti fondamentali dello scafo. Ho trovato sempre persone disponibili ad aiutarmi, soprattutto dopo aver spiegato a cosa mi sarebbe servito il legno. Comincio a tracciare in camera mia e a casa non ci possono credere. Controllo e ricontrollo un migliaio di volte le misure e finalmente il legno entra in “cantiere” per il taglio. Con il seghetto alternativo opero sul legno. La difficoltà sta nell’andare dritto seguendo le linee. Non poche imprecazioni ha dovuto sopportare il seghetto a cui rivolgevo veramente gli insulti più disparati. Ma poi con un po’ di piallatura tutto va a posto. Sono lavori che richiedono una virtù su tutte: la pazienza.

La carteggiatura ne richiede tanta. è un lavoro che necessita di tempo, puoi metterci tutta la forza che vuoi, ma non cambia niente. è una questione di passare e ripassare, bisogna raggiungere uno stato mentale particolare per non impazzire. A volte è meglio lasciar stare e tornare l’indomani. Mi è capitato di tirare tutto all’aria mentre i vicini venivano a chiedermi se andava tutto bene. Comincio a unire tutte le parti dello scafo. Per ora sono tenute provvisoriamente insieme da fili di rame. Le due fiancate, i due fondi e infine lo specchio di poppa. Che emozione vedere che la barca prende forma! Lavoro sempre, appena posso corro da lei. Resino tutte le giunture con l’epossidica e la fibra di vetro. Voglio che la barca sia solida: in ogni giuntura faccio una cordonatura di resina e sopra applico lo strato di fibra.

Ho un’idea fissa. Navigarci seriamente magari traversando fino in Corsica. Questa sfida mi attira e man mano che proseguo diventerà sempre di più il mio obiettivo. è piccola? Non fa niente, sarà solida e potrò fidarmi. Tutto viene fatto seguendo questi principi: solidità e semplicità. E anche il nome oramai è sicuro. Eravamo al mare con un’amica sdraiati sul ponte di una barca e non avevamo dubbi. La prima si sarebbe chiamata Semplice.

ALLA SCOPERTA DELLA RESINA EPOSSIDICA
Quando comincio a resinare le parti dello scafo ho a che fare per la prima volta con la resina epossidica. Non è difficile usarla, ma bisogna prenderci confidenza. L’impregnazione del tessuto di vetro è un processo che a mano è impossibile fare perfettamente. Anche qui imparo a lasciare “a vista” il tessuto, la resina non dove allagarlo ma deve restare visibile la sua “texture”. Questo permette di rispettare la proporzione “peso tessuto/peso resina” mantenendo le proprietà elastiche del fissaggio. Dopo un po’ di incollaggi si avrà la confidenza necessaria per procedere in tranquillità. Le due leggi da seguire sono non aver paura di sperimentare facendo delle prove e allo stesso tempo pensare dieci volte prima di fare qualcosa, sedersi e riflettere se si hanno dubbi. In questo modo si eviteranno molti guai. Con le resine epossidiche scopro che si possono creare stucchi, super collanti e si possono usare nel ciclo di pitturazione.

Insomma, si fa davvero di tutto! Semplice viene resinata su tutte le giunture fuori e dentro con all’interno fibra di vetro (tessuto da 160 g) 5 cm e all’esterno tessuto da 10 cm. Lo scafo ha gia la sua forma e sembra anche simmetrico! Semplice riceve le visite di amici, parenti e ragazze ammirati e anch’io comincio veramente a crederci… Possibile? Sta riuscendo veramente? Ce la farò? Confesso che a questa domanda avrò il coraggio di rispondere solo il giorno del varo, vedendola galleggiare come un piccolo cigno. Ho lavorato in un garage piccolo, dove ci stavamo a malapena io e Semplice e devo dire di aver perso la concezione della grandezza. Quando vidi uscire Semplice dal garage mi feci una risata piena di stupore: fu in quel momento che realizzai la vera dimensione della mia barca. Nel garage era diventata una nave.

Qualche giorno dopo stavo finendo l’installazione della scassa della deriva. Un punto veramente delicato che direi è l’altro 50% della riuscita della barca. Viene bene e tiro un lungo sospiro di sollievo: sembra dritta e la panca mi piace molto con i suoi listelli di mogano come rinforzo. Ora devo fare una cosa che mi pesa tanto. Devo bucare lo scafo sul fondo per fare il buco della deriva. Vuol dire che bisogna prendere il seghetto e fare un buco sul fondo della barca e devo essere preciso. Tanto mi preoccupa che fremo e voglio farlo subito. Forse pagherò cara questa impazienza. Devo girare la barca e da solo è un po’ acrobatico, il rischio di fare un danno è alto e di solito mi faccio aiutare da chi c’è.

Ma questa volta ho fretta di finire questa parte fondamentale del lavoro. Decido di farlo da solo e … SBAM! No! Merda! Non ci posso credere: Semplice cade dai cavalletti e prende una botta su quel suo musetto da neonata. Resto due minuti paralizzato: sono un idiota e un vigliacco, non riesco ad andare a vedere… Dopo essermi ricoperto di insulti prendo coraggio… ma Semplice è forte. Mi ha perdonato. Solo una piccola crepa nella resinatura. Parlerò a lungo con me stesso, mi farò lunghe prediche…

Arriva l’estate e il lavoro e il piacere chiamano. Interromperò i lavori tre mesi. Intanto Semplice aspetta da brava mentre io non smetto di pensarla. I lavori riprendono a ottobre inoltrato. Non riesco a dedicarmici quanto vorrei e si avanza poco, ma in due mesi riuscirò a finirla. Costruisco la panca di prua dove passeranno l’albero e la sua scassa. Quando cerco di inserire la panca sulla paratia di prua mi accorgo che non entra. è troppo grande. Panico. Controllo le misure e sono giuste. Niente da fare, è proprio cosi, Semplice è venuta più stretta a prua e la panca non ci sta. Sul momento lo sconforto. Ma con una limata tutto va a posto e anzi, la forma affilata della prua rispetto al progetto le darà un aspetto slanciato e particolare. La scassa è di mogano massiccio con un supporto di compensato dove verrà appoggiato l’albero. Fabbrico i collari per l’innesto: due sopra la panca e tre sotto per impedire che esca dalla sede.

La scassa è centrale? L’inclinazione dell’albero sarà giusta? Per ora le mie verifiche sono state fatte con un manico di scopa perché l’albero non c’è ancora, ma sembra a posto. La struttura verrà rinforzata ancora dei corsi di cinta che mi costeranno parecchio, più che altro per il numero di morsetti necessari. Ai primi di dicembre Semplice viene messa sul tetto della macchina e portata a casa al caldo per la verniciatura. Intanto ho tante idee per l’armo velico, su cui non farò economie. Guardo Semplice appoggiata su tre gomme in garage. Ce l’abbiamo quasi fatta. Oggi comincio a verniciare il timone. Anche questo è particolarmente “custom”. L’ho trovato in Spagna abbandonato su un’isoletta a Port Mahon, era tutto malandato ma con il restauro è tornato come nuovo.

La verniciatura, pensavo, sarà una cosa veloce. Mi sbagliavo, richiederà tanto lavoro. I primi tentativi sono disastrosi, uso l’epossidica che fin qui non mi ha mai dato problemi. Ma fa le bolle. Dovrò scomodare tanti Mastri costruttori per trovare una spiegazione. Alla fine sarò costretto a cambiare resina e tutto andrà bene. Grazie al consiglio di un vero “Mastro”, Semplice è ora tutta ben impregnata di epossidica e con due mani di smalto bicomponente sarà perfetta. Scelgo il rosso per lo scafo (in onore del Joshua, la barca di Moitessier) e il bianco per l’interno. è finita ed è bellissima. Passo segretamente le ore dentro il garage, seduto sulla panchetta immaginandomi “il giorno”. Cerco di vedermela scivolare sull’acqua e spero tante cose… Scelgo un albero da windsurf in carbonio e un boma d’alluminio ricavato da un profilo di avvolgifiocco di un 40 piedi. La vela viene ordinata in Mylar con tre stecche e irrobustita sulle cuciture. Tutta l’attrezzatura viene scelta senza badare a spese… alla fine il conto è salato. Ma penso che Semplice si meriterà tutto questo.

SI AVVICINA L’ORA DEL VARO
Il primo varo è in giardino: viene armata completamente per provare l’attrezzatura. Tutto bene. La deriva scorre, il timone è in asse, le manovre funzionano. Fra qualche giorno in acqua!! Il varo è una giornata indimenticabile. La partenza è prevista per le otto di mattina di sabato 26 gennaio. Siamo due equipaggi: io e la mia ragazza, il mio babbo e mio fratello. Sono le otto e sono già in ritardo. L’appuntamento è alle otto e mezza sotto casa della mia ragazza, destinazione Imperia. Semplice è sul tetto legata come un salame. Sono sotto casa, nervoso. Penso che non vedo l’ora di vederla galleggiare, ho la testa piena di “ma se…”. Ok ci siamo, arriva e partiamo. Dai, devo stare tranquillo. Mi dice che dobbiamo aspettare suo padre. Oh no, dai andiamo!

Faccio per partire e… Bam! Ecco suo padre… Si fa la fiancata e io un bozzo davanti. Eh sì, mentre io partivo lui stava arrivando e ci siamo urtati. Cominciamo molto male, pessimo presagio. In macchina si litiga. Poi, magicamente, come un’energia arrivata da chissà dove, tutto comincia a scorrere liscio come l’acqua sotto la carena di Semplice. Galleggia proprio come un piccolo cigno, in una bonaccia totale, poi si alza una leggera brezza e tiro i primi bordi. Ascolto l’acqua scivolare sotto Semplice e provo una gioia immensa. Lo sciabordio contro lo scafo mi porta in un’altra dimensione. La dimensione dei sogni per cui in fondo vale la pena vivere. Tutte le ore passate a tagliare, carteggiare, stuccare e verniciare, i momenti di abbattimento, le ore piccole con pennelli in mano, tutto è cancellato. Tutti i debiti sono saldati. è stabile, equilibrata sotto vela e veloce.
Facciamo tutti un giro e dopo spruzziamo di champagne la piccola creatura che riposa soddisfatta sulla sabbia. Il giorno dopo con 15 nodi di vento la metterò alla prova. Grandi planate. Il Gps che mi porto dietro dice 6,5 nodi di velocità. Non c’è più dubbio: Corsica stiamo arrivando!

IL SOGNO SI AVVERA: SI PARTE DA LA SPEZIA PER LA CORSICA
Immerso nel buio cerco di tirarmi su il morale, il vento tornerà. Ho perso la dimensione del tempo, non so da quante ore dura questa bonaccia. Tutto è nero, il cielo, il mare, i miei pensieri. Osservo il mare e penso quante centinaia di metri d’acqua nera ci separano dal fondo, dalla terra. Si leva un soffio e ripartiamo. Semplice riprende il cammino immersa nel piombo, fuori rotta. Sto bene, un po’ stanco e indolenzito. I sensi riacquistati mi invadono di odori, rumori e sensazioni. Sembra che il mare stia respirando…il mare che respira, no un attimo, non è possibile. Respiro più forte. Ancora più forte. Sono quasi sopra a qualcosa che sta respirando. Non può essere…merda! Una balena.

Ricordo di avere virato immediatamente dirigendomi verso la barca appoggio. E ricordo anche la sensazione particolare di aspettare, senza poter fare niente, il colpo dell’amica indesiderata. Sono vicino alla barca appoggio, sento il rumore del motore che parte. Hanno capito, cercano di svegliare la balena. Ricordo molto bene il rumore dell’acqua che frange come se ci fosse uno scoglio in mezzo al mare. I respiri si allontanano, è andata. Intanto di nuovo bonaccia.

Mi sdraio, non c’è niente da fare. Vengono a farci visita anche i delfini. Saltano come pazzi spezzando il silenzio della notte. Non ci sono dubbi, ci siamo imbucati alla festa del mare.

LA TENSIONE PRIMA DI PARTIRE
La sfida comincia venerdì 25 aprile. I preparativi comprendono principalmente la barca e l’equipaggiamento per la traversata. Partenza da La Spezia arrivo in Corsica, 70 miglia con una deriva di 2,5 metri. Semplice viene preparata in versione “oceanica”. Viene costruita una nuova scassa dell’albero più robusta e sicura, all’interno vengono date due mani di vernice antisdrucciolo per non scivolare. Vela rinforzata e… basta, non c’è tanto altro da fare. Sono in contatto con i meteorologi di Meteomed che mercoledì confermano l’alta pressione per i prossimi giorni. Giovedì siamo al mare per gli ultimi preparativi. L’attenzione dedicata ai dettagli non mi permette di fermarmi a pensare e il giorno dopo, verso le due di pomeriggio, la diga foranea di La Spezia scompare lentamente.

Non ho avuto tempo di preparare me stesso ma non importa, siamo partiti e il resto non conta più. La costa si allontana, camminiamo bene, 3 nodi di media con 6/7 nodi al traverso da W. La bussola sulla panchetta di prua segna 180 gradi stabili, voglio fare rotta su Gorgona per poi piegare sulla Giraglia. Il vento tiene, Semplice traccia la sua scia e io sto benissimo. Mi godo questo momento, mangio una buona barretta energetica e mi concedo un bisogno fuori bordo. I pantaloni della muta non hanno una cerniera, in effetti questa operazione risulterà essere più acrobatica del previsto… Penso a come sarà la notte, se il vento terrà e se riuscirò a non sentire troppo la stanchezza.

Il sole comincia a scendere sull’orizzonte e il vento rinfresca, sarà l’ultimo sbuffo prima della calma…? Ahimè, sì. Verso le nove di sera Semplice ha percorso 20 miglia nautiche e il vento molla completamente. Con una bavetta ci trasciniamo lentamente, intanto scende il buio pesto. Mi guardo intorno e vedo solo nero, con la torcia illumino la vela per segnalarmi. Siamo fermi. Per fortuna c’è un mezzo nodo di corrente che ci fa scarrocciare nella giusta direzione. Verso l’una un soffio d’aria ci permette di muoverci, anche se nella direzione sbagliata. Torna un po’ di visibilità e intravedo le luci di Livorno in lontananza. L’incontro con la balena avviene alle due di mattina.

La scarica di adrenalina è difficile da smaltire e anche quando si allontana il ricordo è particolarmente vivo. Cerco di riposarmi, non vale neanche la pena sprecare energie al timone. La bonaccia dura fino alle tre e mezza quando compare la luna e si alza una bava di vento da Est. Ci mettiamo di nuovo in marcia. Visibilità buona, nuvole in diminuzione, temperatura in aumento e il primo chiarore del giorno rialzano notevolmente il mio umore. Sono le sei e le luci scacciano questa notte capricciosa. La vista di Gorgona mi infonde fiducia e ottimismo, il vento aumenta e Semplice vola. Gorgona sfila velocemente con questa brezza da E – N/E che a volte rinforza fino a 12/13 nodi. Teniamo 5 di media, è quel grecalino previsto. Sono passate 20 ore circa dalla partenza, adesso è una “regata” contro il tempo. Mancano 30 mn e sto bene, abbiamo ancora tutto il giorno davanti. Il vento non molla e Semplice parte in surf sulle onde allungando la scia. Direzione Est, rotta 200. Velocità 4/5 nodi, in planata anche più. Il sole è alto e la brezza comincia a girare.

Prego in silenzio che il vento non giri con il sole, invoco con tutte le mie forze gli Dei del mare e del vento, ma non c’è niente da fare. Inesorabilmente il vento comincia a girare sempre più in prua proprio quando la Corsica sembra ormai vicina. Avrei dovuto immaginarlo, dovevo stare più alto per permettermi di scadere ora. è l’una di pomeriggio, comincia a fare caldo e il vento molla di nuovo. 8 miglia dalla Giraglia con 2/3 nodi di vento sul naso. Il morale scende in picchiata. Il mare è appena increspato dal poco vento, Semplice non riesce a risalire il vento.

Tiro un bordo in fuori, la barca comincia a muoversi bene. Riesco a fare 2 nodi con un angolo accettabile. Quando viro mancano 15 miglia. Il sole comincia la sua discesa sull’orizzonte ma non voglio guardare l’ora. Faccio camminare Semplice più che posso, il vento è al traverso e punto la Giraglia ora a 9 miglia. Sta rinfrescando e corriamo di nuovo a 3 nodi. La stanchezza comincia a farsi sentire dopo 30 ore di navigazione. Ogni miglio guadagnato mi riempe di felicità, il vento rinfresca ancora a 13 nodi e noi voliamo dritti sulla meta.

Al tramonto mancano solo più 3 o 4 miglia alla terra, ma mi rendo conto che siamo arrivati. Il sole va giù e il vento lo segue. Siamo di nuovo fermi e so che il vento non tornerà. Dopo 32 ore la stanchezza ha il sopravvento e sento che è giusto così, non devo rovinare tutto. Prendo la difficile decisione e faccio un cenno alla barca appoggio che mi trainerà fin dentro al porto di Macinaggio. L’avventura si chiude qui, come previsto. Mi affianco alla barca appoggio e smontiamo Semplice. Salgo in coperta e la stanchezza arriva di colpo. Mi balla tutto, abituato ai movimenti nervosi di Semplice mi sento uscito da una lavatrice. La issiamo in coperta e penso solo a come si è comportata bene e che sono felice. Domani c’è tempo per tutto il resto.

Alberto Bona

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