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communiqué de presse P1020031_modL’idea del giro del mondo è arrivata da sola, naturalmente, semplicemente, durante la transpacifica del 2006, in soli- tario su un catamarano da spiaggia, da Yokohama a San Francisco in 62 giorni.
Ma è forse meglio fare un passo indietro e raccontare un po’ più di me. Sono nato a Roma il 5 gennaio del 1971, madre francese, padre italiano, siciliano per la precisione. Ho potuto conservare entrambe le cittadinanze, italiana e francese. Ho un fratello di due anni più grande di me. Fino ai miei cinque anni abbiamo vissuto in una casa in piena campagna vicino a Zagarolo, alcune decine di chilometri a sud di Roma.

Schermata 2016-08-02 alle 16.46.59Poi il trasferimento in Sicilia dove abitavano i nonni paterni. Abbiamo sempre abitato ad Agrigento, nota per la sua meravigliosa Valle dei Templi, eredità di un glorioso passato. Ma il vero punto di riferimento per la mia infanzia è stato Giallonardo, una località non lontana dall’abitato di Siculiana.
La casa, fatta costruire da mio nonno “ai bordi di un altipiano, d’argille azzurre, sul mare africano”… cito una poesia del premio Nobel per la letteratura Luigi Pirandello, nato al Caos, a pochi chilometri più a est, la casa, dicevo, e tutto quello che vi stava intorno, sono stati il fantastico mondo, lo scenario principale della mia infanzia.

Una piccola scala portava direttamente al mare. Quale miglior invito per lanciarsi nel blu ad inventare giochi, a pesca- re, dipingersi il corpo d’argilla come un piccolo Tarzan, costruire archi e frecce e ad un certo punto iniziare a navigare. I miei genitori mi hanno iniziato alla vela all’età di sei anni, prima navigando su derive e piccoli catamarani da spiag- gia, poi iscrivendomi ad un vero e proprio corso di vela della Lega Navale Italiana a Porto Empedocle (nella provincia di Agrigento).

Loro avevano cominciato da autodidatti, leggendo un manuale “La vela in 10 lezioni” e lanciandosi nella loro prima navigazione con un Lightning, una deriva di cinque metri e ottanta di lunghezza in compensato marino.

Acquistata la barchetta a Fiumicino, a tappe ma con il solo ausilio di una carta stradale, avevano guadagnato la Sicilia affron- tando forti burrasche di cui ricordo ancora il suono dei loro racconti. Penso che il sapore dell’acqua di mare ed il mondo che si muove attorno alla gente di mare, facesse ingresso in me in quegli anni.
Nel 1979 mio padre partiva per una regata oceanica in equipaggio, la Parmelia Race, che da Plymouth lo avrebbe portato sulle coste australiane via capo di Buona Speranza a bordo di Anitra II, monocarena francese di più di 14 metri che finiva la sua storia con un naufragio a due passi dall’arrivo previsto a Perth. Nel frattempo, le notizie che si ricevevano a casa via telefono e con soli ponti radio dalle zone più disparate del pianeta, accompagnavano le mie giornate e si fondevano con i compiti della scuola e i corsi di vela.

Nel 1982 mio padre ripartiva per partecipare ad una tappa della nota regata in equipaggio Whitbread, che lo avrebbe portato dalla Nuova Zelanda a Mar del Plata in Argentina.
Io intanto partecipavo alle regate in Optimist. Erano divertenti, ma lo spirito con cui io andavo in mare era diverso da quello degli altri partecipanti. Io non ho mai imbarcato la bandierina di protesta, che invece vedevo svettare pronta all’uso, fissata sotto il boma delle derive dei più agguerriti. Le mie motivazioni erano altre…

Superata l’età limite per partecipare alle regate in Optimist i miei genitori compravano una piccola deriva di tre metri che tene- vamo sempre a Giallonardo, poi un Laser ed infine alcune tavole a vela.
Ma è a 14 anni che mi sono ritrovato per la prima volta al timone di una vera barca a fare i turni di notte. Ero al secondo anno di liceo, quando mio padre comprava con degli amici uno Yawl di 12,60 metri, progetto Olin Stephens. Mio padre aveva vo- luto mio fratello e me come equipaggio per trasferire la barca da Rimini a Porto Empedocle. Una gran bella esperienza anche perché, per realizzarla, avevamo anticipato le vacanze estive e quindi la fine dell’anno scolastico di circa un mese.

Poco prima della Maturità scientifica conseguita a pieni voti, i miei genitori, separati ormai da numerosi anni, decidevano di divorziare. Mia madre andava a vivere in Francia ed io restavo in Sicilia anche per completare i miei studi. Conciliare la passione per la vela e gli studi non è mai stato semplice e per tale motivo ho trascorso anche lunghi periodi senza navigare. Ma ero all’Università quando giunge il 1992. Qualcosa di particolare si stava preparando nella mia vita, qualcosa che avrebbe lasciato il segno e avrebbe dato inizio a lunghe navigazioni su piccole barche da spiaggia tipo Hobie Cat, due scafi, un albero, le vele e nessun riparo.

Mi ritrovo così con mio padre a parlare di barche e dei modi con cui sarebbe interessante attraversare l’Oceano Atlan- tico. Un grande progetto di navigazione sta nascendo: attraversare il Mare Oceano, l’Oceano Atlantico in due e farlo non con una barca da crociera ma con qualcosa di insolito, un catamarano da spiaggia, proprio uno di quei catamara- ni che si vedono nei villaggi turistici e normalmente adatti a brevi escursioni sotto costa, un Hobie Cat. Detto fatto. La preparazione dura alcuni mesi finché a luglio del 1992, con mio padre prendiamo il via dalla spiaggia sotto casa per raggiungere, non senza difficoltà, la Martinica, nelle Antille francesi. Un lungo viaggio tra violente tempeste e l’incontro con i pirati.

Poi il rientro in Italia e il completamento degli studi, la laurea, il servizio militare in Francia a Hyères, l’abilitazione all’esercizio della professione di geologo, la partenza in Guadalupa per lavorare come istruttore di vela e animatore, il divertimento come mangiatore di fuoco. E dopo sei mesi trascorsi alle Antille, ancora un’altra svolta per superare una selezione e lavorare in una grande società di ricerca petrolifera, viaggiando tra Camerun ed Indonesia e al tempo stesso la voglia sempre crescente di attraversare l’Atlantico, ma in solitario.

Vinco un concorso come geologo all’Inail, l’ente nazionale italiano per l’assicurazione sui luoghi di lavoro, do le di- missioni dalla società petrolifera e mi trasferisco a Bologna per il nuovo lavoro. Riesco a cumulare le ferie e tra il 2001 ed il 2002 porto a termine due traversate in solitario, Italia-Canarie e transatlantica senza scalo e senza assistenza, sempre su un Hobie Cat, più piccolo di quello del 1992 e lungo meno di 6 metri.

La traversata atlantica viene omologata dal World Sailing Speed Record Council/International Sailing Federation (WSSRC/ISAF) come primato assoluto mondiale.
Quattro anni dopo, nel 2006, mi lancio in una nuova transoceanica, sempre su un piccolo catamarano non abitabile, lungo 5 metri e 96 centimetri. Questa volta l’oceano che scelgo è il Pacifico settentrionale, su una rotta dura e al tempo stessa ambita nel contesto dei record del mondo a vela, la Yokohama-San Francisco che porto felicemente a termine, navigando da giugno ad agosto del 2006. La traversata viene omologata dal WSSRC/ISAF come primato mondiale e Record del Mondo.

Ed è nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico che il sogno di un giro del mondo su una piccola barca è andato maturando. Prima di partire avevo confidato i miei intenti a poche persone ma è solo in pieno oceano che ho preso la decisione definitiva di partire sulla stessa rotta del Golden Globe del 1969, non appena avessi trovato i mezzi per farlo.

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