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I “millennials” navigano in 3D: la vela sta cambiando e noi pensiamo ai parabordi

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Margherita Porro, classe 1999, campionessa del mondo di 29er in coppia con Sofia Leoni, si diverte a volare sul Moth

A volte girovagando sulle tante pagine social dedicate ai velisti, leggendo i post, mi viene da pensare: “la vela sta cambiando forse in maniera definitiva e il velista medio, ignaro, me in primis, continua a pensare a quanto è larga la cucina, al tendalino, al rollaranda e al parabordo”. Acida ironia a parte, un processo di cambiamento importante è in corso e interessa la tecnologia, il design, la terminologia e il modo stesso di andare a vela. Ce lo ha spiegato tra le righe Philippe Briand (LEGGI QUI), che si dice sicuro che un certo design e la tecnologia che vediamo nel mondo delle regate come la Coppa America, ma non solo quello, presto potrebbe essere su dimensioni più normali.

Non importa se questo processo ci piaccia o meno, ma esiste e occorre analizzarlo non stigmatizzarlo, anche perché coinvolge in larga parte le nuovissime generazioni. Insomma molto presto vostro figlio, che fino a ieri si accontentava tranquillamente dell’Optimist, ma che probabilmente si diverte a girovagare su youtube, potrebbe presentarsi da voi e chiedere: “Papà anche io voglio volare con la barca a vela”.

Il futuro della vela sono le nuove generazioni, i cosiddetti “millennials”, ovvero coloro che sono nati dall’inizio degli anni ’90 ai primi del 2000. E le nuove generazioni sono irresistibilmente attratte dalla velocità, dall’adrenalina, dai foil e da tutto ciò che c’è intorno. Una prova? Basta farvi un giro su Instagram a curiosare sui profili dei giovanissimi velisti delle classi olimpiche nel giro della nazionale, ma anche di velisti comuni nati dalla fine degli anni ’90 in poi, e vi accorgerete che tutti per diletto stanno provando a volare sui foil con i Moth, i Waszp o le tante altre “barchette” volanti di questo universo in espansione. Facciamo due esempi a caso, Margherita Porro e Jana Germani, stelline del 420 e del 49er azzurro, entrambe classe 1999, nel tempo libero si dilettano nel “volo”.

La vela sta cambiando, in maniera incontrovertibile e probabilmente in modo irreversibile, occorre rendersene conto. Probabilmente tra 10-15 anni le future generazioni di velisti non ragioneranno più semplicemente con il classico orza/poggia ma saranno veri e propri velisti su tre dimensioni. Forse starete pensando che l’autore di questo articolo stia soffrendo di allucinazioni, ma vi assicuriamo che non è così, è un processo già in corso.

ORZA/POGGIA VUOL DIRE POCO

Parlate con uno di questi giovani velisti ormai abituati a volare anche sui foil. Un tempo se affermavamo naviga “alto e lento” o “baso e veloce” era chiaro cosa si intendeva: alto significava molto orzato e viceversa. Oggi il lessico sta cambiando, con altezza si intende ormai anche a quale distanza dalla superficie dell’acqua far volare la barca. In pratica si ragiona non più sulle due dimensioni ma sulle tre, stiamo a tutti gli effetti parlando di velisti 3D. Lo sanno bene i ragazzi azzurri del Nacra 17 che, formati sulle derive o i multi classici, hanno dovuto imparare in fretta una modalità di conduzione della barca completamente differente.

Ruggero Tita e Caterina Banti. Foto Giuffrè

Il KITE SURF IN 3D

E attenzione, la visione in 3D dello spazio e della conduzione del mezzo è una cosa che accomuna anche un’altra disciplina vicina alla vela, anzi adesso a tutti gli effetti riconosciuta come sport velico e inserita nel programma olimpico di Parigi 2024: il kite surf. Ebbene si, avete mai provato a salire su una tavola da kite e manovrarne la sua vela? Muovendo i piedi sulla tavola si gestisce la direzione rispetto al vento, con il circuito di cavi si gestisce invece l’altezza del volo della vela: in maniera semplicistica, più la si richiama verso il basso più si cerca potenza, più la si mette in verticale su di noi e minore sarà l’incidenza rispetto al vento. Anche qui insomma si lavora su 3 dimensioni ed è quasi inutile dire che il kite sia una delle discipline acquatiche amate dai più giovani e non solo da loro.

UN PROBLEMA PER LE SCUOLE DI VELA

Come ci ha raccontato anche l’amico Francesco Bertone che dopo tanti anni trascorsi sulle classi olimpiche, poi sulle barche d’altura (a proposito complimenti per la vittoria della combinata della Giraglia 2018 sul GS58 Leaps&Bound), oggi si è lanciato da autodidatta sul piccolo foiler Waszp: “Da un punto di vista tecnico è come ricominciare da zero su queste barche”, un salto che per i più giovani è ovviamente molto meno traumatico. “Sulle barche tradizionali tutte le manovre iniziano dal timone e poi il resto arriva di conseguenza. Sui piccoli foiler è tutto al contrario. Di bolina per esempio navighi in volo più o meno alto a seconda delle condizioni, ma portando sempre la barca sbandata sopravvento. Quando pensi di virare prima sposti il corpo e poi tocchi il timone. Pensiamo alla virata con rollata tipica delle derive come il 470, 420 o anche i singoli: si da il colpo di timone e quando hai la barca quasi addosso sposti il peso sull’altro bordo. Ecco su un Moth o un Waszp si fa esattamente al contrario, perché se prima muoviamo il timone e restiamo fermi col peso la scuffia è assicurata“. Come si può vedere nei video che seguono sul Waszp di Francesco i movimenti in alcune fasi sono “controintuitivi” per chi è abituato alle derive o alle barche classiche.

A cambiare non è quindi solo la terminologia e la percezione dello spazio alla quale ci riferivamo sopra, ma anche la tecnica di base. In pratica tra qualche anno ci saranno atleti che hanno imparato ad andare a vela già in modalità foil e parleranno un linguaggio tecnico completamente differente da quello nostro.

Questi velisti tra 10-15 anni saranno adulti e magari penseranno di comprare una barca a vela più grande ma, per quanto riguarda il panorama attuale, non troveranno nulla che possa corrispondere alle loro caratteristiche e alla loro percezione. Le barche di grande serie, anche le sportive, sono infatti, pur con sfumature diverse è ben inteso, impostate tutte sullo stesso schema: volumi interni XXL, manovre semplificate e navigazione dislocante. Niente a che vedere con il nuovo DNA dei Velisti 3D. Appare chiaro che ciò non significhi che tra 10-15 anni i cantieri debbano produrre solo barche volanti, sarebbe una follia solo pensarlo o sostenerlo. Ma alla produzione tradizionale, che continuerà ad avere il suo indubbio seguito, dovrebbe poter trovare spazio e successo anche un approccio nuovo. Ovviamente per i grandi cantieri ciò comporta una cosa non conveniente nel breve periodo: investimenti in ricerca e tecnologia, ma da sempre la lungimiranza e l’innovazione fanno la differenza in tutti i campi.

Un approccio che ovviamente non riguarderà solamente i cantieri ma dovrà partire dal basso, a cominciare dalle scuole vela che già adesso in alcune zone d’Italia, soprattutto sui laghi dove vedere navigare i foiler è ormai normalità, si stanno riorganizzando in questo senso. A tal proposito vi segnaliamo dal 28 giugno al 1 luglio un evento sul tema, diventato ormai un classico con tappe anche a Miami e a Sydney, chiamato Foiling Week. Un appuntamento imperdibile per tutte le “menti foilanti” che troveranno lì la possibilità di regatare, ascoltare gli specialisti e muovere i primi passi in volo con tecnici specializzati.

In conclusione e ritornando all’incipit del nostro articolo, per i motivi che abbiamo provato a illustrare, Philippe Briand ha una visione lucida e realistica della realtà. Il suo focalizzarsi sulle nuove generazioni, pensando che la nuova Coppa America sia un veicolo importante per portare una ventata di aria fresca al mondo del design nautico, non è di per se un’idea rivoluzionaria ma è semplicemente in linea con quello che sta succedendo.

Mauro Giuffrè

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