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OSTAR, bilancio di un disastro: è giusto che le regate oceaniche siano per tutti?

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Zambelli agganciato al suo elisoccorritore

La OSTAR è una regata durissima. lo ripetevano gli skipper alla vigilia come un mantra, quasi a volere scongiurare che si trasformasse veramente in un’edizione molto difficile. Il tentativo di allontanare il maltempo è stato vano, perché il Nord Atlantico indipendentemente dalla stagione raramente è tranquillo per tutta la sua estensione e beccare delle depressioni è assai probabile.

Così è stato, con due basse pressioni con movimento ciclonico che si sono susseguite a breve distanza, decimando la flotta in lungo ed in largo e coinvolgendo sfortunatamente anche gli italiani Michele Zambelli ed Andrea Mura. Di Zambelli sappiamo già che, nonostante la tempesta durissima, a determinare in ultima istanza l’abbandono barca è stata la collisione con un oggetto non identificato che ha causato il distacco della chiglia. I guai per Vento di Sardegna sono invece legati al maltempo. Mura mentre scriviamo è primo in tempo reale ma fermo ad Halifax e sta effettuando delle riparazioni al motore della chiglia basculante, messo a dura prova dalle due burrasche. Si attende una sua ripartenza, dato che all’arrivo per il sardo mancano meno di 400 miglia.

Come dicevamo la flotta è stata letteralmente decimata in lungo e largo. Su 21 imbarcazioni partite da Plymouth attualmente ne restano in regata soltanto 8: si segnalano due barche disalberate, una affondata (Il Luffe 37 Furia) e cinque interventi dell’elisoccorso per recuperare gli equipaggi. Non è chiaro quale possa essere invece il destino di Illumia, il Class 950 di Michele Zambelli. Non è il primo caso di barca senza chiglia che se la “cava” per mesi in Oceano ma molto dipende dal livello del degrado inesorabile dei danni e dalle condizioni. Domande che ovviamente al momento non trovano risposta certa.

Perché tutto ciò? Qualcuno potrebbe obiettare che alla Ostar partecipano anche barche di serie, forse poco adatte ad affrontare una prova impegnativa come quella del Nord Atlantico. Un fattore da prendere in considerazione, ma la verità è che con una tempesta ad oltre 60 nodi di bolina, con onde alte come i palazzi, è difficile cavarsela bene anche se sei a bordo di un’IMOCA 60, figuriamoci su un 37 piedi di serie. Una questione piuttosto vecchia, ma irrisolta, in fin dei conti quella del dibattito sui tipi di barca da ammettere a questo tipo di regate. Qualcuno ricorderà il caso del velista morto tempo fa alla Cape to Rio, a bordo di una barca prettamente da diporto.

Il problema delle barche di serie c’è, ma anche Vento di Sardegna ed Illumia (barche molto preparate e niente affatto di serie o da diporto come vi raccontiamo QUI e QUI), hanno subito danni importanti per la sfortuna o il maltempo. Diventa quindi fondamentale la selezione degli skipper ed i livelli di preparazione richiesti che alla OSTAR continuano ad essere alti pur includendo anche i non pro. La domanda però sorge spontanea: regate come la OSTAR, con una rotta durissima, ha senso che restino aperte anche ad amatori ben preparati su barche “normali” o le regate oceaniche ad un certo livello di difficoltà dovrebbero essere riservate solo ai professionisti ed a classi di barche appositamente concepite per affrontare gli Oceani? Per questa volta, a parte gravissimi danni alle imbarcazioni, non ci sono stati feriti o problemi significativi alle persone, ma lo scampato pericolo si sposa a fatica con il concetto di organizzazione di una regata.

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Mauro Giuffrè

6 Comments

  1. claudio corsale ha detto:

    …mi domando cosa vuol dire ” Professionisti “…. forse perché hanno un patentino plastificato ( non so ) ?….io credo che nessun velista e Marinaio senza miglia e miglia sulle spalle ” oceaniche ” si sognerebbe di intraprendere questo tipo di regata…più professionista di così…
    Inoltre cosa dovremmo dire delle imbarcazioni partecipanti che hanno per la maggioranza certificazione CE A.. ( qualsiasi mare e Condizione ) ?….
    Di sicuro quelli definiti ” Professionisti ” hanno più budget, ..ma questo é un altro aspetto….

    • Fabio scalzi ha detto:

      Ci sono varie rotte da seguire logicamente ognuna rapportata alle capacità dei singoli navigatori, quindi chi sbaglia paga e prima di partire si deve sapere quanto costano gli errori !!!!!

    • Filippo masci ha detto:

      Per quanto riguarda gli skipper la differenza tra professionisti e amatori conta poco perche’ la vela e ancora uno sport dove nella maggior parte delle regate piu importanti professionisti e non regatano insieme spesso sulla stessa barca. La differenza non e tanto tra professionisti e non ma tra chi ha esperienza di vela d a e regate d altura e chi non c’e l ha. Se poi andiamo nello specifico conosco molti professionisti che hanno regatato per anni in coppa america e che non sarebbero
      Idonei a affrontare una regata come la Ostar.

      Anche per quanto riguarda le barche la distinzione tra barche da regata oceanica e barche di serie ha poco senso. Qui conta la qualita’ del disegno e della costruzione e non tanto la tipologia di barca.
      Ci sono Imoca fragili e barche di serie robistissime.

      Conclusione la vela d altura e le regate oceaniche devono secondo me essere aperte a non professionisti
      Semmai chi le organizza dece fare quello che gia’ fa
      E cioe’ richiedere esperienza ai regstanti e verificare
      Che le barche siano idonee. Questo viene gia’
      Fatto e si puo forse migliorare. Il punto e’ anche che una in una regata come la Ostar puo accadere che un edizione sia caratterizzata da condizioni molto piu’ dure della media delle passate edizioni.

  2. marco zanini ha detto:

    devono rimanere come ora, una regata oceanica e’ sempre un impresa , chi vi partecipa conosce i rischi. ovvio che vi sia una qualificazione e una selezione questo ci sta ma basta con la vela solo per chi ha budget milionario. Michele con pochissimo a confronto di tanti ha fatto miracoli ed e’ li in regate come la ostar che vengono fuori i veri talenti! guai non farle!

  3. Nuvola ha detto:

    Le soluzioni già ci sono ed hanno già manifestato la loro efficacia ad esempio con la Global Ocean Race: imbarcazione conforme al Regolamento ISAF Categoria Zero e corsi obbligatori per gli skipper sulla sicurezza in mare. Ma senza limitare la partecipazione ai pro

  4. Stefano ha detto:

    Come al solito il GDV dimostra una pochezza e una superficialità unica a affrontare certi temi.
    Questo la dice lunga sul pubblico a cui si rivolge.
    Fare un articolo mascherato da opinione autorevole non esime dallo scrivere castronerie.

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