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#17 La lettura dell’estate. Attorno al mondo su una barca di 6,50 metri. Capo Horn/ 3

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Il 23 febbraio la tempesta è ormai passata. La barca avanza lenta ed io mi sento come se fossi fuori da un porto, per una “passeggiata”. Manca poco all’ora di pranzo quando decido di salpare l’elica dell’idrogeneratore, mi sporgo sullo specchio di poppa appoggiando la pancia sul “cocon arrière” quando, improvvisamente, vedo una sagoma guizzare in scia fuori dall’acqua. Un delfino penso, “ma che strana coda che ha…” dico tra me e me. Emerge nuo- vamente e si avvicina a pochi metri. È un’otaria! Parente della foca. Bellissima! Mi segue e gioca come un delfino, mi osserva, scompare sott’acqua per un po’, gira intorno e poi nuovamente in scia, mi raggiunge, festosa e curiosa. Che spettacolo!Schermata 2016-08-03 alle 12.55.45

Il giorno dopo c’è solo una bava di vento all’alba. Il sole si leva sereno in un cielo sgombero da nubi e come un grande fuoco invade di giallo e di luce accecante la linea dell’orizzonte. La barca avanza piano, nella calma. Faccio colazione tranquillamente, quasi a rallentatore, per apprezzare la serenità di questi luoghi, l’immensità degli spazi. Del latte con cereali, un caffè. La barca sembra sonnecchiare come me. L’acqua scivola sui suoi fianchi lentamente, quasi senza far rumore.

Schermata 2016-08-03 alle 12.56.42Dopo qualche ora rimane una leggera onda lunga di fondo. Un albatros sorvola l’albero e ammara pochi metri più in là. Ne arriva un secondo, ammara. Gli albatros sono adesso entrambi in acqua e nuotano uno all’incontro dell’altro, si salutano, festosi. Un terzo ammara poco distante e poi un altro ancora. Sono adesso in quattro a po- chi metri dalla barca, per nulla disturbati dalla mia presenza. Si scambiano saluti, effusioni e penso si raccontino anche dei loro viaggi… di quello che hanno visto, di dove sono stati, felici adesso di essersi ritrovati. Scatto foto- grafie e li riprendo con la videocamera. Mi colpisce la loro compostezza, il loro ritrovarsi uno di fronte all’altro in un’armonia gioiosa mentre io sono tre metri più in là, mi rilasso e prendo il sole insieme a loro.

Poco distante una coppia di otarie riposa anch’essa, galleggiando a pancia all’aria. Ne sorprendo una di prua in- tenta a dormire. È curioso vedere il modo con cui tengono insieme gli arti posteriori ad uno anteriore, per fare il “morto” e riposare senza affondare. Il vento poi si alza, la barca riprende la sua rotta scortata dagli albatros che si sono levati in volo.

Romain mi annuncia l’arrivo di un grosso colpo di vento: “Aless, nuovo WP 47°S/177°E. Ti devi posizionare al 47°S per raggiungere un flusso da W venerdì 26. Un colpo di vento da Ovest giovedì 25 a 35-40 nodi tra le 03h e 08h UTC, ciao”. Io rispondo: “Ricevuto il WP e messaggio colpo di vento. Qui comincia W/SWW 10 nodi. Buona serata”.

Nel pomeriggio il vento rinforza a 30- 35 nodi. La burrasca è in anticipo di due ore rispetto alle previsioni. La pres- sione atmosferica è scesa di 10 hPa in 12 ore. Riduco tela. Il vento sale a 40 nodi e poco dopo a 45. L’oceano si scatena. In alcuni momenti il suo colore domi- nante è il bianco, macchiato qua e là da zone di blu. Le onde s’incrociano, im- pennandosi, avvolgendosi su loro stesse per esplodere poco dopo, spezzandosi e precipitando con violenza in fragorose cascate d’acqua.

La barca è raggiunta ritmicamente da treni d’onda più alti del normale, che la sollevano di poppa disponendola quasi in verticale, con la prua sotto di me a puntare il cavo dell’onda prima di precipitarvi dentro. Per due volte la barca si mette di traverso e, su un grosso frangente, si corica di fianco fino a toccare il boma in acqua. L’onda si frange spazzando la coperta. Sono in pozzetto, una doccia gelata mi piove addosso. La barca poi riprende la sua corsa, giù in surf su una nuova onda, per ore ed ore, seguendo il ritmo tempestoso dell’oceano in burrasca. 24 ore dopo tutto si placa e resta un vento leggero, isso il gennaker. Il sole fa capolino sopra la mia testa e così tappezzo la coperta di indumenti da asciugare. L’indomani ancora una burrasca, vento a più di 35 nodi. Sto passando a 20 miglia a nord delle isole Bounty che non avvisto. 148 miglia più a sud vi sono le isole degli Antipodi… Sono all’altro capo del mondo!

Schermata 2016-08-03 alle 12.58.12Alle ore 00h20 locali del 28 febbraio supero la linea internazionale del cambiamento di data e per convenzione porto indietro le lancet- te dell’orologio di 24 ore e mi trovo a ripetere così la giornata del 27 febbraio che annoto sul diario di bordo come “27 febbraio bis”. Avvisto ancora qualche otaria di cui vedo però solo la “coda” e gli arti anteriori fuoriuscire dall’acqua. Mia madre, via telefono satelli- tare, mi comunica l’arrivo di alcune onde di tsunami nell’area in cui sto navigando. Rispondo che, per le mie conoscenze di geologo, non dovrei neanche accorgermi del passaggio dello tsunami, dal momento che sono in mare aperto e che un’onda del genere crea problemi solo quando incontra bassi fondali o la terraferma.

Schermata 2016-08-03 alle 12.59.36Il 1 marzo il vento è oltre i 35 nodi da NE/NNE. Ho navigato tutta la notte di bolina contro del mare duro. Ora navigo di traverso-lasco e non appena possibile dovrò risalire di latitudine fino a 47°S/47°S30’.

Il 2 marzo ho 40 nodi da NE. Preparo un pasto caldo a base di carne liofi- lizzata e pureé. Mi spoglio per cambiarmi. I piedi sono un po’ bagnati dal loro stesso sudore. Metto calze e calzari ad asciugare sul bollitore, mentre scaldo dell’acqua per un tè. Avvicino i piedi al fornelletto a gas per riscal- darli e asciugarli più velocemente.

Le unghie del pollice e dell’indice delle mie mani sono leggermente solle- vate e la parte inferiore delle unghie è diventata fibrosa e spugnosa. Non mi fa male, ma mi devo sforzare di asciugare le mani il più spesso possibile dopo ogni manovra.

Il vento accenna a diminuire ma rimane un tempo grigio, coperto e la pioggia senza sosta che mi accompagna da ieri.
È la mattina del 3 marzo quando un albatros solitario passa in volo ra- dente accanto alla barca, alla fine della burrasca. Punta ad est per oltre duecento metri prima di virare a sinistra e riprendere a volteggiare. Mi piace pensare che voglia incoraggiarmi a proseguire il mio cammino verso Capo Horn. Nei giorni che seguono avanzo bene e riesco a riparare diversi pannelli fotovoltaici e a cucire le vele. Fisso nuovamente il riflettore radar all’albero. Il 6 marzo invio un messaggio a terra: “Le buone condizioni di ieri con vento stabile a 20 nodi al traverso mi hanno consentito di recuperare il sonno perso negli ultimi giorni di maltempo. Il mio Findomestic Banca è in ottime condizioni e mi offre fantastiche cavalcate sulle onde dell’oceano”.

L’8 marzo Romain mi invia l’indirizzo di posta elettronica ed il numero di telefono satellitare di Steve Ravoussin, che si trova sul trimarano Grou- pama il cui skipper è Frank Cammas, intento a stabilire il record assoluto di velocità nel giro del mondo in equipaggio. Provo più volte a chiamare Steve ma il suo telefono non è raggiungibile.

Il vento è quasi a 30 nodi. Navigo con il code zero issato con una me- dia vicina a 7 nodi e punte a 11. Mi trovo 1200 miglia a E/ESE delle isole Chatam. Il 9 marzo la pressione atmosferica è in caduta. Il vento rinforza. Le previsioni di Romain indicano SW 30 nodi. Infatti, in poco tempo il vento mostra i muscoli divenendo instabile. Trascorro tutta la notte con il solo fiocco. Riesco a riposare bene e ad infilar- mi con la muta stagna all’interno del sacco a pelo. Leggera pioggia e cielo nuvoloso. I frangenti sono sempre più frequenti e la superficie dell’oceano sempre più simile a colline imbiancate di neve.

Schermata 2016-08-03 alle 13.01.06All’alba del 10 marzo è ancora buio quando… Baaaammm! Come un colpo di cannone e immediatamente dopo la barca si trova coricata sul fianco sinistro, l’albero in acqua.
Per fortuna sono all’interno a riposare e in una frazione di secon- do mi trovo spiaccicato come una pallina in un angolo insieme a tutto quello che c’è in giro, in particolare i sacchetti dei viveri per la prima colazione ma anche una cerata, una macchina fotografica, calze messe ad asciugare, il giubbotto salvagente gonfiabile, un paio di stivali, la cintura di sicurezza. Il tutto, me compreso, forma un unico ammasso informe sul lato di sinistra. Pochi secondi dopo la barca si raddrizza e riprende a scivolare su quelle onde indiavolate. In alcuni momenti l’effetto è quello “palla da biliardo”… nell’istante in cui è colpito dalla stecca!

Schermata 2016-08-03 alle 13.06.30Do un’occhiata fuori, quanto basta per rassicurarmi sulle condizioni dell’albero, che non si sia danneggiato nell’impatto.
Tutto sembra essere a posto.

Schermata 2016-08-03 alle 13.07.46Metto ordine tra le drizze e le scotte che penzolano fuoribordo. Ma è solo con le prime luci dell’alba che constato i danni subiti. Un golfare della scotta della randa divelto, la bande- ruola dell’autopilota piegata, la cima dell’idrogeneratore un po’ danneggiata perché s’è incastrata tra i timoni. Si è anche attivato automaticamente un air bag di 300 litri di volume che avevo fissato lateralmente al “cocon”, per aumentare la spinta di raddrizzamento della barca in caso di rovesciamen- to. Albero, chiglia, scafo e timoni sembrano in ordine.

Passo attraverso alcuni groppi, di poppa appare anche un bell’arcobaleno. Ma l’oceano è sempre più minaccioso e gros- so. La tempesta dura più di 24 ore e la barca ed io navighia- mo senza sosta su un oceano di ghiaccio, scuro ed inospitale. L’indomani il vento sembra andar diminuendo.

Il 15 marzo mi trovo 900 miglia a sud delle Tuamotu e Pitcairn e ad un po’ più di 1000 miglia dall’Isola di Pasqua. La velocità media è buona, superiore ai 6,5 nodi. Il 17 marzo inizio a scandire il mio avanzamento non più con le miglia percorse, ma con quelle che mi separano da Capo Horn. Sto navigando a cavallo dei Quaranta Ruggenti e la temperatura è risalita di diversi gradi. L’acqua è a 16 °C, la temperatura dell’aria 20 °C. Si sta bene a bordo. Già da qualche giorno non utilizzo più i guanti stagni per le manovre e dormo senza cerata e senza muta nel sacco a pelo.

Il 19 marzo ricevo un messaggio da Abby Sunderland, la ragazza californiana di 16 anni che sta facendo il giro del mondo su una barca di 12 metri: “Ho sentito che entrambi stiamo per doppiare Capo Horn quasi nello stesso momento. Volevo solo salutarti e augu- rarti buona fortuna!”

Da due giorni ho raddoppiato i pasti della colazione e della cena, l’intenzione è di mettere su un po’ di massa muscolare e di grasso per la “discesa” che mi attende a breve e la “volata” su Cabo de Hornos! Nei giorni che seguono, la navigazione è piacevole, mangio bene, cucio come sempre le vele e riparo i pannelli fotovoltaici. Assisto anche ad albe e tramonti da to- gliere il fiato. La natura si scatena con spettacoli straordinari e miriadi di colori messi in scena per me su un palcoscenico infinito di oceano e cielo. Ogni tanto un albatros viene a far- mi visita e mi tiene compagnia. Findomestic Banca avanza a buon passo con lo spinnaker issato ed io mi sento più riposa- to ed in forma di quanto non lo fossi alla partenza.

Schermata 2016-08-03 alle 13.12.37Il 22 marzo riprendo ad indossare la muta stagna a causa del peggioramento delle condizioni atmosferiche. Due giorni dopo scambio qualche messaggio via satellite con Abby, che si trova più ad Est, a circa due settimane di navigazione da Capo Horn. Un colpo di vento a quasi 30 nodi rompe defi- nitivamente la banderuola di testa d’albero dell’autopilota. Il 25 Romain mi scrive: “Aless, depressione pericolosa per lunedì 29! Nuovo WP 37°S30’/107°W, bisogna risalire!”.

È la notte del 27 marzo quando inizia la burrasca. Il vento sale a 35 nodi ed in pochissimo tempo raggiunge i 48 nodi, oltrepassando i 50 nodi nelle raffiche. L’oceano è bianco di frangenti e spuma. Mi metto in fuga con la sola tormentina. Il giorno dopo i frangenti sono sem- pre più brutti e uno di questi corica la barca sulla dritta. Il vento è stabilizzato sui 50 nodi. Indosso la muta stagna di sopravvivenza. Cerco di riposare. Mangio un pasto caldo. La barca si mette ancora di traverso senza però coricarsi. La tempesta dura fino al 29 notte quando il vento inizia a diminuire e mi consente di issare il fiocco e la randa con due mani di terzaroli. La barca prende a navigare a circa 7,5 nodi e tutto sembra andare per il meglio.

Sono le prime luci dell’alba del 30 marzo, sono sottocoperta intento a riposare quando, improvvisamente, vengo scaraventato sul lato di sinistra. Un violento frangente ha appena investito la barca da dritta, arrivando di fianco e coricandola di circa 110° sul lato sinistro. Subito esco in pozzetto: non c’è più l’albero!
La coperta è piena di cavi, drizze, scotte che pendono fuoribordo. Il boma penzola a sinistra verso poppa ed è collegato alla randa. La pia- stra di base d’albero è spaccata a metà. L’albero è spezzato in tre pezzi! Il pezzo più lungo, di circa sei metri, è completamente fuoribordo e trattenuto dalle drizze che fuoriescono dal punto di rottura. Dall’acqua ne emerge circa mezzo metro, che strofina sul fianco sinistro dello scafo. Gli altri due pezzi sono accartocciati su loro stessi in un ammasso di drizze, cavi d’acciaio e vele. Il fiocco è quasi completamente fuoribordo, ingarrocciato allo strallo e sembra sano, mentre la randa è strappata a poca distanza dalla penna, alcune stecche sono spezzate e le tasche che le ospitano sfondate.

Schermata 2016-08-03 alle 13.14.31Entro velocemente sottocoperta, indosso dei guanti antitaglio e prendo in mano il tronchese. Ritorno su, mi assicuro alla life line e mi inginocchio per iniziare a tagliare le sartie in acciaio. Ma prima di avere iniziato a chiudere il tronchese mi fermo e penso che la soluzione migliore è quella di lasciare le sartie il più possibile integre, dal momento che mi possono servire per ricostruire un armo di fortuna. Ri- pongo il tronchese e mi preparo a salpare il pezzo più lungo di albero che rischia di danneggiare lo scafo. Taglio tutte le drizze, liberando i due pezzi più piccoli, recupero il fiocco e arrotolo la randa, fissando il tutto sulle draglie di dritta unitamente al boma.

In due ore di sforzo riesco a legare un’estremità del pezzo più lungo d’albero in un punto del “cocon” e, centimetro dopo centimetro, a riportare l’intera lunghezza in barca, operazione complicata dal fatto che l’albero è interamente pieno d’acqua.
Rizzo anche il pezzo più lungo in coperta. Prendo fiato e mentre preparo la prima colazione con un bel caffè caldo, telefono a mia madre e subito dopo a Romain per informarli dell’accaduto:

Ho disalberato. Sto bene, non sono ferito. Un’onda ha appena spezzato l’albero in tre pezzi e coricato la barca che si è raddrizzata subito dopo. Ho impiegato due ore per mettere lo scafo al riparo dal rischio di sfondamento da parte del pezzo d’albero che era in acqua. Ora il tutto è fissato per bene in coperta. Faccio prima colazione e poi riprendo a far ordine. Onda e vento sono in diminuzione. Ho posizionato dei sacchi di vele a prua per consentire all’autopilota di tenere la rotta. Proverò a risalire ancora di latitudine e al tempo stesso a dirigermi verso est. Vi richiamo più tardi”.

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