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Lettera. “Io che a Montecristo sono stato in barca, vi racconto la sua bellezza”

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ape_montecristoQuante sono, nei mari d’Italia, quelle isole che ci sono vietate? Tante, purtroppo. Ve ne avevamo parlato in questo articolo, nel quale vi proponevamo anche diverse soluzioni per rendere accessibili le nostre perle, nel pieno rispetto dell’ambiente ma anche rendendo giustizia a uno dei più grandi patrimoni italiani, quello paesaggistico. E’ così che un nostro affezionato lettore, Massimo Graziano, ci ha inviato una lettera e le foto che illustrano questo articolo, nella quale racconta la sua navigazione a Montecristo, dopo aver ottenuto il tanto ambito permesso dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. La pubblichiamo qui di seguito, sperando che le emozioni vissute dal Signor Graziano possano trasformarsi in emozioni di tanti!

LA LETTERA DI MASSIMO GRAZIANO
L’alba interruppe una notte agitata, nonostante la calma del mare e l’assenza di vento. Forse il timore dell’ancoraggio insicuro, sul prato di posidonia della baia del Campese. Forse ancor più il pensiero di abbandonare la costa per guadagnare con il nostro barchino, un 26 piedi noleggiato da una manciata di giorni, il centro del Mare Tirreno, in rotta per quell’isola lontana e invisibile. Eppure, giorni prima, l’ansia gioiosa della navigazione aveva vinto sulla ragione, quando al Giglio eravamo stati raggiunti dal fax col permesso di accosto a Montecristo intestato al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

Salpammo silenziosamente. Non demmo neanche motore per rispettare il silenzio di quel primo scorcio di giorno, sgusciando a vele bianche dal nostro ancoraggio. Appena ai margini della rada, confidando in un tenue e inatteso scirocco, il gennaker biancazzurro fu a riva.

Il laschetto tenne assai poco, giusto il tempo di regalarci la visione del Giglio in tutta la sua franchezza toscana. Innanzi a noi di nuovo la bolla lattiginosa che, complice l’anticiclone piantato da giorni sul Mare Tirreno, non ci dava tregua dalla nostra partenza a Cala Galera. Il piccolo entrobordo prese a frullare: velocità di crociera, autopilota, gps portatile acceso e punto nave periodico per i minimi aggiustamenti di rotta.

Immersi in un azzurro indefinito, sguardo puntato in direzione di un falso orizzonte sbiadito, avanzammo nel nulla per ore. Nel torpore ipnotico della scia, mi sorpresi a pensare alle angosciose navigazioni tropicali di Conrad. Rifugi esistenziali. Trovai che quella fosse la fine coerente di un’estate sin troppo lunga e incolore. Miglia dopo miglia, davanti alla prua ancora il niente. Eppure stando alla carta l’isola avrebbe dovuto apparire da tempo. Non fui assalito dall’ansia neanche un momento: i dati collimavano, tutto filava. Sarebbe stata solo questione di tempo e pazienza. La stessa delle piccole imprese e delle grandi illusioni.

Elena sonnecchiava in cuccetta quando apparve la vetta del monte Fortezza. Come mi fosse stata davanti per ore, Montecristo sembrò vicinissima. Avanzando, l’isola si scoprì poco a poco, dall’alto delle sue cime fino alla costa, come in una sorta di striptease su un enorme palcoscenico azzurro. Il suo profilo, studiato per settimane sui portolani, non mi fu familiare.

Circumnavigammo la costa da nord, doppiando punta del Diavolo. Le ultimissime miglia furono avvolte dalla frenesia e dalla voglia di approdo. Finanche il log si era messo a segnare qualche decimo in più, in un mare di nuovo blu cupo, scosceso e profondo come la riva che vi s’inabissava. Guadagnando distanza verso la costa incombente di cui scorgevamo gli anfratti, la macchia e l’assenza assoluta di tracce dell’uomo, il profilo dell’isola ci apparve imponente, degno della fama di luogo immaginario e sinistro, al di fuori della portata di tutti. E fummo inebriati dal pensiero di esservi giunti, navigando nel nulla, e adesso essere lì.

Cala Maestra ci accolse in uno splendore innaturale. Diedi ancora tuffandomi per collocare la piccola cqr evitando di fare strage delle pinna nobilis che si condividevano il basso fondale sabbioso, ove il tempo si era fermato. Lo sparuto drappello della Forestale a presidio dell’isola ci accolse al moletto in cemento con la sobria festosità che si tributa alla gente di mare e agli ospiti rari. Furono scambi di saluti e di sguardi. La loro voglia di novità presto fu sopraffatta dalla nostra curiosità di scoprire tutto il possibile.

Fummo affidati all’ex guardiano dell’isola, che vi faceva ritorno quel giorno dopo oltre un decennio di assenza. Una fortuna sfacciata, che pagammo arrancando a fatica per reggerne passo lungo un sentiero irriconoscibile che lui sapeva a memoria. Non smise mai di parlare, con l’emozione di un bambino al primo giorno d’asilo, raccontandoci dei decenni passati sull’isola, dei navigatori lungo rotte tirreniche in cerca di aiuto, di albe e tramonti tutti uguali e tutti diversi, della pazienza infinita e del rapporto col mondo interiore. Raggiungemmo dopo ore una polla di purissima acqua piovana. Scorgemmo le cime corse e le scie degli aerei sulla rotta Fiumicino – Linate. Senza un solo rumore che non fosse il fruscio dei nostri passi, senza un bagliore che non fosse quello del mare lontano.

Il rientro pomeridiano ci accolse disfatti, giusto in tempo per mollare una cima alla lenta processione che un anziano pescatore guidava dal suo gozzo elbano trainando al pontile lo sloop malandato di una famigliola francese soccorsa in panne in acque corse. Quella volta se la cavarono con una bottiglia di rosso di Borgogna, lasciata sul ponte del peschereccio al primo imbrunire, che aveva già visto accasciarsi il vecchio solitario sottocoperta.

Nel buio naturale di Cala Maestra, quell’improvvisata comunità di Montecristo, fatta di guardiani e pescatori, padri, madri, figlioli e naviganti di costa finiti al centro del Mediterraneo, sotto l’ultima stellata d’agosto incrociò le sue rotte.

E l’estate, finalmente, si riempì di colori.

Massimo Graziano

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