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Prendete casa ad Auckland: Team New Zealand ha vinto la Coppa America

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Team New Zealand sul traguardo davanti al pubblico. Foto Studio Borlenghi

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XXXVI AMERICA’S CUP. IL CIRCOLO DELLA VELA SICILIA CHALLENGER OF RECORD CON LUNA ROSSA (aggiornamenti a seguire)

Cosa c’è meglio di vincere la Coppa America? Semplice, vincerla, anzi stravincerla, dopo averla persa per 9-8 a San Francisco. La storia questa volta ha imboccato un’altra via, una strada che porta dritta ad Auckland, “the city of sail”, li dove merita di stare la Vecchia Brocca.

La storia oggi, nel pomeriggio bermudiano, nella serata italiana e nell’alba neozelandese, ha lo sguardo azzurro ghiaccio di Peter Burling, quello paterno di Grant Dalton e la voce calma di Glenn Ashby. La storia oggi indossa le calzette rosse e i baffi biondi di Sir Peter Blake: 22 anni dopo la prima volta, 17 dopo l’ultima, 14 anni dopo averla persa, la Coppa America prenderà posto nella bacheca del Royal New Zealand Yacht Squadron, al 101 di Curran Street, Westhaven Auckland. La più clamorosa delle rivincite si è materializzata, la rimonta drammatica di San Francisco 2013 è stata cancellata, la Nuova Zelanda è in festa e il popolo della comunità velica internazionale sorride.

Grant Dalton, Gilberto Nobili, Matteo De Nora. Foto Studio Borlenghi

Team New Zealand ha vinto la Coppa America perché lo ha meritato. L’ha vinta perché ha dimostrato che, anche in una Coppa iper tecnologica, il ruolo dell’uomo è decisivo, cruciale, indispensabile e di un’importanza drammatica. L’ha vinta perché pur con un budget equivalente a meno della metà di quello di Oracle, ha avuto un design team in grado di realizzare una barca più veloce, geniale in alcune sue componenti, le cui performance hanno fatto perdere il sonno agli uomini del defender.

Peter Burling, sguardo killer, è il più giovane timoniere vincitore nella storia della Coppa ed ha stravinto il confronto con James Spithill. Foto Studio Borlenghi

L’ha vinta perché, anche se Oracle aveva sulla carta il migliore timoniere di match race, Peter Burling si è dimostrato più affamato, più talentuoso, in fin dei conti decisamente più bravo in tutto, rispetto a James Spithill. A 26 anni con due medaglie olimpiche, sette titoli mondiali e la Coppa America sotto il braccio, “Pete” è  un fenomeno totale, forse in questo momento il timoniere più forte al mondo.

Giovani, brillanti, vincenti: la sintesi di Team New Zealand

Team New Zealand ha vinto la Coppa America perché invece di ingaggiare a suon di dollari esperti super professionisti appagati, ha puntato su un blocco compatto di giovani kiwi che avevano in mente una sola cosa: la rivincita di una nazione. Peter Burling aveva già vinto la Youth America’s Cup e, con il prodiere Blair Tuke che sull’AC50 regola i foil (insieme due medaglie olimpiche e svariati mondiali nella classe 49er), fanno probabilmente la coppia velica più forte al mondo. Tra loro due un certo Glenn Ashby, l’unico non neozelandese a bordo – è australiano – ma fenomeno totale dei multiscafi.

Elise Beavis, caschetto giallo, e le altre donne di Team New Zealand: a 22 anni il giovane ingegnere è una delle chiavi della vittoria dei kiwi. Suo il progetto delle postazioni dei ciclisti, suo lo sviluppo delle forme aerodinamiche della piattaforma.

Diciamolo sinceramente: Larry Ellison e Oracle non ci mancheranno, affatto. Non ci mancherà la spocchia di Russell Coutts, e l’arroganza di uno dei defender meno amati nella storia della Coppa America.

Ciao Larry Ellison, è un addio o un arrivederci? Foto Studio Borlenghi

Oracle è riuscita in pochi anni nell’impresa di scontentare tutti: velisti, pubblico, potenziali sfidanti. Non è un problema di barche ma di regole, sportività e rispetto degli avversari. Dalle prue truccate degli AC45 nel 2013, ai cambi di protocollo “ad personam” di questa Coppa, passando per la “sceneggiata” del satellite Softbank Team Japan e dal punto “scippato” nei Round Robin.

Le bandiere neozelandesi sventolano sui moli della Coppa alle Bermuda. Foto Studio Borlenghi

Team New Zealand ha adesso il compito di riconciliare il popolo della vela con la Coppa America. I kiwi hanno la saggezza, la cultura ed i mezzi per farlo, indipendentemente da quali barche sceglieranno. Potranno anche essere questi catamarani, ma in un contesto di regole chiare e sportive.

Quale il futuro della Coppa?

E’ presto per dirlo, ma la domanda inevitabile è questa e tutti se la stanno ponendo. Ovviamente ci auguriamo un futuro che parli anche italiano, e l’attesa nelle prossime ore è febbrile per sapere quando Patrizio Bertelli o altri armatori italiani faranno la mossa. Un challenge of record italiano è un sogno? Forse no: l’aria di Auckland che soffia in queste ore sulle Bermuda sta facendo tornare al patron di Team Prada la nostalgia della Nuova Zeland, l’annuncio sarebbe ad un passo. E poi c’è Vincenzo Onorato, la cui storia nella Coppa è stata di luci ed ombre, che ha dichiarato apertamente di essere pronto a tornare se i kiwi opteranno per un monoscafo. Una buona notizia sapere che Mascalzone Latino è pronto a tornare sul piede di guerra. Alla vela italiana farebbe bene, anzi benissimo, il ritorno di una o più sfide italiane: trainerebbero il settore, unirebbero il pubblico, emozionerebbero. Tutte cose di cui l’Italia velica, e forse anche quella non velica, ha bisogno.

Che Coppa sarà quella neozelandese? Prestissimo per dirlo. Esiste il fascino, l’attrazione concreta, di un ritorno ai monoscafi, ad una vela più normale, sia pur con la certezza che i foil ormai fanno parte della Coppa. Un monoscafo foil ultra tecnologico? Dei catamarani foil senza ala rigida? Le stesse barche di adesso? Sono tre ipotesi tutte percorribili e razionali. Tutto dipende adesso da Team New Zealand. Una visione vuole il neo defender subito calato nel suo ruolo che non rinuncia al vantaggio di ricerca guadagnato con queste barche e le riconferma pur con cambi di regole sulla nazionalità e sulla costruzione dei cat. Un’altra visione ipotizza un Team New Zealand “riformista”, che pur restando nell’ambito dei foil cat ne rivede la formula semplificandoli per attirare un numero maggiore di sfidanti. La visione più radicale scommette invece su un Team New Zealand che ribalta il tavolo in faccia ad Oracle, lascia l’AC 50 alle Bermuda, e punta tutto su un ritorno ai monoscafi, sia pur con sorprese pirotecniche sulla stazza della futura barca.

Indipendentemente da come andrà a finire, e lo sapremo presto, la storia oggi ha emesso la sua sentenza. Come disse un famoso commentatore nel 1995 a San Diego: “The America’s Cup, is the New Zealand’s Cup”. E così sia. 

Complimenti agli italiani 

Ed infine, non certo per importanza, complimenti a tutti gli italiani che questa Coppa possono dire di averla vinta: 

  • Matteo De Nora – Team Principal Team New Zealand
  • Alessandro Franceschetti – ingegnere strutturale Team New Zealand
  • Fabrizio Marabini – Software and System Engineer Team New Zealand
  • Gilberto Nobili – grinder Team New Zealand
  • Giordana Pipornetti – Media assistant Team new Zealand
  • Massimiliano Carbone – hydraulics technician Team New Zealand
  • Max Sirena – technical advisor, managment Team New Zealand
  • Stefano Morosin – eletronics engineer Team New Zealand
  • Vito Vattuone – hydraulics engineer Team New Zealand

L’Italia in Coppa America, oltre ad attingere obbligatoriamente dal grande bacino di giovani talenti emergenti (abbiamo l’imbarazzo della scelta), può contare sulla loro esperienza.

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Mauro Giuffrè 

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