developed and seo specialist Franco Danese

…e volarono anche i Mini. Così cambia la vela oceanica

Velista dell'Anno, -3 giorni al via. Vi spieghiamo come funzionano le votazioni. Siete pronti?
27 gennaio 2017
Paolo Cian, il re del match-race con il "vizietto" della Coppa America
27 gennaio 2017

Sharing is caring, condividilo con i tuoi amici!


Per adesso c’è solo una foto, che sta a dimostrare la “missione compiuta”. I francesi sono riusciti a fare volare anche un Mini 650, dopo averlo dotato di foil a “C”: di fatto, è il primo monoscafo ideato esclusivamente per la course au large ad alzarsi completamente in volo. Questo significa una cosa: che la classe Mini non sarà più la stessa.
Prepariamoci a traversate atlantiche sempre più veloci: anche perché, come scrivono sulla loro pagina Facebook quelli di SEAir, l’azienda transalpina che si è occupata di “far volare” la barca, la velocità è stata di “15 nodi con soli 8 nodi d’aria”.

NON UNA BARCA QUALSIASI
Certo, non si tratta di una barca qualsiasi, i più informati avranno subito fatto gli opportuni collegamenti una volta visto il “747” sulla prua tonda
. Esatto, è proprio l’ex Teamwork di David Raison, vincitrice della Mini Transat 2011, acquistata poi dal nostro Giancarlo Pedote che, dopo averla rinominata Prysmian, nel 2013 ha concluso la Transat in seconda posizione. Una barca che ha solo sei anni di storia ma che è già nel mito della vela, un vero e proprio scafo-laboratorio in continua evoluzione. Ve ne raccontiamo la storia qui sotto.

UN’IDEA DI RAISON
Guardando 747 si rimane colpiti dalla sua prua tonda, che tanto ricorda quella degli scow dei laghi nordamericani: un’idea rivoluzionaria portata avanti da David Raison nel 2010, che puntava ad aiutare la barca a mantenere la planata, diminuendo il rischio di ingavonarsi. Raison, un ingegnere francese che ha lavorato come un matto dietro al suo progetto per due anni, è stato ripagato con vittoria della Mini Transat 2011. Il progetto del 747, in grado di sviluppare una potenza superiore del 20% rispetto agli altri Mini, senza aumento del peso o della superficie bagnata, è nato dopo aver analizzato il comportamento di circa dieci carene tra le più veloci che sono state costruite e testate al computer tra il 2005 e il 2008 e di altrettante concepite al computer senza nessun limite progettuale.

L’ACQUISTO DI PEDOTE
Giancarlo Pedote ha acquistato la barca da Raison nel gennaio del 2012: “La barca mi affascinò tantissimo – ci aveva raccontato – ma decisi che l’avrei acquistata qualora nessuno si fosse fatto avanti entro la fine del 2011. Comprarla era un azzardo: un po’ come una donna bellissima che finisce per darti troppi problemi”. In effetti, 747 si dimostrò subito molto esigente e ipersensibile alle regolazioni: “Ho lavorato sodo due anni per cercare di ottimizzarne il passo, soprattutto alle andature portanti: ho cambiato la forma delle vele e il rigging, oltre a variare la disposizione del peso per modificare il posizionamento longitudinale sull’acqua. Una barca dalla prua così larga, con onda corta, ha una maggiore tendenza a frenare”. Pedote ha chiuso la sua Transat in seconda posizione dopo che era stato in testa tutto il tempo, a causa di un’avaria al bompresso nelle miglia finali). Ha vinto tutte le regate transalpine, arrivando anche ad essere eletto marinaio dell’anno offshore francese (mai nessun italiano ci era riuscito), dopodiché ha venduto la barca.

LA NUOVA SFIDA, IL VOLO
Adesso, con il nome di SEAir, il mitico 747 rivive e, dopo la vittoriosa sfida della “prua tonda” (in Francia l’idea è stata replicata anche su scafi di serie), ha varcato un nuovo limite, diventando il primo Mini 650 volante.

2 Comments

  1. Lucio Godini ha detto:

    L’evoluzione delle barche da regata segue le sue logiche di marketing e di mercato e sono sempre più lontani i tempi in cui uno poteva pensare di costruirsi artigianalmente un mezzo competitivo in garage, con una sana attenzione a un risicato budget.
    Con barche fatte così un tempo si vincevano Mondiali e iniziavano le loro carriere, Costruttori e Progettisti.

    Stabilità dinamica per poi saltar fuori dall’acqua e correre più veloci, non è barare, è solo la modalità di quei pochi, che disponendo dei fondi necessari, hanno deciso che era ora di tagliare le curve per arrivar prima, costi quello che costi. Il prossimo step non potrà che essere dimenticare il mare su un idrovolante….a vela.

    Per continuare le competizioni su una base più popolare e a livello economico intermedio, ritengo invece più che mai necessaria una riproposizione in chiave moderna delle culture e delle tecnologie tipiche del Yacht Design Tradizionale, applicate però a nuove classi di yacht da regata “a restrizione”.
    Da sempre mancano classi “Traditional Racing Yacht”, con Stabilità statica e superficie velica prefissate, appendici e zavorra fisse, abitabilità minima regolamentata.
    Costruzione a norme ISO, Classe “A” o “B”. No carbonio, No prepreg, No autoclavi.
    Tutto il resto libero di evolversi, lasciato alla fantasia, ai CFD o ai VPP del progettista.

    Barche modernissime ottimizzate per regate Offshore, solcando e planando. Qualcuno potrebbe persino pensare di farsele in casa.
    Per il momento I foilers restano un mondo ristretto che fa tanta tecnologia e poco PIL
    Fa notizia sui giornali, premia la spettacolarizzazione e una piccola nicchia di economia, frammentata però su singole realtà in vari Paesi.
    Complimenti comunque alla Francia che da sempre fa da apripista., a VPLP, Armel Le Cléac’h e soci.

    • Nuvola ha detto:

      Ciao Lucio,
      finalmente un punto di vista sensato e pensato sulla vela e sul suo futuro e una base di discussione
      Giusto un rapido commento iniziale: l’evoluzione delle barche da regata (o delle one off) +/- open segue l’evoluzione tecnologica dei materiali e dei SW di VPP. I foil o gli scafi in prepeg, gli spigoli, ballast, scafi plananti o ciccioni, prue inverse e tutto il resto sono arrivati solo quando potevano arrivare, non prima
      In questo caso marketing e mercato seguono ciò che le imbarcazioni più innovative indicano come aree di miglioramento delle performances, generando a cascata nuove vendite, PIl, sviluppo ecc. ecc.
      E poi – detto tra noi – uno scafo a foil, non taglia le curve più di quanto uno scafo planante rispetto a un dislocante.
      In questo senso il prossimo step poterebbe benissimo essere un multiscafo, con foil e vela a kite. Quindi abbandono della stabilità di peso per quella di forma, dal peso statico a quello dinamico, sollevamento sull’acqua e un ala al posto di una vela. E sarebbe comunque – per me – una bellissima barca a vela, o forse “a vento” o “ad ala”.
      Sarà diversa da portare? Certo, così come è diversa una moto o un auto di oggi rispetto a una di inizio secolo scorso. Sarà altrettanto divertente? Io credo di più, lasciando più spazio per giocare con il vento e le onde senza dover pensare a molto altro, tipo la carburazione o il cambio non sincronizzato o le reazioni delle sospensioni a balestra. Concetti che chi ha avuto esperienze su catamarani già conosce bene e ha imparato ad amare.
      Però sono d’accordo con te su altri punti.
      E’ necessario dare una smossa all’ambiente velico, farlo evolvere dallo stallo in cui è caduto appellandosi all’osservanza di una “tradizione” che di fatto non esiste, che sembra avere più adepti in Italia che in Francia e le cui conseguenze sono lampanti.
      Il tuo suggerimento di eliminare il rating e dare una Box Rule a restrizione, chiara, semplice basata su dimensioni, con relative appendici, rig, abitabilità e materiali predefiniti ed evitare le storture e gli eccessi in cui sono piombati i Class 40, è valido ed efficace a rilanciare piccoli cantieri e giovani progettisti.
      Ma ammetterei una 2^ classe, senza limiti se non dimensionali e di sicurezza, in cui la sperimentazione sia aperta e libera. Che serva da incubatrice delle idee e delle soluzioni per la vela di domani, in modo da rinnovare e tenere viva la Vela, senza obbligarci ad andare per mare con soluzioni che hanno più di un secolo di vita.
      Ad esempio si potrebbe partire con un Trofeo Universitario, su un percorso in mare aperto e non in baie riparate, limitando i materiali per scafo e vele e le dimensioni (ad es, un cubo di 9 mt di lato) così che sia una sfida tra poli tecnologici, che serva a formare gli ingegneri che disegneranno le nostre prossime imbarcazioni o i fisici che ci aiuteranno a farle andare meglio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Le tue informazioni non verrano mai cedute a terzi