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“Trovate un albero a quest’uomo!”. La storia di Bonazzi il giramondo

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Hamilton, Bermuda. Da un lato ci sono gli AC50 di Oracle e New Zealand: due mostri volanti da centinaia di milioni di dollari. Il clamore mediatico, gli skipper in passerella. Dall’altro ci sono i marinai, con le loro storie fuori dagli schemi. Come quella di Vittorio Bonazzi, 44 anni, da Vigarano Mainarda, paesino del ferrarese.

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Vittorio Bonazzi al timone di Workshop

QUELLA NOTTE IN CUI ESPLOSE L’ALBERO
Vittorio è approdato a Bermuda il 14 aprile scorso, a bordo del suo Van de Stadt di 42 piedi in acciaio Workshop (autocostruito da un ingegnere in pensione nel 1976). Ma del suo albero nessuna traccia l’albero: gli è esploso mentre da Saint Marteen stava raggiungendo Bermuda (mancavano 400 miglia) per seguire la Coppa America. “Siamo salpati, io e un mio amico, in condizioni di bel tempo, i primi cinque giorni abbiamo navigato in alta pressione”, ci racconta, “poi è arrivato un fronte nefasto, il 7 aprile.

C’era una volta un albero…

All’inizio una tempesta, con raffiche fino a 68 nodi, ci ha costretto ad ammainare tutte le vele e restare alla cappa. Abbiamo atteso che il vento calasse di intensità, e abbiamo nuovamente issato le vele (mani di terzaroli e fiocco parzialmente rollato). Nella notte, avevo l’impressione che il vecchio albero in alluminio “pompasse” ogniqualvolta che la barca si infilava con la prua nell’onda. Ero sottocoperta e il mio amico era in bagno, quando abbiamo sentito un boato. Siamo usciti in coperta e l’albero era letteralmente esploso, dalla prima crocetta in giù. Il ponte era disseminato di pezzi di alluminio.

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Workshop alle Bermuda senza albero

STOP FORZATO A BERMUDA
Abbiamo passato ore e ore cercando di rimettere ordine, dopodiché abbiamo fatto rotta su Bermuda sfruttando l’affidabilissimo entrobordo della barca, un Mercedes 240 Diesel marinizzato dal primo proprietario. Dopo una settimana siamo arrivati nel porto di Saint George’s”. Adesso è ancora a Bermuda, dopo oltre due mesi, senza i soldi per potersi permettere un albero, anche di seconda mano: “Qua è tutto molto caro”. Lavora per mantenersi nel refitting di barche, ma mettersi da parte dei soldi è difficilissimo. Così, si è rivolto alla comunità locale di velisti per chiedere una mano, sperando nell’aiuto di qualche “filantropo”: “Forse qualcosa si sta muovendo ma è ancora presto per parlare”.

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Workshop prima dell’incidente

BONAZZI NON RIESCE A STAR FERMO
Facciamo un piccolo passo indietro per raccontarvi perché Vittorio si trovi nel mar dei Caraibi: “Non sto in Italia da ormai 22 anni”, racconta. “Ho lavorato nel settore della ristorazione e dell’hospitality in giro per il mondo, sono stato tanto tempo a Londra come start-up manager di una società. Inizialmente ero appassionato di motociclismo, ho esplorato su due ruote il Sudamerica e l’Asia. Mi sono infine stabilito alle Canarie, a La Gomera, dove con un amico abbiamo deciso di avviare un ristorante”. L’attività va bene, così Vittorio decide di vendere la sua parte e utilizzare i soldi per l’acquisto di una barca, con cui partire per il giro del mondo “con lentezza”. “Per pagarmi le spese avrei organizzato dei charter e avrei svolto lavoretti qua e là ovunque mi fermassi”.

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Workshop così come l’ha trovata Bonazzi alle Canarie: la coperta era un disastro…

A Gran Canaria trova Workshop, che, proprio come dice il nome, era stata costruita dal precedente proprietario per essere un “laboratorio sull’acqua”. Gli interni sono stranissimi, sembra di stare in un appartamento, con tanto di camino!

Dopo cinquanta giorni di lavoro a rimetterla in sesto (soprattutto per quanto riguarda ponte e coperta), Vittorio inizia a navigare alle Canarie per prenderci la mano: “A gennaio del 2017 ho preso coraggio e sono partito, con il mio amico e sei charteristi, per la traversata atlantica.

Siamo arrivati senza problemi in Martinica, poi ci siamo spostati verso Saint Marteen passando per Antigua e Barbuda. Sempre imbarcando e sbarcando persone.

ANCHE UN PALO DEL TELEGRAFO VA BENE
Nel viaggio verso le Bermuda succede il patatrac, e adesso allo squattrinato Vittorio non resta che lavorare sodo e attendere: “Per un albero vecchio di 35 anni mi hanno chiesto 12.000 dollari! Costa tutto tre volte tanto qui alle Bermuda! Senza contare poi le spese per i lavori di montaggio e refitting.

Non sarebbe una novità usare un palo telegrafico come albero: ci ha già pensato Bernard Moitessier a bordo del suo Joshua!

Ho calcolato che potrei farcela con 15.000 dollari. Mi accontento di qualsiasi albero, in alluminio, in legno. Anche un palo del telegrafo come quello che aveva montato Moitessier sul Joshua andrebbe bene“. Adesso Vittorio ha trovato un posto dove tenere la barca ad Hamilton, grazie alla cortesia di alcuni velisti locali.

Il varo di Workshop alle Canarie qualche anno fa: destinazione, giro del mondo

GIRO DEL MONDO? SI, MA…
L’intenzione è quella di riprendere il giro del mondo? “La tentazione di puntare la prua verso Panama e poi il Pacifico è grande, ma non credo che qui ai Caraibi ci siano servizi e logistica adatti a preparare nuovamente Workshop per il giro del mondo. Mi converrà tornare alle Canarie, dove i prezzi sono decisamente più accessibili, rimettere la barca in bolla e finalmente salpare per il giro del mondo che mi ero prefissato”.

La foto apparsa sulla Royal Gazette, quotidiano bermudiano, che ritrae Vittorio con il “moncherino” del suo albero

NE VALEVA DAVVERO LA PENA?
Ma alla fine, valeva la pena di venire alla Bermuda per vedere l’America’s Cup? “Insomma… la Coppa è bella da vedere in televisione. Dal mare si vedono solo le barche sfrecciare, come andare a vedere una corsa di Formula Uno! Preferisco i J-Class, che ho avuto modo di ammirare dal vivo da queste parti…”

In culo alla balena, Vittorio!

ps: se volete contattarlo per dare una mano a Vittorio Bonazzi o scambiare quattro chiacchiere con lui, la sua mail è vitombo@gmail.com e il suo numero bemudiano è 001 441 703 1793.

Eugenio Ruocco

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