Vela olimpica: quando i “soloni” delle Federazioni non capiscono nulla e un “vichingo” si arrabbia

Un momento delle regate del CICO 2018

Vela olimpica, gioie e dolori del nostro sport. Prendendo spunto da un intervento molto interessante su Sailing Anarchy di Jonas Høgh-Christensen, finnista danese gloria olimpica tre volte medaglia d’argento nelle epiche sfide contro Ben Ainslie, riportiamo sulle nostre pagine una riflessione che in queste settimane è stata molto dibattuta dai media e dagli appassionati del nostro sport: il futuro della vela olimpica. Si fa un gran parlare di classi, vecchie e nuove, discutendo di cosa si possa fare per rendere più spettacolare e appetibile la vela olimpica.

Christensen si concentra sui punti evidenziati da World Sailing come cruciali per raggiungere gli obbiettivi futuri della vela olimpica, e in particolare:

1 – Raggiungere l’uguaglianza di genere a un evento a livello di atleta
2 – Avere almeno 2 o 4 classi miste
3 – Offrire il miglior valore possibile al Comitato olimpico internazionale (CIO) e ai Giochi olimpici
4 – Garantire che uomini e donne di diversi fisici abbiano l’opportunità di competere
5 – Include eventi ed eventi universali che mostrano l’innovazione della vela e dimostrano la diversità di questo sport

Tutti punti teoricamente “nobili” e sui quali c’è in fin dei conti poco da discutere. Ma Christensen, giustamente, sottolinea le possibili contraddizioni di questo piano: “Manca tra gli obbiettivi quello di aumentare la partecipazione alla vela olimpica con una linea rossa che parta dai bambini e arrivi alle olimpiadi“. E poi continua: “La vela è epica, come durante gli ultimi europei Finn, grazie alla scelta del luogo.  Metti qualsiasi classe in +15 nodi, sole e onde e sembra epica. Facciamo l’opposto e ogni nuova classe high-tech sembra noiosa. Ma perché non ci occupiamo dei luoghi?“.

La mente così corre subito alle Olimpiadi di Rio, con scelte logistiche “tragiche” con i Nacra a regatare dentro la baia dove il vento era debole e ballerino ma c’era la copertura televisiva, e i Finn e i 470 fuori dalla baia con 25 nodi e 3 metri d’onda ignorati da tutti i media. Si potrebbe concepire una scelta peggiore di questa? E ancora, approdando agli eventi di casa nostra: pensiamo al CICO di Ostia del 2017, dove con 15-20 nodi di vento era impossibile, e pericoloso, uscire dal porto e non si poteva regatare. Confrontiamolo con quello di Genova del 2018 (GUARDA QUI LE FOTO SPETTACOLARI), dove è bastata una giornata di Tramontana per mostrare a tutti quanto possa essere spettacolare anche solo un campionato italiano di classi olimpiche, se organizzato nel posto giusto (E fra l’altro Genova dal punto di vista meteo non è assolutamente il top che possa offrire l’Italia). E allora forse più spesso la parola dovrebbe toccare ai velisti, che sanno bene cosa vogliono e cosa è meglio per loro.

La lucida riflessione di Christensen va però molto oltre, fino al nocciolo del problema. “Essendo originario della Scandinavia, sono assolutamente favorevole all’uguaglianza di genere, ma è fondamentale non solo mirare all’uguaglianza di genere a livello olimpico, ma anche adottare misure che, in misura più ampia, ispirino le donne a unirsi al nostro sport. Con la configurazione proposta da IOC per il 2024 dovremo seguire un’esecuzione dall’alto verso il basso di questa strategia, si dovrebbe invece produrre un piano chiaro su come assicureranno più donne marinai nello sport. Oggi 1 su 5 marinai sono donne”. Imporre le classi miste per aumentare il numero di donne sembra quasi come mettere le quote rosa in parlamento. Il problema della partecipazione femminile alla vela non si risolve assicurando alle donne dei posti, ma andando alla radice del problema, ovvero all’accessibilità delle ragazza a questo sport e soprattutto alla diffusione capillare di questo sport fin dall’età della formazione, così come avviene al mondo solo in alcuni paesi.

E infine il danese, da grande finnista qual è stato, si concentra su una grande contraddizione dei punti programmatici di World Sailing: Garantire che uomini e donne di diversi fisici abbiano l’opportunità di competere. Negli anni sono state escluse classi come Soling e Star perché considerate mediaticamente poco spettacolari. Adesso anche il Finn sembra rischiare la stessa fine. Ma allora se sono un velista alto più di 1,85 cm con un peso adeguato alla mia altezza e determinato da una probabile importante massa muscolare, le olimpiadi mi sono precluse? Ma World Sailing non aveva detto che occorreva: Garantire che uomini e donne di diversi fisici abbiano l’opportunità di competere? 

Mauro Giuffrè


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1 commento su “Vela olimpica: quando i “soloni” delle Federazioni non capiscono nulla e un “vichingo” si arrabbia”

  1. Lo stesso articolo è stato riportato anche da Sail World e stà facendo giustamente rumore. Difficile non essere d’accordo con Christensen.
    E’ singolare che le classi olimpiche (dilettantistiche e no profit per definizione), siano ormai appannaggio di gruppi industriali che operano in regime di monopolio: o corri con le loro barche o ti dedichi a altri sport.

    E’ singolare che siano state resettate le flotte Soling e Star (e forse in futuro anche quella Finn), mandando in pensione gli equipaggi più competitivi del pianeta (vedi recentissima Bacardi Cup).
    Molti, disorientati sul da farsi, hanno iniziato a svendere le barche. Termina anche un modo di regatare.

    Christensen ha parlato forte e chiaro, non so quale valore aggiunto abbiano portato quelli che ci rappresentano

    Quali saranno gli indirizzi per definire le Classi Olimpiche del futuro? Probabilmente Corse di cavalli e sicuramente Follow the money.
    Peccato.

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