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Juan K e il battito d’ala del genio: dal Krazy K-Yote II al ClubSwan 36

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Il nostro racconto parte da un salone di Saint Tropez griffato Nautor’s Swan. Sono presenti giornalisti, armatori, uomini d’affari, personalità importanti del mondo dello yachting. Sono distratti, chiacchierano in maniera frivola, bevono vino. Davanti a loro c’è un uomo dalla chioma lunga brizzolata, alle sue spalle uno schermo proietta i disegni di una barca. A un certo punto quest’uomo perde la pazienza ed esclama: ” Per favore signori, sono certo che il vostro vino sia molto buono, ma questa barca sarà decisamente meglio“.

L’uomo si chiama Juan Kouyoumdjian, classe 1971 nato in Argentina, ed è, per distacco, di gran lunga il progettista più innovativo che la nautica abbia visto negli ultimi decenni. Ha appena presentato una barca che potenzialmente potrebbe rivoluzionare il modo di andare a vela, il ClubSwan 36, e giustamente pretende attenzione. Cambiamo scena, con un flashback lungo 20 anni.

BANANA REPUBLIC

Ci spostiamo a Cowes, Isola di Wight, siamo a due giorni dall’inizio dell’Admiral’s Cup 1999, quella che un tempo era la più importante regata d’altura per nazioni, un vero e proprio mondiale che nel suo menù aveva la regata mito del Fastnet. Juan Kouyoumdjian ha disegnato per il team francese una delle tre barche della squadra, l’IMS 50 Krazy K-Yote II (le altre due barche previste dalla regata erano i monotipi Mumm 36 e Sydney 40). Il Krazy K è una barca che potremmo definire “fuori di testa”.

Il Krazy K-Yote II. Si nota il profilo dell’albero alare sorretto solo dalle sartie volanti.

Ha un albero alare auto portante, senza crocette, passante, che si regge solo grazie a delle murate molto alte e a un complesso sistema di sartie volanti che oltre alla flessione ne regolano la torsione. Juan K ha studiato il regolamento IMS e ha notato che non prevede una casistica su un albero simile, ha trovato in pratica un buco del sistema e sa che i sistemi di calcolo non possono penalizzare sul rating questa barca, semplicemente perché non hanno immaginato che qualcuno possa inventarsi un albero simile. Nel warm-up della regata con vento medio e acqua piatta Krazy K-Yote II si rivela veloce come un colpo di fucile oltre che ultra competitiva in tempo compensato.

Il piano velico del Krazy, si nota la tripla serie di volanti e il retriver sulla volante bassa ricomparso sul ClubSwan 36

Il veterano dei giornalisti velici Bob Fisher definisce il Krazy come la barca a vela più rivoluzionaria dopo Australia II. I big team tremano, gli armatori italiani Pasquale Landolfi e Paolo Gaia presentano una protesta di stazza ufficiale. L’ORC vacilla, Juan K sostiene di avere sottoposto molto tempo prima il caso a Nicola Sironi (capo stazzatore ORC) e di avere avuto il via libera, ma nessuno si aspettava da un ragazzo di 28 anni una barca così competitiva e rivoluzionaria. Alla fine avviene il pasticcio: l’ORC ammette alla regata la barca francese ma le assegna un nuovo rating, molto penalizzante, la protesta dei francesi è furibonda: l’armatore Ortwen Kandler decide di ritirare la barca dalla competizione. Un furioso Juan K sulle banchine di Cowes definisce l’IMS come “Banana Republic“, ma nel momento stesso che pronuncia quelle parole diventa uno dei progettisti più famosi al mondo.

Vent’anni dopo quell’episodio, un pezzetto di Krazy K-Yoye II rivive nel ClubSwan36. Forse in pochi lo hanno notato, impegnati a sorseggiare del buon vino alla presentazione della barca, ma nel disegno del piano velico del nuovo 36′ firmato JuanK e Nautor c’è un particolare decisamente “Krazy”. Un retriver della volante che servirà, molto probabilmente, a provocare la torsione dell’albero, proprio come sull’IMS50. Da Krazy K-Yote II al ClubSwan 36, il genio perde il pelo ma non il vizio. In mezzo c’è una storia fatta di incredibili successi, come le tre Volvo Ocean Race letteralmente dominate dai suoi progetti, e clamorosi tonfi, come la scuffia di Rambler 100 al Fastnet del 2011 dopo la perdita della chiglia o il tragico incidente di Artemis a San Francisco nel 2013. Impossibile giudicarlo in maniera neutra, o lo si ama o lo si detesta. Ma una cosa è certa: Juan K non ha mai disegnato nulla di banale. Le barche comuni non hanno mai fatto la storia di nulla, quelle geniali nel bene e nel male la fanno sempre.

IL CLUB SWAN 36

Vi abbiamo parlato del concept generale del Club Swan 36 (QUI), il one design appena presentato a Saint Tropez da Nautor, ma le peculiarità della barca ideate da Juan kouyoumdjian meritano un ulteriore approfondimento tecnico.

Grazie anche a un interessante spunto offerto in un video tecnico da Vittorio D’Albertas e Pietro Pinucci di Quantum Sails Italia, ritorniamo ad analizzare nel dettaglio le caratteristiche di questo progetto.

I FOIL

Partiamo dal dato più eclatante, i foil a C. Si tratta di un’appendice unica, un semicerchio, che scorre dentro la barca in quello che realisticamente sarà un compartimento stagno. Un po’ in controtendenza rispetto al momento, quest’appendice sarà forse più efficace di bolina che in poppa. La sua immersione sottovento sarà ovviamente variabile in base all’andatura e all’intensità del vento.

Nelle immagini che ha presentato il cantiere si evidenzia che di bolina, probabilmente con vento medio, l’appendice andrà in completa immersione.  In questa situazione la C sarà completamente esposta all’acqua e fornirà una doppia funzione: opposizione allo scarroccio e spinta verticale. Ma c’è di più, secondo quanto ha confermato anche lo stesso Juan kouyoumdjian in occasione della presentazione a Saint Tropez, la forma dei foil e la possibilità di regolarne l’angolo di attacco, annullerebbe completamente lo scarroccio o addirittura lo farebbe diventare negativo, ovvero uno scarroccio sopravvento. Ciò implicherebbe prestazioni di bolina sensazionali, anche perché le appendici non sono l’unico elemento innovativo.

ALBERO E VOLANTI

Il particolare piano velico del nuovo Club Swan 36. Si nota un “richiamo” della volante all’altezza della crocetta.

Osservando il disegno del piano velico diffuso si nota l’albero a un solo ordine di crocette e le volanti che però mostrano chiaramente un elemento particolare, quello che sembrerebbe un retriver della stessa volante. Una volante che lavora all’altezza dell’attacco del gennaker, con un retriver che ha un attacco all’altezza della crocetta. A cosa serve? In sede di presentazione Juan K lo ha definito come “Qualcosa di complesso da spiegare in questa sede“, ma ha precisato che il rig “sarà molto versatile per permettere di adattarsi a un differente ventaglio di situazioni“. Un albero capace di una flessione molto importante quando sarà necessario depotenziare il piano velico, il che implica anche rande con un giro d’albero (ovvero quella porzione di vela che eccede rispetto alla direttrice verticale penna-mura) significativo, e con la possibilità concreta di lavorare in torsione.

Da cosa lo evinciamo? Il retriver della volane è un indizio importante. Se il tiro della stessa fosse solo sulla direttrice prua-poppa il retriver avrebbe poco senso o addirittura sarebbe controproducente.

Il disegno del ClubSwan 36 visto da poppa, si nota l’attacco delle volanti molto esterno sullo specchio di poppa.

Ma l’attacco delle volanti sembra essere nel bordo estremo dello specchio di poppa, la volante lavorerebbe quindi in diagonale, con un angolo di quasi 45 gradi rispetto all’asse prua poppa della barca. Questo di per se fa già si che l’albero nella parte alta abbia un minimo di torsione, ma inserendo un retriver che insiste all’altezza della crocetta, ovvero circa a metà albero, ecco che la torsione potrebbe interessare una porzione consistente del profilo. Torsione che aumenterebbe il twist della vela, conferendo quindi un angolo di incidenza maggiore alla randa. In pratica sarebbe una riserva di potenza non da poco quando la barca naviga in condizioni di vento medio o leggero. Il retriver infatti dovrebbe essere regolabile e in linea teorica con vento molto forte dovrebbe diminuire o perdere del tutto la sua funzione.

In attesa di vederlo navigare, e la curiosità è enorme, una cosa è certa: Juan Kouyoumdjian sconosce la banalità.

Mauro Giuffrè

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