Ambrogio, una storia di passione… a (più che) lieto fine
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Abbiamo scritto di lui qualche tempo fa (trovate l’articolo in calce, uscito sul Giornale della Vela del marzo scorso): Ambrogio Beccaria, il ragazzo dalle mani d’oro che sognava il mondo dei Mini 650, ne ha trovato uno che stava marcendo in Portogallo e se lo è andato a prendere con un viaggio della speranza, lo ha rimesso a posto con la speranza di riuscire presto a regatare.

LA STORIA DI AMBROGIO BECCARIA (DAL GDV DI MARZO 2015)
Visto il suo nome, ti aspetteresti di incontrare Ambrogio Beccaria in un caffé milanese in Galleria Vittorio Emanuele. E invece lo abbiamo interrotto in una fase di lavoro “matto e disperatissimo” in un capannone di La Spezia, dove ha riportato a nuova vita un Mini 650 a bordo del quale conta di prendere parte all’edizione 2017 della Mini Transat, la storica regata atlantica in solitario che si svolge ogni due anni con partenza a Douarnenez, in Bretagna, e arrivo a Pointe-à-Pitre, in Guadalupa, dopo 3.700 miglia di navigazione.

Ambrogio nasce a Milano l’1 ottobre 1991, attualmente è al quarto anno di Ingegneria Nautica a Spezia: “Nel mio futuro c’è la progettazione di barche, senza però mai rinunciare al mondo delle regate. Solo un velista completo può creare una buona barca a vela”, racconta. “Ho iniziato a regatare sul serio con un Laser 4000 che a 17 anni ho comprato assieme a due miei compagni di liceo (Stefano Zoli e Giovanni Liva): una barca vecchiotta, che abbiamo rimesso a posto noi tre e con la quale siamo riusciti, lo scorso anno, a vincere i Campionati Italiani e la Lario Cup chiudendo in testa alla ranking list nazionale, oltre a conquistare un bronzo europeo”.

IL SOGNO MINI SI AVVERA
Beccaria ama riparare le barche, figuriamoci quando si presenta l’occasione di avere tra le mani un Mini 650: “Avevo in testa da un po’ di tempo l’idea di lanciarmi nel mondo dei Mini, che ho sempre reputato affascinante e ‘vero’. Soprattutto considerato il fatto che la mia esperienza oceanica è nulla e le mie partecipazioni alle “lunghe” si limitano al Mediterraneo a bordo di barconi d’altura, dove spesso con la scusa di essere il più giovane venivo relegato a ruoli marginali. A Spezia sono diventato comandante di un catamarano di 17 metri, e ho iniziato a mettere da parte il 90% di ogni mio stipendio mensile per potermi comprare un 650 al momento giusto. Sono un tipo competitivo, non mi sarei accontentato di una barca qualsiasi, ne volevo una in grado di esprimere un buon potenziale, e che fosse di serie (perché i prototipi sono fuori dal mio budget), a costo di aspettare più tempo. L’occasione si è presentata nel maggio del 2014 quando ho letto tra gli annunci sul sito della classe Mini francese che il Pogo 2 (il numero 539 della classe), con cui Ian Lipinski aveva vinto il Mini Fastnet per poi essere protagonista di un clamoroso incidente alla Transat del 2013, era in vendita a Cascais, in Portogallo”.

Ambrogio non ci pensa due volte: “Pagai un acconto per bloccare la barca, poi chiamai Stefano Zoli, al quale avevo dato una mano a refittare il suo Grand Soleil 48, chiedendogli di restituirmi il favore: ‘Hai voglia di accompagnarmi a Cascais a prendere una barca?’ fu la mia domanda, che ricevette risposta positiva. Trovammo un noleggiatore a Milano che ci mise a disposizione un furgone con carrello, partimmo alla volta di Grosseto dove un mio amico, Oris D’Ubaldo, teneva il suo Mini in secca e mi aveva permesso di prendere in prestito il suo invaso. Ricordo che togliemmo la barca dall’invaso mettendola su un carrello usando un escavatore nel mezzo della Maremma, una roba da matti!”. Da Grosseto i due partono alla volta di Cascais, facendo una sola sosta a Varazze: “Da Varazze in poi proseguimmo diretti verso Cascais, senza mai fermarci. Dandoci i turni alla guida, proprio come si fa nelle regate oceaniche: impiegammo 24 ore, a una media di 80 all’ora”. Una volta a Cascais, Ambrogio non riesce a trovare subito la barca: “Era nascosta dietro a un Comet, impiegammo ore per individuarla. L’ex gioiello di Ian Lipinski giaceva in acqua in condizioni davvero pietose: lo scafo era rovinato, all’interno c’era ancora il cibo della Mini Transat 2013, l’albero era a bordo, tranciato in tre pezzi, c’erano ancora delle vele che sbattevano. Quando la vidi, ebbi un solo pensiero: ‘Ecco, sono veramente uno stronzo’. Perché sapevo che l’avrei acquistata comunque. Mi costò 7.000 euro. Impiegammo un giorno a pulirla, e mi rendetti conto che ci sarebbe stato da fare più lavoro del previsto. Ma ero convinto. Per issare la barca sull’invaso posto sul carrello ci diedero una mano i ragazzi del VO65 Abu Dhabi che si stavano allenando in Portogallo in vista della Volvo Ocean Race. Al ritorno, macinammo diretti 2.200 km a una media dei 70 e arrivammo a Spezia”.

La barca c’è. Ora è solo questione di olio di gomito: “Ho aspettato fino a settembre perché avevo da fare con il lavoro e l’università, poi mi sono chiuso in un capannone, assieme alla mia amica Vittoria Ripa di Meana che ha deciso di darmi una mano. Abbiamo ripulito la barca, tolto l’antivegetativa, abbiamo smontato in coperta tutti i pezzi che andavano sostituiti, alcune zone erano delaminate per cui siamo dovuti intervenire con operazioni di rilaminatura (a proposito, grazie a Tommaso Stella per i consigli in fase di ristrutturazione). Dopo 700 ore di lavoro, la barca era pronta al varo”.

Beccaria ha intenzione – una volta trovato il sostegno di uno sponsor, impresa tutt’altro che facile – di prepararsi per la Mini Transat 2017: “Nel 2015 ho calcolato di potercela fare senza sponsorizzazioni: farò tutte le regate del circuito italiano Mini (si tratta di cinque prove), molte in doppio, assieme a Giovanni Sanfelice di North Sails. Sarò il più giovane skipper partecipante: si tratterà di una stagione di assestamento, dove imparerò soprattutto a ottenere il meglio dalla barca. Nel 2016 mi piacerebbe fare sul serio e dedicarmi alla conduzione in solitario: magari dando una musata in Atlantico e perché no, partecipando alla Les Sables-Azzorre-Les Sables (2.540 miglia) e ad altre regate del circuito francese, ma in quel caso mi servirà davvero una partnership”. Si legga neanche troppo velatamente tra le righe: sponsor cercasi…
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1 commento su “Ambrogio, una storia di passione… a (più che) lieto fine”
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